di Sergio Restelli
Forse Putin farebbe bene a ricordare quando celebra la Grande vittoria patriottica sul nazismo come veramente andò, allora rinfreschiamo la memoria senza malanimo.
Il 4 giugno del 1940, Winston Churchill, il primo ministro britannico, pronunciò uno dei discorsi più memorabili della Seconda guerra mondiale.
In un momento in cui l’Europa sembrava essere sull’orlo del baratro, con le forze naziste che avanzavano inarrestabili, Churchill si alzò alla Camera dei Comuni per offrire non solo un appello alla resistenza, ma anche un messaggio di speranza.
Le sue parole – “Noi non ci arrenderemo mai” riecheggiarono come un grido di battaglia, un impegno solenne a non piegarsi di fronte all’oppressione. Ma, dietro quel coraggio in apparenza granitico, si celava la consapevolezza di una realtà ben più complessa.
Churchill sapeva bene che l’esito della guerra non dipendeva solo dalla forza d’animo britannica, ma anche da fattori esterni, in primis il possibile intervento del “Nuovo Mondo”, ovvero gli Stati Uniti.
Nel suo discorso, Churchill evocò l’immagine di un Impero britannico che, anche qualora l’Inghilterra fosse caduta, avrebbe continuato a combattere dalle sue colonie oltremare, protetto dalla potente marina britannica.
Tuttavia, egli era perfettamente conscio del fatto che senza il supporto delle forze americane, la vittoria sulle forze dell’Asse sarebbe stata estremamente difficile. Fu proprio in quel contesto che Churchill si rivolse con speranza all’America, auspicando che il “Nuovo Mondo”, con la sua immensa potenza industriale e militare, si unisse nella lotta contro le tirannie che minacciavano le democrazie del Vecchio Continente.
Eppure, all’inizio della guerra, gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, non erano ancora pronti a scendere in campo.
La politica isolazionista era forte, sostenuta da movimenti come l’America First, che premevano per mantenere il Paese fuori dai conflitti europei.
Roosevelt, tuttavia, non rimase indifferente agli appelli di Churchill e, nonostante le resistenze interne, trovò un modo per sostenere gli alleati senza impegnare direttamente le truppe americane.
Fu così che nel marzo del 1941, ben prima dell’entrata ufficiale degli Stati Uniti nella guerra, venne approvata la *Lend-Lease Act* (la legge degli affitti e prestiti).
Questa legge consentiva agli Stati Uniti di fornire ai paesi alleati, tra cui il Regno Unito, l’Unione Sovietica, la Francia libera e la Cina nazionalista, ingenti quantità di materiale bellico senza richiedere un pagamento immediato. Il significato di questa legge non può essere sottovalutato: non solo rappresentava un sostegno vitale per le nazioni che combattevano contro il nazismo e il fascismo, ma segnava anche un chiaro cambiamento nella politica americana, che iniziava a schierarsi con decisione dalla parte delle democrazie contro le dittature.
Con il Lend-Lease Act, tra il 1941 e il 1945, gli Stati Uniti inviarono all’Unione Sovietica una quantità impressionante di mezzi e risorse: oltre 14.000 aerei, quasi mezzo milione di veicoli, tra cui migliaia di jeep e blindati, tonnellate di esplosivi, cacciatorpediniere e fregate.
Gli aiuti includevano anche apparecchiature tecniche, come chilometri di cavi sottomarini e telegrafici, e infrastrutture logistiche fondamentali per il trasporto di truppe e armi. In effetti, le forniture americane facilitarono enormemente gli spostamenti di truppe sovietiche dalla Siberia alla Russia europea, grazie alla consegna di oltre 2.000 locomotive e più di 10.000 vagoni ferroviari.
L’impatto di questi aiuti fu immenso.
Senza il supporto americano, l’Unione Sovietica avrebbe faticato enormemente a respingere l’invasione nazista.
Il valore complessivo delle forniture statunitensi all’URSS ammontava a 11,3 miliardi di dollari dell’epoca, una cifra astronomica, equivalente a circa 180 miliardi di dollari odierni.
Questa enorme quantità di risorse fu determinante nel mantenere l’Armata Rossa in grado di combattere e, infine, vincere contro le forze tedesche.
La memoria di questi eventi dovrebbe essere tenuta viva, soprattutto oggi, quando la storia sembra ripetersi in modi sorprendenti.
Come negli anni Quaranta, anche oggi gli Stati Uniti hanno messo in campo un programma di aiuti simile al Lend-Lease Act per sostenere l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa.
Il presidente Joe Biden ha seguito un percorso simile a quello di Roosevelt, riconoscendo l’importanza di sostenere i paesi alleati non solo con parole, ma con fatti concreti.
Ciò che emerge dalla storia del Lend-Lease Act è un insegnamento fondamentale: nelle ore più buie, la solidarietà internazionale può fare la differenza tra la sopravvivenza e la sconfitta.
Quando Churchill evocava l’intervento del Nuovo Mondo, sapeva di poter contare sull’amicizia e la collaborazione di Roosevelt. E così, anche se gli Stati Uniti entrarono ufficialmente in guerra solo nel dicembre del 1941, la loro influenza si era già fatta sentire molto prima, con quelle navi cariche di aiuti che attraversavano l’Atlantico per sostenere gli alleati in lotta.
Oggi, come allora, il mondo si trova di fronte a nuove sfide, e la storia del passato può offrire importanti lezioni per il presente.
Le decisioni prese allora hanno plasmato il corso della storia, e quelle prese oggi potrebbero fare altrettanto.
L’importanza di mantenere viva la memoria di quegli eventi è cruciale, affinché si possa imparare dalle scelte fatte e costruire un futuro basato sulla cooperazione e sulla difesa dei valori democratici.
Forse Putin farebbe bene a ricordarsene quando celebra la Grande vittoria patriottica.
Per fortuna al Pentagono non c’era Guido Crosetto e il segretario di Stato non era Antonio Tajani.
Quindi nessuno si preoccupò di vincolare le forniture belliche a un utilizzo solo difensivo, perché peraltro la cosa corrispondeva al vero gli Usa non erano in guerra con la Germania (come l’Italia – si dice oggi – non è in guerra con la Russia). Secondo questa logica agli aerei forniti al Regno Unito sarebbe stato interdetto di compiere missioni sulla Germania,essendo loro consentito soltanto di volteggiare nella battaglia di Inghilterra.
Invece, secondo una direttiva del 9 luglio 1941, quando la Wehrmacht aveva già iniziato l’invasione dell’Unione Sovietica, il Bomber Command inglese iniziò il “moral bombing” con l’obiettivo primario di colpire il sistema dei trasporti e di abbattere in generale il morale della popolazione civile, soprattutto quello degli operai dell’industria.
Come si diceva un tempo: à la guerre comme à la guerre.




