Dalle interferenze elettorali alla disinformazione: il Generale Masiello svela che il vero bersaglio delle minacce ibride siamo noi e suggerisce come difendersi
Le guerre del XXI secolo non sono quelle che ci immaginiamo.
C’è una trincea molto più sottile, invisibile e insidiosa che attraversa ogni singolo aspetto della nostra vita quotidiana.
Nell’intervista rilasciata a Rinaldo Frignani per il Corriere della Sera, il Generale Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, traccia un quadro a dir poco drammatico che non lascia spazio a interpretazioni.
La minaccia più concreta alla nostra democrazia non colpisce solo i sistemi di difesa o le infrastrutture critiche: si insinua direttamente nei nostri processi decisionali.
Il vero bersaglio: le nostre scelte e le nostre democrazie
Sabotaggi a cavi sottomarini, violazioni dello spazio aereo e disturbi satellitari sono solo il contorno tecnologico di una strategia ben più articolata e grave.
Il vero obiettivo della guerra ibrida è minare la coesione di un Paese. E, per farlo, la tattica più spietata punta dritta al cuore dei processi democratici: le interferenze nelle campagne elettorali e la manipolazione della disinformazione.
Inquinare le informazioni alla radice significa alterare la percezione della realtà con cui una comunità sceglie i propri rappresentanti, valuta le politiche pubbliche ed esercita la propria sovranità.
Quando la disinformazione influenza il voto o orienta l’opinione pubblica su temi economici e sociali, la democrazia cessa di essere pienamente libera, trasformandosi in una cassa di risonanza per interessi ostili esterni.
E l’anello debole di questa catena è la singola persona. Ciascuno di noi. E il vettore d’attacco non è un drone bensì lo smartphone che teniamo in tasca. Tutti, anche i più piccoli.
Prima ti emoziona, poi ti convince: l’urgenza di fermarsi, studiare e verificare
La disinformazione moderna non cerca di argomentare; cerca di emozionare. Sfrutta la rabbia, la paura, l’indignazione istintiva e l’urgenza per scavalcare, disinnescandolo, il filtro del pensiero critico. L’antidoto non può che essere una presa di coscienza individuale.
Documentarsi, verificare le fonti, studiare i contesti e incrociare le notizie, lungi dal rappresentare un passatempo per accademici o appassionati, costituiscono veri e propri doveri civici di legittima difesa.
Di fronte al flusso ininterrotto di bufale e narrazioni pilotate, la fretta è il principale nemico della verità: fermarsi, controllare, confrontare e solo alla fine condividere e parlarne deve diventare un’abitudine quotidiana.
Difesa e responsabilità: il momento della verità
Di fronte a uno scenario di questa portata, continuare a considerare le spese per la difesa come un inutile spreco è un’illusione strumentale non più tollerabile.
Investire nella difesa – materiale, cibernetica e cognitiva – non è una questione negoziabile: è il prezzo minimo da pagare per la nostra sopravvivenza democratica.
Chi sostiene il contrario, oggi, o vive in un’ingenuità colpevole o, più semplicemente, è complice – se non direttamente a libro paga – di chi sta lavorando scientificamente per demolire le nostre istituzioni dall’interno.
La gravità della situazione è dimostrata da un fatto senza precedenti: l’Esercito Italiano sta distribuendo ai propri militari un vero e proprio “manuale di autodifesa cognitiva” per insegnare a riconoscere le trappole della manipolazione informativa.
Se persino i soldati in mimetica devono dotarsi di un manuale per non farsi imbalsamare il cervello, è ora che gli opinionisti da bar e quei politici che – già in febbre da campagna elettorale verso il 2027 – riciclano pacifismi da “figli dei fiori”, comodamente seduti all’opposizione, si facciano un bell’esame di coscienza.
Negare la realtà di una minaccia tangibile e presente non è nobile idealismo: è dilettantismo irresponsabile. E per l’elettorato, continuare a credere alle favole o condividere indignazioni a comando senza verificare, non fa di noi dei liberi pensatori: ci rende solo delle cavie ideali – e a costo zero – della propaganda altrui.





