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SALARI E PRODUTTIVITA’

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di Giovanni Bernardini

Nel dibattito a volte quasi rissoso sul salario minimo molti dimenticano, o fingono di dimenticare, una cosa essenziale. Il salario, meglio, il monte salari non è una “variabile indipendente”. Il livello dei salari è intimamente connesso alla produttività del lavoro.
Se in un paese si produce per 100 il monte salari complessivo NON può essere pari a 110, deve essere pari a 100 o addirittura inferiore a tale cifra se si vuole destinare agli investimenti, quindi all’incremento della ricchezza, una parte di quanto si è prodotto. Questa è una legge economica generale: vale per le economie di mercato come per quelle pianificate. Incrementi di salario superiori alla produttività non aumentano il benessere dei lavoratori, generano solo inflazione. Solo personaggi come Giuseppe Conte possono ignorarla, o fingere di farlo, per evidenti motivi propagandistici.
E’ vero che ci sono state in passato alcune leggi che hanno fissato condizioni minime di lavoro (salari minimi od orari massimi) ma queste sono state rese possibili dall’incremento della produttività del lavoro. Non intendo sostenere che l’incremento della produttività porti in maniera automatica all’innalzamento dei salari o alla riduzione degli orari: spesso sono state necessarie lotte anche dure per tradurre in pratica ciò che tale incremento aveva reso possibile, ma è stato questo, in ultima istanza, a costituire il fattore decisivo. Quando invece una conduzione sconsiderata del conflitto sindacale ha preteso di scindere salari e produttività, per essere chiari, quando si è teorizzato il “salario variabile indipendente”, si è ottenuta solo una perdita di competitività dell’economia ed una inflazione galoppante.
Il benessere di chi lavora si tutela con misure volte a ridurre il cuneo fiscale, oggi incredibilmente alto, e a migliorare la produttività del lavoro. Limitarsi a strillare contro i bassi salari, che, per inciso, erano bassi anche quando governavano Conte ed il PD, affermare che il benessere di chi lavora si può creare per decreto è solo bassa, bassissima demagogia.
Beppe Grillo la conosce bene tale demagogia: teorizza da tempo la scissione del salario non solo dalla produttività ma dal lavoro in generale. Per lui occorrerebbe un reddito universale scisso dalla produzione di ricchezza. Una idiozia totale.
Conte segue scodinzolando il comico genovese e, cosa ancora più grave, il resto delle opposizioni segue pedissequamente Giuseppe Conte, con l’unica lodevole eccezione di Renzi.

 

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  • Redazione

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