La crisi tedesca riguarda il futuro dell’Europa
Per oltre trent’anni l’Europa ha vissuto all’ombra di una convinzione quasi indiscussa, la stabilità economica del continente coincideva con la solidità della Germania.
Berlino era il motore industriale, il principale esportatore, il garante della disciplina fiscale e il perno manifatturiero dell’intera architettura europea.
Oggi, però, quel motore mostra segni di affaticamento che non possono più essere liquidati come una semplice crisi congiunturale.
La domanda non è se la Germania stia rallentando, la vera domanda è se l’Unione Europea possa continuare a esistere nella forma attuale qualora il proprio centro di gravità economico perda definitivamente competitività.
Proviamo ad allargare lo sguardo, in quanto la crisi tedesca non nasce soltanto dall’inflazione, dall’energia o dalla difficoltà dell’industria automobilistica, ma dal riflesso della progressiva dissoluzione dell’ordine geopolitico che ha governato l’Europa dal secondo dopoguerra.
L’assetto emerso dalla Conferenza di Yalta e consolidato, dopo il 1989, attraverso la riunificazione tedesca e la globalizzazione, aveva consentito alla Germania di diventare la principale potenza economica del continente, protetta militarmente dagli Stati Uniti, alimentata dall’energia russa a basso costo e sostenuta dall’accesso privilegiato ai mercati mondiali.
Oggi quello schema è venuto meno. La competizione tra grandi potenze ha sostituito la globalizzazione, la sicurezza è tornata a essere un costo e non più un dividendo della pace, mentre energia, materie prime e tecnologia sono diventate gli strumenti attraverso i quali si misura la forza degli Stati.
La crisi di Volkswagen rappresenta il simbolo più evidente di questa trasformazione. Non si tratta soltanto di migliaia di posti di lavoro a rischio o della possibile riconversione di stabilimenti.
È la dimostrazione che il modello industriale tedesco, fondato su energia abbondante, manifattura ad alto valore aggiunto ed esportazioni globali, sta entrando in una fase di ridefinizione profonda.
Persino alcuni impianti vengono oggi considerati per produzioni legate alla difesa, mentre il gruppo cerca nuovi partner industriali e valuta scenari che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili.
Il gas russo è venuto meno, la Cina non è più soltanto il principale cliente della manifattura tedesca, ma è diventata il suo concorrente diretto, soprattutto nell’automobile elettrica e nelle tecnologie industriali.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, chiedono all’Europa di assumersi una quota sempre maggiore della propria sicurezza militare, e qui subentra il riarmo tedesco.
Una risposta alla guerra in Ucraina? In realtà rappresenta il tentativo di ridefinire il ruolo della Germania all’interno di un ordine internazionale che non è più quello degli ultimi ottant’anni.
Berlino sta comprendendo che la sola forza economica non basta più e che la credibilità strategica sarà sempre più legata anche alla capacità industriale di sostenere la difesa europea. Ma nessun riarmo può compensare, da solo, la perdita di competitività del sistema produttivo.
Il Cancelliere Friedrich Merz sta cercando un equilibrio estremamente difficile, e se da un lato sostiene il rafforzamento della difesa europea e il riarmo della Bundeswehr; dall’altro sa perfettamente che la Germania non può permettersi una rottura definitiva con la Cina, che ancora oggi è uno dei principali mercati per l’industria tedesca.
È una posizione delicatissima, sospesa tra le aspettative di Washington e la necessità di preservare la competitività economica nazionale. Una contraddizione che caratterizzerà il prossimo decennio europeo?
Da una parte gli Stati Uniti chiedono ai propri alleati un progressivo disaccoppiamento strategico da Pechino e dall’altra l’industria tedesca continua ad avere bisogno del mercato cinese, delle terre rare e di filiere produttive che la Cina controlla sempre più saldamente, e qui entra in gioco la Namibia.
Pechino ha costruito negli ultimi tempi una rete di accordi strategici che le ha consentito di rafforzare la propria presenza nell’uranio, nel litio, nelle terre rare e in altre materie prime critiche indispensabili per la transizione energetica, digitale e militare.
La Namibia, però, non rappresenta un territorio qualunque per Berlino. È stata l’Africa Tedesca del Sud-Ovest e ancora oggi conserva un rapporto storico, culturale ed economico che continua ad avere un significato particolare nella proiezione africana della Germania.
La domanda diventa, allora, inevitabile.
La Germania può davvero permettersi di perdere la propria influenza in uno dei territori che storicamente ha rappresentato una delle sue principali proiezioni africane, mentre Pechino costruisce pazientemente una rete globale fondata sul controllo delle materie prime strategiche?
Forse non è un caso che la competizione del XXI secolo non si giochi più soltanto sui mercati, ma sulla capacità di assicurarsi il controllo delle risorse indispensabili all’industria, alla difesa, all’intelligenza artificiale e alle tecnologie del futuro.
A rendere ancora più complessa la situazione si aggiunge il Qatar. Attraverso il Qatar Investment Authority, Doha è uno dei maggiori azionisti di Volkswagen e dispone di un’influenza non trascurabile sulle dinamiche del gruppo e non si tratta soltanto di una partecipazione finanziaria. Oggi il capitale è diventato uno strumento di proiezione geopolitica.
Energia, finanza, industria e sicurezza fanno parte della stessa architettura strategica, nella quale gli investimenti possono influenzare scelte industriali che, a loro volta, incidono sugli equilibri politici del continente.
Alla fine, il vero interrogativo non riguarda soltanto Friedrich Merz, ma la tenuta stessa della Germania.
Se il Cancelliere non riuscirà a rilanciare la competitività industriale mantenendo, al tempo stesso, la stabilità sociale, cresceranno inevitabilmente le forze politiche che contestano l’attuale modello europeo.
Una Germania instabile non produce semplicemente un cambio di governo, produce un cambiamento dell’intero equilibrio europeo.
La crisi tedesca non riguarda soltanto la Germania bensì il futuro dell’Europa. Se fallisse questa trasformazione, non sarebbe soltanto la Germania a perdere centralità ma l’intera Europa a scoprire di non avere più un baricentro attorno al quale costruire il proprio futuro.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


