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SHOWDOWN NEL MEDIO ORIENTE PER UNA YALTA TRA SETA E COTONE

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Un amico che da Londra osserva con attenzione le dinamiche geopolitiche mi suggerisce uno scenario che ha una sua logica e che potrebbe essere quello con il quale ci troveremo a fare i conti nei prossimi giorni.

Lo scenario è quello di uno showdown in Medio Oriente, con l’eliminazione di Hamas e di Hezbollah, la messa in sicurezza di Israele e lo sdoganamento, a guerra finita, dell’Iran (la Persia che è sciita, ma non araba), ripulito delle sue milizie proxy collocate in Libano e a Gaza.

Non a caso qualche mossa si avverte anche sul fronte libanese.

Le Forze di Difesa israeliane hanno annunciato ieri su Telegram di aver colpito alcuni obiettivi di Hezbollah in Libano, tra cui anche una struttura militare e un posto di osservazione. Inoltre un aereo dell’Idf ha colpito una cellula terroristica che operava lungo il confine. 

Il tutto con nascosta soddisfazione dei Paesi arabi sunniti, che, come si è visto sino ad ora, protestano formalmente, ma non solidarizzano concretamente con Hamas e con Hezbollah.

Partiamo dal primo pezzo del puzzle che stiamo per comporre: la guerra in Ucraina.

Kiev ha perso la guerra con la Russia. Questo è ormai un dato di fatto e non è impossibile che gli Usa stiano dicendo alla Russia che la questione può essere chiusa, ovviamente a vantaggio di Mosca, che si terrà Crimea e Donbass, in cambio di una tenuta a freno dell’Iran nel momento in cui Israele e la stessa America, in aiuto a Tel Aviv, dovessero fare piazza pulita di Hamas e di Hezbollah.

Hamas è ormai sul confine della disfatta. Rimane il fatto, che riguarda Israele, del motivo per il quale i governi israeliani abbiano alimentato Hamas contro Al-Fatah e abbiano consentito che i finanziamenti qatarini transitassero per le banche israeliane.

L’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert, sull’emittente americana Newmax, ha detto che

Netanyahu si è effettivamente scottato “cercando di costruire un rapporto” con Hamas.

“Israele – ha aggiunto Olmert – ha permesso il finanziamento di Hamas facendo arrivare denaro dal Qatar attraverso Israele per decine di milioni di dollari ogni mese. Netanyahu ha fatto l’accordo che ha rilasciato oltre 1.000 dei peggiori assassini di Hamas nel 2011. Tutti i principali leader di Hamas oggi sono quelli che sono stati rilasciati dalla prigione israeliana. Quindi questa è la politica e penso che questa politica fosse sbagliata, anche se ora è ampiamente accettata ovunque”.

Errori che probabilmente Netanyahu pagherà non appena finito il conflitto.

Del tutto in linea con le attuali posizioni del governo di Tel Aviv è invece Ehud Olmert sulla necessità di eliminare radicalmente Hamas.

“Sradicare Hamas e sbarazzarsi di tutti i suoi leader – ha detto Olmert a “America Right Now”-. Se ciò accadrà, cosa che credo avverrà come risultato dell’operazione israeliana, c’è una probabilità che saremo in grado di dare un nuovo slancio con l’Autorità Palestinese. L’Autorità Palestinese è la forza dominante nella comunità palestinese. Questa è la fine del gioco. La fine del gioco è la pace con l’Autorità Palestinese”.

Israele, entrando a Gaza, da quanto si capisce, non si limiterà a “tosare l’erba”, ma ripulirà l’area come non ha mai fatto nel passato, restituendola all’Autorità Nazionale Palestinese, cacciata di fatto manu militari da Gaza da Hamas, riavviando, in questo modo, la possibilità di un dialogo.

Diversa la situazione in Libano, dove Hezbollah è un vero e proprio esercito.

Il partito armato libanese filo-iraniano afferma di poter contare su 100mila combattenti attivi.

L’arsenale di Hezbollah è di gran lunga superiore a quello di Hamas e conta su missili a lunga gittata, droni, mini-sottomarini, razzi anti-carro.

I paramilitari Hezbollah hanno armi fornite da Cina, Russia, Corea del Nord e Iran. 

Hezbollah inoltre è tecnicamente in guerra con Israele dal 2006: un conflitto congelato dall’intervento delle Nazioni Unite, che hanno piantato una forza di interposizione al confine per implementare un deconflicting che però si è sempre fermato al piano tecnico.

Gli Stati Uniti di Biden (dei Clinton), sconfitti in Ucraina, hanno bisogno di una vittoria da portare sul piatto delle elezioni del 2024.

Una vittoria in Medio Oriente su due milizie agli ordini dell’Iran, senza che questo intervenga, su “consiglio” della Russia, sarebbe la soluzione perfetta.

Una vittoria a te in Ucraina, una vittoria a me in Libano.

La Persia, ripulita dai suoi miliziani proxy potrebbe essere più facilmente sdoganabile agli occhi dell’Occidente, garantendo così a Cina e Russia di attivare le vie commerciali che possono passare attraverso il Golfo Persico per poi proseguire in territorio iraniano sino al Mar Caspio. La Cina ha aperto una linea di navigazione diretta con il porto di Chabahar, in Iran. Quello di Chabahar è un porto di grandissima importanza economica e politica per l’Iran perché è il suo unico porto oceanico affacciato sul golfo di Oman. L’accesso al golfo di Oman, e la sua comunicazione con il vicino golfo Persico, è garantito dallo stretto di Hormuz, un “collo di bottiglia” cruciale per il trasporto marittimo.

Chabahar è importante anche per la Cina, in quanto si trova a circa 120 chilometri a sudovest della provincia pakistana del Belucistan, dove ha sede il grande porto di Gwadar, che ha finanziato con risorse proprie.

Cina e Iran nel golfo

Pechino vuole garantirsi un accesso più ampio all’oceano Indiano, superando il condizionamento dello Stretto di Malacca, attraverso una serie di progetti infrastrutturali che mettano in comunicazione i vari punti strategici del commercio marittimo, tra i quali in Myanmar il porto di Kyaukpyu e in Pakistan Gwadar. Non a caso la Cina PLA ha stazionato fino a 6 navi da guerra in Medio Oriente la scorsa settimana nel mezzo delle crescenti tensioni dovute alla guerra tra Israele e Gaza.

Una stabilizzazione del Medio Oriente potrebbe, in un nuovo quadro di accordi, consentire la concretizzazione della Via del Cotone. Si tratta di due collegamenti: uno ferroviario tra l’Europa e il Golfo (Emirati, Arabia Saudita, Israele, Giordania), l’altro portuale tra India e Golfo. Ma prevede anche cavi per la trasmissione dei dati e dell’elettricità e tubature per l’idrogeno verde. Il progetto è stato adottato dallaPartnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), un’alleanza creata dal G7 nel 2022, e dal Global Gateway dell’Ue, che ha destinato una spesa fino a 300 miliardi di euro per investimenti sulle infrastrutture all’estero tra il 2021 e il 2027.

Potrebbe sembrare fantapolitica, ma ha una sua logica. Lo showdown con Hamas e Hezbollah potrebbe eliminare le spine irritative che sino ad ora hanno impedito un equilibrio nuovo, che comprenda la pace tra ebrei e palestinesi e, soprattutto, una Yalta della seta e del cotone.

Le Vie della Seta si svilupperebbero a Oriente e le Vie del Cotone si svilupperebbero a Occidente, rimandando il confronto tra Cina e Stati Uniti nel Pacifico.

Se guardiamo a quanto sta avvenendo, lo scenario sembra prendere forma.

Gli Stati Uniti, ha detto il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin, intraprenderanno “azioni appropriate” in risposta a qualsiasi escalation in Medio Oriente.

“Se qualche gruppo o Paese sta cercando di ampliare questo conflitto e trarre vantaggio il nostro consiglio è: non farlo”, ha dichiarato ad Abc News, poche ore dopo che il Pentagono ha annunciato che avrebbe aumentato la sua presenza militare nella regione. “Abbiamo il diritto di difenderci e non esiteremo a intraprendere azioni appropriate”, ha aggiunto Austin. 

Benyamin Netanyahu ha minacciato ”conseguenze distruttive per gli Hezbollah e per il Libano” se quella milizia filo-iraniana decidesse di scatenare una guerra piena contro Israele. ”Ancora non sappiamo se gli Hezbollah siano intenzionati ad andare ad un conflitto totale – ha detto il premier, durante un sopralluogo al confine nord. – Se lo facessero, proverebbero poi nostalgia per la guerra del 2006. Sarebbe per loro un errore fatale. Noi li colpiremmo allora con una potenza che nemmeno si immaginano, con conseguenze distruttive per loro e per lo Stato del Libano”. 

La potenza della quale parla Netanyahu comprende anche uno schieramento imponente degli Usa nel Mediterraneo e nel Golfo Persico.

Iniziamo con due portaerei. La prima delle due portaerei schierate dagli Stati Uniti è la USS Gerald R. Ford (CVN-78). Si tratta di una nave di ultimissima generazione e prima di una nuova Classe di supercarrier. Il nome deriva dal 38esimo presidente Usa

La USS Gerald R. Ford è stata dispiegata nella regione dopo gli attacchi di Hamas insieme all’incrociatore lanciamissili Normandy classe Ticonderoga, i cacciatorpedinieri lanciamissili classe Arleigh-Burke Thomas Hudner, Ramage, Carney e Roosevelt, nonché otto squadroni di aerei. La Gerald Ford è già nel Mediterraneo.

A rinforzare i ranghi della Sesta Flotta era in arrivo anche la USS Dwight D. Eisenhower (CVN-69), seconda nave della Classe Nimitz. Proviene dalla base di Norfolk, in Virginia. È stata già utilizzata nelle crisi mediorientali: nel 1980 è stata impiegata in Iran, nel corso della Prima guerra del Golfo. Ad annunciare l’arrivo della portaerei Eisenhower era stato il capo del Pentagono Lloyd Austin, sabato scorso. La decisione è stata presa “per dissuadere ogni azione ostile a Israele o qualsiasi sforzo di allargare questa guerra”. Le saranno affiancati l’incrociatore lanciamissili Philippine Sea, i cacciatorpedinieri lanciamissili Gravel e Mason e nove squadroni di aerei. Ora la USS Dwight D. Eisenhower (CVN-69) è stata dirottata nel Golfo Persico, in probabile risposta alla presenza di navi cinesi.

Le due portaerei possono gestire fino a 90 aerei ed elicotteri. Raggiungono entrambe la velocità di 30 nodi, circa 55 km/h.

Inoltre, a partire dall’11 ottobre 2023, alla USS Bataan (LHD-5) con la 26a unità di spedizione marina (capace di operazioni speciali) insieme alla USS Carter Hall (LSD-50) è stato ordinato di cessare l’addestramento al largo delle coste del Kuwait e di procedere verso il Mediterraneo Mare.

La Bataan porta la 26^ unità dei marines. Bataan e due altre due navi simili, attrezzate per operazioni speciali, possono ospitare 4 mila marines.

Gli Stati Uniti hanno anche spostato nella regione aerei da combattimento F-15, F-16 e A-10: questi ultimi sono velivoli di supporto per l’attacco al suolo.

Anche i caccia multiruolo F-15E Strike Eagles arrivano nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti per rafforzare la posizione statunitense e potenziare le operazioni aeree in Medio Oriente.

Austin ha anche affermato che un sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e ulteriori battaglioni di sistemi missilistici di difesa aerea Patriot verranno inviati nella regione e altre truppe saranno messe in attesa.

Lo schieramento è davvero imponente e tutto fa pensare che non sia solo nel Mediterraneo e nel Golfo per fungere da deterrente.

Israele ha annunciato nei mesi scorsi l’acquisto di altri 25 caccia F-35 Joint Strike Fighters (JSF) di quinta generazione attraverso il Foreign Military Financing (FMF) degli Stati Uniti. I nuovi 25 jet Lockheed Martin F-35 formeranno il terzo squadrone di caccia stealth dell’aviazione militare israeliana.

I primi F-35 in dotazione a Israele sono arrivati ​​nel 2016 e hanno visto il combattimento per la prima volta nel 2018.

Con l’arrivo dei nuovi jet, la flotta israeliana di F-35 “Adir” raggiungerà un totale di 75 velivoli, formando così un robusto terzo squadrone, dopo i due già attivati negli anni passati, il 116° “Lions of the South” e il 140° “Golden Eagles”, e consolidando la posizione di Israele come secondo più grande operatore mondiale di F-35, superato solo dal Giappone con 150 unità in ordine.

L’accordo, del valore di circa 3 miliardi di dollari e finanziato con fondi di aiuti americani, coinvolgerà i primi appaltatori Lockheed Martin, responsabile del velivolo, e Pratt & Whitney, produttore di motori, come delineato nell’accordo iniziale tra i governi. Il nuovo accordo garantisce anche che le aziende israeliane continueranno a essere coinvolte nella produzione di aerei F-35 per altri paesi.

Inoltre, Israele continuerà ad avere il vantaggio unico di utilizzare un F-35A come aereo di prova per integrare le sue tecnologie indigene, rendendolo l’unico paese nel programma autorizzato a modificare l’aereo con i propri sistemi di guerra elettronica, sensori e contromisure.

L’aeronautica militare israeliana ha anche cercato di modernizzare la sua flotta di navi cisterna acquisendo i tanker KC-46A e la flotta elicotteri con i nuovi elicotteri CH-53K.

Israele gestisce anche una flotta di F-16 e F-15. Una quantità significativa del potere d’acquisto di Israele è finanziata attraverso il programma American Foreign Military Financing (FMF), in cui Washington invia fondi alle nazioni partner per aiutarle ad acquistare armi di fabbricazione americana.

Se lo scenario ipotizzato può avere qualche collegamento con la realtà, è del tutto chiaro che presuppone un accordo sotterraneo raggiunto tra Usa e Russia.

I prossimi giorni e le prossime settimane ci diranno se l’ipotesi qui avanzata ha un senso o non lo ha.

Rimane il fatto che, in questo schema possibile, un grande punto interrogativo riguarda l’Africa. Punto interrogativo che chiama in causa direttamente l’Italia, dal momento che l’Europa è un cadavere in pieno disfacimento.

L’Italia, del resto, un ruolo lo deve avere necessariamente, non solo per il fatto di essere la sede della Sesta Flotta, ma per la sua presenza nell’area calda del Libano.

In Libano l’Italia è presente nell’ambito delle forza di interposizione Unifil delle Nazioni unite, ma l’Onu è un altro cadavere in pieno disfacimento.

E qui si pone un’altra questione. Se davvero ci fosse una Yalta della Seta e del Cotone, anche le entità sovranazionali putrefatte dovranno essere sostituite da qualcosa di nuovo che corrisponda alla nuova situazione internazionale.

La partita è ampia e complessa.

Nel frattempo la parola è alle armi.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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