Le menzogne tedesche sulla Russia smentite dal generale USA Alexus G. Grynkewich, capo militare Nato
Francia e Germania hanno rilanciato venerdì scorso la cooperazione nel settore della difesa, impegnandosi ad approfondire il coordinamento anche nell’ambito della deterrenza nucleare, nel tentativo di superare le tensioni seguite al fallimento del progetto congiunto per il futuro caccia europeo.
Al termine del Consiglio dei ministri franco-tedesco a Bruhl, nella Germania occidentale, il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato che quest’anno militari tedeschi prenderanno parte a un’esercitazione nucleare francese.
Macron ha ricordato che la Germania è uno degli otto Paesi che hanno aderito al progetto francese sulla deterrenza nucleare, pur ribadendo che Parigi manterrà il pieno controllo delle decisioni relative al proprio arsenale atomico che, a dire il vero, è ben poca cosa.
Il tentativo di rilancio dell’asse franco-tedesco è, se lo guardiamo con la lente politica concentrata sui due protagonisti, la sommatoria di due debolezze, ossia di due leader in fase di licenziamento.
L’arsenale nucleare francese è stimato in circa 290 testate operative, con un inventario totale di circa 370 includendo quelle ritirate in attesa di smantellamento.
La Francia è la quarta potenza nucleare mondiale (dopo Russia, USA e Cina) e la sua Force de Frappe si basa su due pilastri (triade ridotta, senza missili terrestri dal 1996).
Il primo pilastro è la componente oceanica (FOST), con 4 sottomarini nucleari lanciamissili classe Triomphant (basati a Île Longue). Ognuno porta fino a 16 missili M51 (portata 8.000 – 10.000+ km, con testate MIRV). Oltre l’80% delle testate è sottomarina. Uno è sempre in pattuglia.
Il secondo pilastro è dato dalla componente aerea (FAS): Rafale con missili da crociera nucleari ASMPA-R (supersonici).
La dottrina è di dissuasione minima (sufficienza stretta), con testate concentrate su pochi bersagli ad alto valore.
La Russia possiede un arsenale stimato di circa 5.459 o 5.500 testate nucleari, di cui circa 1.700 sono considerate strategiche e dispiegate operativamente pronte all’uso. Il resto include testate strategiche di riserva e armi nucleari tattiche (a corto raggio).
Gli Stati Uniti possiedono un inventario totale stimato di 5.177 testate nucleari. Di queste, circa 1.770 sono già dispiegate (ovvero attive e pronte all’uso su missili o basi di bombardieri), mentre le restanti costituiscono riserve strategiche.
In Europa, l’arsenale include 100 bombe a gravità B61 stoccate in basi NATO in Italia (Aviano e Ghedi), Germania, Belgio, Olanda e Turchia.
Le proporzioni sono queste.
Merz ha inoltre annunciato che la Germania parteciperà in autunno a un’esercitazione organizzata dalla Francia nell’ambito della Coalizione dei volenterosi a sostegno dell’Ucraina. Un’altra fuffa.
L’incontro è stato anche l’occasione per cercare di rilanciare la cooperazione industriale dopo il naufragio, il mese scorso, del programma Future Combat Air System (Fcas), il progetto per il futuro caccia europeo bloccato dai contrasti tra Airbus e Dassault.
Restano inoltre incertezze anche sul programma Main Ground Combat System (Mgcs), destinato a sviluppare il carro armato di nuova generazione per Francia e Germania e segnato da tensioni interne dopo l’ingresso del gruppo tedesco Rheinmetall.
Tra i temi di attrito figura anche la difesa aerea. Berlino sostiene infatti l’iniziativa European Sky Shield, basata in larga parte sui sistemi Patriot statunitensi e Arrow 3 israelo-statunitensi, mentre Parigi continua a opporsi al progetto, sostenendo che aumenterebbe la dipendenza europea dagli Stati Uniti e che l’Unione dovrebbe invece rafforzare la propria industria della difesa.
La tela del ragno tedesco

Nel frattempo, l’esercito tedesco (Bundeswehr) ha costruito una fitta rete di accordi e cooperazioni militari con le forze armate di altri Paesi europei, principalmente nell’ambito della NATO e di iniziative UE.
Queste includono integrazioni operative profonde, brigate binazionali/multinazionali, progetti industriali comuni e accordi bilaterali recenti, rafforzati dalla guerra in Ucraina e dall’obiettivo tedesco di diventare la forza convenzionale più forte d’Europa.
La cooperazione più stretta è con l’Olanda. Tutte e tre le brigate dell’esercito olandese sono integrate in divisioni tedesche. Le forze aeree di difesa tedesche sono sotto comando olandese (con piani simili per la fanteria di marina).
Il 1° Corpo d’Armata Germanico-Olandese (1GNC) svolge un ruolo chiave NATO, assumendo il comando tattico per la difesa di Estonia e Lettonia. È considerato un modello per un’eventuale difesa europea.
La Brigata Franco-Tedesca (BFA), creata nel 1989, è un’unità binazionale di circa 5.000-6.000 soldati (40% francesi, 60% tedeschi) con comando e sostegno misti. Partecipa a missioni internazionali e addestramenti.
Con la Polonia la cooperazione riguarda il Multinational Corps Northeast a Stettino (comando alternato polacco-tedesco). C’è anche un accordo bilaterale (2026) su esercitazioni, logistica, cybersicurezza e sicurezza Baltica. La Bundeswehr guida il battlegroup NATO in Lituania e stanzierà lì una brigata pesante.
Accordo bilaterale anche con l’Italia, rafforzato (2026) su sicurezza, difesa e resilienza: addestramenti congiunti, interoperabilità, operazioni NATO/UE, possibili collaborazioni industriali.
Accordo di cooperazione difesa (Trinity House, 2024) con il Regno Unito per rafforzare interoperabilità, industria e sostegno reciproco in NATO/UE.
La Germania ha inoltre accordi con la Norvegia (accordo Hansa 2026 su sorveglianza, operazioni marittime), con la Lituania (brigata permanente tedesca), Eurocorps (con Francia, Belgio, ecc.), e integrazioni minori (es. Repubblica Ceca e Romania in divisioni tedesche).
Queste cooperazioni si inseriscono nel Framework Nations Concept tedesco (Germania come “nazione quadro” per capacità condivise) e in iniziative come PESCO (UE) e NATO.
La strategia militare tedesca recente punta a una maggiore responsabilità europea nella NATO, con enfasi su deterrenza sul fianco est, interoperabilità e standardizzazione.
Va nella stessa direzione la lettera d’intenti siglata insieme a Praga nel 2017. In vista dello schieramento in Lituania, da tempo i militari cechi sono stati formati sulla base funzionamento del sistema di comando tedesco.
L’integrazione nelle strutture della Bundeswehr rende un esercito dipendente dalla catena di comando, dalle procedure operative, dai sistemi di comunicazione, dalla logistica e dai sistemi d’arma tedeschi.
Più di recente, l’Ankergeopolitik ha compiuto un ulteriore salto di qualità. Dopo anni di esitazioni, nell’estate 2023 Berlino ha deciso di dispiegare in modo permanente un’intera brigata in Lituania, nel punto più esposto del fianco Est della NATO, dove già guidava un gruppo tattico multinazionale con forze a rotazione.
L’integrazione militare-industriale si trasforma in presenza stabile. A costi, peraltro, non marginali. Vilnius garantisce la costruzione delle infrastrutture: alloggi per i soldati, aree per le esercitazioni, depositi.
Ma nonostante ciò Berlino prevede una spesa di circa 5 – 7 miliardi di euro per il solo avvio del progetto 15. Presentata dal governo come il «progetto – faro (Leuchtturmprojekt)» della svolta epocale, la Lituaen-Brigade dovrà essere dotata dei mezzi più moderni della Bundeswehr entro il 2027, l’anno fissato per la sua piena capacità.
Un passaggio tutt’altro che automatico per un esercito ancora alle prese con lacune signifaccordi bilateralicative, in particolare sul fronte dei droni d’attacco e della difesa aerea a corto raggio.
La partita con il “laboratorio” ucraino
La Repubblica Federale non intende morire per Kiev, ma sta procedendo a passo rapido per ancorarla al proprio ecosistema militare-industriale. La classe imprenditoriale tedesca vede nell’Ucraina un «laboratorio» nel quale le nuove tecnologie belliche vengono testate e sviluppate in condizioni di combattimento e in tempi eccezionalmente brevi 24.
Ad aprile Berlino e Kiev hanno concordato un partenariato strategico che non si lascia ridurre alla semplice somma di cooperazioni settoriali. Il punto non è più soltanto l’entità del sostegno militare tedesco al Paese invaso, pari a 9 miliardi di euro nel solo 2025.
Oggi la Germania considera l’Ucraina una piattaforma indispensabile dove industria e innovazione bellica si saldano. In particolare, le aziende della difesa tedesche e ucraine hanno avviato due joint ventures per la produzione di droni e tre programmi dedicati ai missili da crociera.
La filiera industriale è già in moto. Negli ultimi quattro anni la start-up bavarese Quantum-Systems ha consegnato all’esercito ucraino circa 1.500 droni.
In questo quadro, anche se incompleto, di tessitura di rapporti, la Germania ha varato, per la prima volta nella storia della Repubblica federale un piano militare.
La Russia come scusa per gli interessi di Berlino

Nel documento ufficiale del Governo tedesco, a firma di Boris Pistorius, Ministro Federale della Difesa, si legge: “La situazione politica e di sicurezza internazionale è radicalmente cambiata nel giro di pochi anni. Le crisi e i conflitti sono in aumento e si alimentano a vicenda. Ciò porta a una nuova instabilità e a tensioni tra gli Stati che non hanno solo ripercussioni regionali. Hanno un impatto globale. Hanno un impatto sull’Europa. E hanno un impatto sulla Germania. Con la prima Strategia Militare nella storia della Repubblica Federale, forniamo risposte alla situazione della politica di sicurezza. Essa funge da bussola per le truppe per i prossimi anni. Descrive lo stato della minaccia. Definisce le priorità e stabilisce come la Bundeswehr eserciti la deterrenza all’interno dell’Alleanza e in particolare: come combatte, se necessario. Svilupperemo la Bundeswehr fino a farla diventare l’esercito convenzionale più forte d’Europa. A breve termine aumenteremo la nostra capacità di difesa e di tenuta, a medio termine miriamo a un netto incremento trasversale delle capacità e a lungo termine stabiliremo la superiorità tecnologica”.
Pistorius afferma inoltre: “La Russia rimarrà nel prossimo futuro la più grande minaccia per la nostra sicurezza. Attraverso il suo riarmo, si sta preparando a un confronto militare con la NATO e vede l’uso della forza militare come uno strumento legittimo per imporre i propri interessi. La guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina è diretta contro l’ordine di pace europeo e globale. Nel fare ciò, la Russia punta miratamente anche su mezzi ibridi. Le minacce che ne derivano non si fermano ai confini di Stato. Spionaggio, atti di sabotaggio, attacchi cyber e campagne di disinformazione non sono più fenomeni marginali. La loro difesa è diventata un compito permanente”.
Pistorius smentito dal generale Alexus G. Grynkewich

Affermazione smentita categoricamente, come riporta l’11 giugno scorso il Financial Times, dal generale statunitense Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (Saceur) Alexus G. Grynkewich, il quale, durante un panel all’ILA Berlin Air Show, ha affermato che la Russia “non cerca un conflitto”, nonostante le preoccupazioni degli alleati europei riguardo alle potenziali falle di sicurezza lasciate dai piani di Washington di ritirare importanti risorse militari.
Interrogato sulla possibilità di un attacco russo contro gli Stati baltici, il generale Alexus G. Grynkewich ha affermato che il suo ruolo è quello di garantire che la deterrenza della NATO rimanga credibile e che Mosca comprenda di non poter avere successo militarmente contro l’alleanza.
“Ho seguito con molta attenzione le informazioni dell’intelligence – ha dichiarato il generale -. La Russia non cerca il conflitto… Capiscono il concetto di «alleanza difensiva» e sanno che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”.
La scorsa settimana Vladimir Putin ha liquidato come “assurdità” i timori in Europa di un attacco russo ai paesi della NATO: “Si tratta – ha detto – di una provocazione deliberata per creare una minaccia inesistente e costringere le popolazioni di questi Paesi a spendere di più per la difesa. È semplicemente assurdo. Sarebbe divertente se non fosse così triste”.
Il fatto è che la Germania, che è in crisi sistemica per aver scelto il green, le auto elettriche, la delocalizzazione in Cina, vuole metterci le mani nel portafogli per finanziare i suoi problemi di riconversione.
Scrive Fabrizio Maronta (Limes giugno 2026): “Non si parla di Germania oggi senza parlare di riarmo. Ma non si parla di riarmo senza parlare di automobili. E non ha senso parlare dell’auto tedesca senza menzionare la Cina. A voler ordinare per importanza le cause del massiccio, epocale riarmo tedesco, lo sbandierato e ipotetico pericolo russo viene molto dopo il silenzioso, ma letale shock cinese. L’ostinata belligeranza di Mosca, al pari dell’esibita brutalità statunitense, sono gli abilitatori – retorico la prima, politico la seconda – di una Zeitenwende [cambiamento epocale, ndr] il cui primo impulso sta nel rapido e colpevole tracollo del modello industriale su cui la Germania ha fondato la sua potenza e il suo benessere dall’inizio del Novecento”.
Il V Reich tedesco (quello della Merkel, di Sholz, di Merz, quello verde, socialdemocratico e democristiano) è fallito e noi dovremmo pagare per costruire il V?
Giù le mani dai nostri portafogli. L’esempio della Grecia non ce lo siamo dimenticato.





