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Segni dei tempi

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Segni dei tempi - papa

Su Il Corriere della Sera l’invito alla pace e alla responsabilità di papa Leone XIV

È senz’altro un segno dei tempi, la presenza in prima pagina sul laico Corriere della Sera di un testo a firma del pontifex romanus Leone XIV, introduzione inedita a un libro sulla pace, Disarmata e disarmante (Libreria Editrice Vaticana, a cura di A. Banfi).

Nel testo, Leone XIV dice che: “Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi”.

Un primo istinto a cui è sembrato facesse riferimento in modo diverso anche Marforius, ieri, dalle colonne di questo giornale (Una Repubblica fondata sulla cleptocrazia).

L’etimologia del termine latino, instinctus, suggerisce il riferimento a uno stimolo o impulso (cfr., primum, Plutarco), comunque sia di dubbia e incerta provenienza.

Leone XIV annota che “oggi sono ben 103 gli Stati coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra”, ragione per la quale (e cioè la raison d’état ispirata dai principi di Macchiavelli e Guicciardini, sistematicamente ordinati nella teoria di Giovanni Botero, 1589), superata l’età della Riforma di Lutero (1517), la pace di Vestfalia (1648) sanciva il nuovo accordo.

In ordine al quale, nel 2014, Henry Kissinger ha scritto: “La Pace di Vestfalia diventò un punto di svolta nella storia delle nazioni, perché gli elementi che introdusse erano tanto privi di complicazioni quanto radicali. Si sancì che lo Stato e non l’impero, la dinastia o la confessione religiosa, era il mattone fondamentale dell’ordine europeo. Si istituì il concetto di sovranità statale” (H. Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori 2015, p. 28).

Gli Stati europei, non tutti (!), diventavano pertanto centri di potere legittimi e garanti, allo stesso tempo, di un equilibrio di potere, o meglio di poteri. Poteri divisi – al proprio interno e all’esterno -, stati e chiese.

Status quo ante, rispetto al quale il novus imperator Bonaparte (1804) fece l’ennesimo tentativo di reductio ad unum: “È alla causa di una più rapida realizzazione del vero regno di Gesù Cristo che io dedico tutta la mia gloria terrena” (Ibidem, p. 59; da W. B. Lincoln, The Romanovs, New York, Harper & Row, 1971, pp. 404-405).

Tentativo, ancora una volta, miseramente fallito, all’apice di un nuovo accordo sancito nel Congresso di Vienna del 1815. Così come il tentativo legato all’istituzione dell’UE, sotto l’egida globale degli USA, all’indomani delle due Guerre Mondiali del secolo scorso.

E ora?

A quanto pare, si dice non sia più una contesa solo tra stati (locali) e l’impero (globale), ma sia presente attualmente anche un terzo elemento o potere, incomodo tra quello statale e quello globale: il potere della tecnica, capace – Leone XIV dixit – “di porre oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra?”.

E, immediatamente, precisare: “La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente la questione”.

E tuttavia, come scrive (Holzwege) Martin Heidegger, se c’è un pericolo c’è una salvezza. E allora quale sarebbe il possibile remedium?

Forse: che ciascuno faccia la propria parte e la pace la causa della propria vita.

Ma, in piena umiltà, permettendomi altresì di annotare: iniziando dal riconoscimento dell’errore (dal latino error, erroris ovvero “vagare” o “deviare dal percorso”) che, da sempre, confonde il regno della possibilità con quello del potere.

Due concetti interconnessi ma distinti: la possibilità si riferisce alla capacità personale di pensare o agire liberamente, il potere si riferisce alla capacità di esercitare influenza o ottenere obbedienza su altri.

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