La politica dell’amministrazione Trump nei confronti del Pakistan
La storia tende spesso a ripetersi e i leader privi di lungimiranza finiscono per reiterare gli errori dei loro predecessori.
L’attuale politica dell’amministrazione Trump nei confronti del Pakistan rappresenta uno di questi errori, destinato, prima o poi, a costare caro agli Stati Uniti.
Nel 1979 gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita presero la decisione strategica di utilizzare il Pakistan, allora guidato dal generale Zia-ul-Haq, come perno di una guerra per procura contro l’Unione Sovietica in Afghanistan.
Nel corso dei decenni Islamabad ha saputo giocare su entrambi i tavoli e gli attentati dell’11 settembre sono stati, in ultima analisi, una delle conseguenze di quella scelta strategica.
La persistente dipendenza degli Stati Uniti dal Pakistan durante la Guerra al Terrore non solo ha finito per consegnare Kabul ai Talebani, ma è costata a Washington un prezzo enorme in termini di vite umane e risorse economiche. La situazione odierna rischia di rappresentare una nuova ripetizione della storia.
Allora la scintilla fu l’invasione sovietica dell’Afghanistan; oggi è rappresentata dall’Iran, dal suo programma nucleare e dal sostegno fornito a organizzazioni terroristiche.
Allora la rivoluzione islamica in Iran instaurò il regime degli Ayatollah che governa ancora oggi.
Allora l’Arabia Saudita scelse il Pakistan come proprio principale alleato strategico; oggi Riyad considera il Pakistan, potenza nucleare, il proprio partner di riferimento sul piano della difesa.
Allora il Pakistan era governato di fatto da un generale che favorì l’ascesa politica di Nawaz Sharif; oggi i fratelli Sharif appaiono politicamente ostaggio di un Maresciallo di Campo che sta consolidando il proprio potere di fatto.
L’emergere del Pakistan come mediatore diplomatico tra Washington e Teheran ha trasformato quasi dall’oggi al domani la sua immagine internazionale. Un Paese fino a poco tempo fa associato soprattutto a instabilità politica, crisi economica e terrorismo viene ora percepito come un interlocutore diplomatico indispensabile.
Il successo nel facilitare il dialogo tra Stati Uniti e Iran ha procurato a Islamabad il plauso di capitali che solo pochi mesi fa criticavano apertamente la sua governance interna. Oggi quegli stessi governi sembrano sempre più inclini a ignorarne i problemi.
Questa nuova credibilità internazionale ha inevitabilmente ridotto anche il livello di attenzione verso il comportamento del Pakistan all’interno dei propri confini e nella regione circostante, proprio mentre la stabilità dell’Asia meridionale continua a dipendere da una fragile dittatura che controlla l’unico arsenale nucleare del mondo islamico.
Mentre riceveva consensi sulla scena internazionale, Islamabad ha continuato le operazioni militari oltre il confine afghano, aggravando ulteriormente le tensioni con il governo talebano.
Raid transfrontalieri e scontri militari sono diventati sempre più frequenti, alimentando il timore che il Pakistan privilegi la coercizione rispetto alla diplomazia nei confronti del proprio vicino occidentale. Parallelamente, la situazione politica interna continua a deteriorarsi.
L’ex Primo Ministro Imran Khan, di etnia pashtun, rimane in carcere nonostante i ripetuti richiami della comunità internazionale al rispetto del giusto processo e dell’indipendenza della magistratura. Un’immagine che richiama inevitabilmente quella di Zulfikar Ali Bhutto, anch’egli incarcerato sotto una dittatura militare.
Sempre più osservatori sostengono che il Pakistan stia evolvendo da un sistema in cui i militari esercitano una forte influenza sulla politica civile verso un modello in cui il potere politico risulta ormai sostanzialmente concentrato nelle mani dell’establishment militare guidato dal Maresciallo di Campo Asim Munir.
La repressione politica coincide inoltre con una crescente instabilità nel Belucistan. La condanna dell’attivista Mah Rang Baloch e di altri esponenti del movimento baloch ha suscitato dure critiche da parte delle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani, secondo cui il dissenso politico pacifico viene progressivamente criminalizzato.
Le autorità pakistane respingono tali accuse, sostenendo che tutte le procedure si svolgano nel pieno rispetto della legge. Resta tuttavia il rischio che il ricorso prevalente a misure coercitive finisca per alimentare ulteriormente il risentimento delle comunità baloch. L’evoluzione interna del Pakistan sembra riflettere una duplice concentrazione del potere.
Da una parte quella politica, con opposizioni marginalizzate e istituzioni sottoposte a un’influenza militare senza precedenti.
Dall’altra quella etnica, poiché numerosi analisti ritengono che il processo decisionale sia sempre più centralizzato nell’establishment tradizionalmente punjabi, alimentando il malcontento nelle province periferiche, in particolare nel Belucistan e nel Khyber Pakhtunkhwa.
Anche nel Kashmir amministrato dal Pakistan, l’esercito continua a reprimere ogni forma di dissenso, correndo il rischio di provocare una ribellione su vasta scala. Questa interpretazione rimane oggetto di dibattito all’interno del Pakistan, ma la sua crescente diffusione la rende ormai un elemento politicamente rilevante.
Il rafforzamento del ruolo diplomatico del Pakistan produce inoltre conseguenze strategiche ben più ampie. È improbabile che l’Iran dimentichi il ruolo svolto da Islamabad nel facilitare i negoziati con Washington.
Allo stesso tempo, Teheran difficilmente riuscirà ad affrancarsi dalla crescente dipendenza da Islamabad. Gli Ayatollah potrebbero preferire un’intesa con una dittatura sunnita piuttosto che una pace duratura con quelli che considerano “gli infedeli”.
Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sembrano convinti di poter controllare la teocrazia persiana, nonostante la storia millenaria della regione suggerisca il contrario.
Per Israele, la prospettiva di un’alleanza sunnita apertamente ostile, comprendente una potenza nucleare e un membro della NATO in grado di esercitare influenza sul proprio principale avversario sciita, dovrebbe rappresentare motivo di seria preoccupazione.
Per l’India, che condivide con il Pakistan un lungo e delicato confine e ha investito considerevolmente in progetti strategici come il porto di Chabahar, qualsiasi significativo riallineamento strategico di Teheran merita la massima attenzione, poiché potrebbe compromettere la propria profondità strategica nell’Asia meridionale, occidentale e centrale.
Il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha già difeso pubblicamente il diritto dell’Iran a mantenere il proprio programma missilistico balistico, sostenendo che i negoziati non dovrebbero imporre “doppi standard”, pretendendo da Teheran rinunce che altri Stati non sono chiamati a fare.
Una posizione forse comprensibile dal punto di vista diplomatico di Islamabad, impegnata a rafforzare i rapporti con Teheran, ma che evidenzia una convergenza strategica sempre più marcata tra Pakistan e Iran, un’evoluzione che l’India non può permettersi di sottovalutare.
Un Iran dotato di missili balistici e legato più strettamente a una potenza nucleare come il Pakistan rappresenta, secondo questa analisi, un serio rischio per Israele e per la sua sicurezza, anche considerando che entrambi i Paesi sono stati spesso accusati di sostenere gruppi estremisti e organizzazioni terroristiche islamiste.
Una cooperazione militare più stretta tra Teheran e Islamabad non implica automaticamente proliferazione nucleare o trasferimenti di armamenti. Tuttavia, la storia insegna che le partnership strategiche tendono frequentemente ad ampliarsi fino a comprendere cooperazione d’intelligence, scambi di tecnologia militare e un coordinamento sempre più profondo in materia di sicurezza.
Considerato lo status nucleare del Pakistan e le persistenti ambizioni missilistiche iraniane, è inevitabile che i decisori politici di Nuova Delhi e Gerusalemme osservino questi sviluppi con estrema cautela. La questione fondamentale non è che il Pakistan sia diventato un mediatore efficace. Una diplomazia di successo è sempre auspicabile.
La vera preoccupazione è che il successo diplomatico internazionale possa trasformarsi in una copertura politica per un arretramento democratico interno e favorire la nascita di una nuova dittatura nell’Asia meridionale.
Quanto tempo passerà prima che il Maresciallo di Campo Asim Munir decida di sfruttare l’appoggio del Presidente Trump per insediarsi ufficialmente come Presidente del Pakistan?
La storia dimostra ripetutamente che gli Stati considerati strategicamente indispensabili subiscono spesso minori pressioni internazionali riguardo alla qualità della loro democrazia.
Che si tratti degli Stati Uniti, disposti ancora una volta ad assecondare il Pakistan, oppure dell’Unione Europea, che continua a garantirgli i benefici del regime commerciale GSP+ nonostante le accuse relative ai diritti umani, Islamabad potrebbe trovarsi oggi proprio in questa posizione privilegiata.
Se i partner internazionali dovessero rinunciare a criticare il Pakistan in nome della sua utilità strategica, il prezzo finale ricadrebbe sugli oppositori politici, sulle minoranze etniche e sulla stabilità dell’intera regione.
La diplomazia dovrebbe rafforzare il prestigio internazionale di una nazione. Non dovrebbe mai trasformarsi in uno scudo contro la responsabilità e la rendicontazione democratica.





