
C’è una stretta correlazione tra l’intervista di Giovanni Pellegrino al Corriere della Sera, che viene ripresa e approfondita anche in questo numero del giornale da vari collaboratori, e la vicenda europea.
La stretta correlazione sta nel rapporto tra europeismo e progressismo, in quanto i due sostantivi sono figli della stessa idea, ossia che in questo millennio che si avvia con grandi incertezze, la politica non debba più avere una funzione e uno spazio e che tutto debba essere gestito da una tecnocrazia e da un mercato in mano a pochi monopolisti, a loro volta guidati dalla finanza.
Il terzo millennio doveva e dovrebbe essere, nella logica della tecno-finanza, l’avvio di una nuova era, dove, finita la storia (Fukuyama) tutto poteva (può) essere gestito da élite di tecnici cosiddetti ottimati, bravi al servizio degli interessi di un ristretto gruppo di potere riassumibile nel concetto di “cupola finanziaria”.
Nel libro intervista scritto con Giovanni Fasanella nel 2005, dal titolo “La guerra civile”, Giovanni Pellegrino, a proposito di alcuni magistrati dei quali aveva appreso il pensiero, scrive: “La loro idea era che, caduti i muri, un mondo in cui i mercati si stavano globalizzando avrebbe per virtù propria distribuito meglio la ricchezza. Pensavano che si sarebbe attivata una sana concorrenza e che, quindi, il mercato non avrebbe più avuto bisogno della politica, vissuta soltanto come un elemento di perturbazione. Nella loro visione, sarebbe stato sufficiente un governo tecnocratico, che avrebbe arbitrato i giochi evitando che i politici si intromettessero. Una volta che tutto si fosse stabilizzato, che la partita si fosse giocata secondo le regole del mercato, che bisogno ci sarebbe stato della politica? Ci misi un po’ di tempo, ma alla fine mi resi conto che la filosofia di Mani pulite era proprio quella illustrata nel libro su giustizia o caos”.
Cosa è accaduto in Europa? Esattamente questo.
Mentre in Italia l’idea tecnocratica è stata incarnata dall’Ulivo e dal suo legittimo figlio, il Pd, la sinistra europea, i verdi e una buona parte del partito democristiano europeo hanno realizzato l’Unione Europea dei trattati, costruendo una struttura burocratica che ha esautorato gli Stati e con loro la politica, ponendo al centro la tecnocrazia degli apparati.
Tecnocrazia che ha dato luogo e concretezza a un’ideologia (green, woke, cancel culture) funzionale al disegno della cupola finanziaria di delocalizzare le produzioni, impoverire i cittadini europei, controllare le masse con metodi degni di una dittatura, anche se con metodi moderni, attuando una verticalizzazione decisionale che voleva essere la fine della politica.
Casa green, auto elettriche, cibi confezionati in fabbrica, povertà associata alla felicità (esternazione di Davos), transumanesimo, progressiva eliminazione della proprietà, salute in mano a organismi internazionali guidati da privati multimiliardari e dalle multinazionali del farmaco e, ora, industria bellica, sono i capitoli di un’agenda che ha contraddistinto la gestione europea della maggioranza Ursula.
La sinistra italiana è stata in perfetta linea con questa deriva tecnocratica e antidemocratica, teorizzata e attuata.
Ora il tema all’ordine del giorno, che riguarda ognuno di noi con il voto, è cambiare pagina e per cambiare pagina è necessario mandare all’opposizione, nel Parlamento europeo e nei Paesi dell’Unione, chi è stato il principale assertore del progetto tecnocratico, ossia il partito europeo dei socialisti e dei progressisti.
In questo stesso giornale Paolo Raffone scrive, a proposito delle previsioni elettorali: “Il dato che emerge è la frammentazione politica dell’emiciclo che impedisce la continuazione dell’europeismo ideologico dell’asse franco-tedesco, cioè dell’alleanza degli europeisti (PPE-S&D) che dagli anni ’90 ha retto le sorti del continente europeo e ha forgiato l’Unione europea. L’insieme teorico delle sinistre (30%) equivale a quello delle destre sovraniste (30%)”.
L’europeismo è un’ideologia tecnocratica che poco ha a che fare con la costruzione di un’Unione Europea che faccia gli interessi dei cittadini europei.
L’europeismo è l’altra faccia del progressismo ed è ora che venga denudato agli occhi dei cittadini per quello che è.
Per riportare al centro la politica e sconfiggere le tendenze tecnocratiche è necessario non solo mandare a casa i servi della cupola tecno-finanziaria, ma fare in modo, e qui torniamo a Mani Pulite, che chi esercita la politica debba rispondere agli elettori e non a poteri terzi.
E qui torniamo anche alle esternazioni di Giovanni Pellegrino, il quale, nel libro intervista con Giovanni Fasanella afferma: “Dall’arresto di Chiesa partì tutto, ma la data più importante secondo me è un’altra, è il 25 aprile di quello stesso anno, il giorno in cui, dopo Francesco Cossiga, eleggemmo Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica. Nell’opinione pubblica montava in modo sempre più percepibile l’insofferenza verso un regime politico che tendeva a sopravvivere a se stesso a alle condizioni storiche che lo avevano determinato. E Scalfaro se ne fece interprete nel discorso d’investitura, scagliandosi contro l’istituto dell’immunità parlamentare, che secondo lui si era trasformato in una sostanziale impunità. Quelle parole suonarono come campane a morto per la prima Repubblica: erano un segnale non solo alla procura di Milano, ma a tutte le procure d’Italia”.
Il democristiano bacchettone che aveva sostituito Cossiga, in perfetta linea con il progetto tecnocratico, aveva dato il via libera a togliere ai parlamentari, ossia alla politica, lo scudo dell’immunità.
Se siamo arrivati dove siamo lo dobbiamo anche a questa linea politica finto moralistica e, di fatto, correa del progetto globalista tecnocratico.
Ne consegue che se si vuole davvero che ci sia una svolta, che ridia alla politica la possibilità di esprimere progetti, linee e governi, è necessario restaurare in toto l’immunità parlamentare, senza alcun ripensamento.
L’immunità parlamentare piena, che assegna alla Giunta delle autorizzazioni a procedere, e quindi al Parlamento, la decisionalità riguardante la possibilità della magistratura di procedere o meno nei confronti di chi è eletto, sanerebbe il vulnus che fu fatto alla politica in una stagione dove si è voluto sostituire la politica con le élite tecnocratiche.
L’Italia, in questa direzione, può dare un valido esempio.





