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La rinuncia volontaria al diritto di proteggere casa propria

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proteggere casa propria

E in Europa chiediamo pure scusa

Intanto noi chiediamo scusa. “Vi uccidiamo tutti se non ve ne andate entro il 30 giugno”. Non era una minaccia, ma una promessa a cui credere, visti i precedenti omicidi.

A rivolgerla ai migranti clandestini africani sono stati i principali movimenti sudafricani, formati integralmente da neri nativi.

Con gli Zulu in assetto da battaglia, migliaia di persone inferocite sono scese nelle piazze delle principali città, per protestare per l’ultima volta.

L’avvertimento è stato chiarissimo: “Da oggi nessuno garantirà più la vostra incolumità”.

Tanto odio ha tre radici. La criminalità esplosa. I salari e le opportunità di lavoro distrutte dalla manodopera clandestina sottopagata. I servizi pubblici (sanità, istruzione, infrastrutture) che cedono sotto il peso di una domanda insostenibile.

I numeri del Sudafrica parlano senza bisogno di commento. Le deportazioni sono passate da 50.000 a 109.000 in due anni. Solo nelle ultime due settimane 13.000 rimpatri forzati.

A Mossel Bay cinquanta baracche date alle fiamme. A Pietermaritzburg un malawiano ammazzato da una folla. A Durban centinaia di migranti barricati in chiese e moschee. La disoccupazione supera il 32%, 350.000 posti di lavoro bruciati nell’ultimo trimestre.

Un sondaggio nazionale ha registrato che il 42% dei sudafricani non vuole accogliere alcun immigrato. Nel KwaZulu-Natal si arriva al 60%.

Neri contro neri. Africani contro africani.

Chi pensa a un caso isolato legato a dinamiche tribali cambi continente.

Repubblica Dominicana. Il presidente Abinader ha imposto una quota di diecimila espulsioni a settimana verso Haiti. Nel solo 2025 i deportati sono stati 379.000.

Nel primo trimestre del 2026 altri 68.000. Viaggiano in camion a gabbia, stipati senza servizi igienici.

Tra i deportati di un solo mese: 121 donne incinte, 246 madri che allattano, 229 minori senza genitori. I funzionari dominicani giustificano il giro di vite con un dato: le donne haitiane rappresentano fino al 70% delle nascite nel Paese.

Hanno messo agenti dell’immigrazione nei reparti maternità degli ospedali. Le partorienti senza documenti vengono deportate subito dopo il parto.

Mulatti contro neri. Caraibici contro caraibici.

Sudamerica. Il Perù ospita 1.600.000 venezuelani. Tre su quattro dichiarano di aver subito discriminazioni per la propria nazionalità. Nei media e nel discorso pubblico vengono associati quotidianamente a furti e omicidi.

In un distretto di Cusco le autorità locali hanno emanato un’ordinanza per espellere tutti i venezuelani residenti, dando loro due mesi per andarsene.

In Cile il presidente Kast ha inaugurato voli militari di deportazione, ordinato muri con sensori e riconoscimento facciale lungo il confine boliviano e avvertito i venezuelani irregolari che “i loro giorni sono contati”.

Il 65% degli ordini di espulsione riguarda venezuelani. Sette cileni su dieci sono convinti che l’immigrazione clandestina sia la causa diretta dell’insicurezza.

Latini contro latini. Sudamericani contro sudamericani.

India. Dopo l’attacco terroristico di Pahalgam il governo Modi ha dato trenta giorni di tempo a ogni Stato per individuare, identificare e deportare gli immigrati irregolari dal Bangladesh.

In otto mesi 2.479 persone sospinte oltre il confine. 120 di queste erano cittadini indiani: i documenti sequestrati, nessun processo, nessuna verifica di nazionalità.

Ad Ahmedabad 890 bengalesi catturati in un’unica retata. Il ministro degli Interni li ha definiti in passato “termiti”.

La politica si chiama “individua, cancella, deporta”. Tre verbi, nessuna garanzia.

Turchia. Un sondaggio internazionale su 52 Paesi ha certificato che Ankara detiene il primato mondiale del sentimento anti-rifugiati.

85.000 siriani deportati attraverso quattro valichi di frontiera, nel solo 2024. Nei centri di detenzione sono documentate percosse, malnutrizione, 5 morti accertate.

Musulmani che deportano musulmani.

A questo punto il lettore europeo potrebbe consolarsi. Almeno noi siamo diversi. Siamo civili. Siamo il continente dei diritti.

Vediamo. Irlanda, la terra del “100.000 benvenuti”. 38 attacchi incendiari contro centri di accoglienza dal 2018 al 2025, di cui 19 nel solo 2024.

A Dublino nel novembre 2023 un immigrato accoltella dei bambini fuori da una scuola: la città esplode nella peggiore rivolta della sua storia recente.

A Citywest nell’ottobre 2025 la presunta violenza sessuale su una bambina di dieci anni in un centro di accoglienza porta 2.000 persone sotto le finestre della struttura: auto della polizia date alle fiamme, tentativo di assalto.

A Belfast il 9 giugno 2026 un richiedente asilo sudanese tenta di decapitare un uomo in piena strada, a colpi di coltello alla testa e al collo. La sera stessa 62 incendi in cinque ore. Case di immigrati in fiamme.

Liste con indirizzi e nomi di famiglie straniere diffuse nelle reti di messaggistica. Infermiere internazionali troppo spaventate per andare al lavoro.

Rileggiamo la mappa. Neri contro neri in Sudafrica. Mulatti contro neri nei Caraibi. Latini contro latini in Sudamerica. Indù contro musulmani in India. Musulmani contro musulmani in Turchia. E perfino irlandesi, tra i popoli più accoglienti d’Europa, con le torce in mano davanti ai centri di accoglienza.

Il filo rosso non è il colore della pelle. Non è la religione. Non è la latitudine. È un istinto che precede ogni ideologia e ogni categoria sociologica: la sicurezza.

Da Durban a Dublino, da Lima a Istanbul, da Delhi a Santo Domingo, le popolazioni locali reagiscono con le stesse parole, la stessa rabbia, la stessa violenza.

Ci portano il crimine. Ci rubano il lavoro. Ci prendono i posti negli ospedali. Non rispettano le nostre regole.

Lo dice l’operaio zulu di Pietermaritzburg con lo scudo di pelle di bue. Lo dice la casalinga cilena di Arica. Lo dice il padre irlandese di Coolock dopo l’ennesimo incendio.

Eppure, in tutto questo pianeta in fiamme, esiste un unico angolo del mondo in cui chi esprime queste preoccupazioni viene messo alla gogna.

Un unico continente in cui la richiesta di sicurezza viene etichettata come fascismo, la difesa dei confini come xenofobia, il disagio sociale come razzismo.

Quel continente è il nostro.

Gli Zulu marciano armati di lance e scudi da guerra e nessun opinionista occidentale li chiama suprematisti.

I dominicani deportano le partorienti in camion a gabbia e il mondo si limita a un comunicato di condanna.

I cileni eleggono un presidente che promette muri e deportazioni di massa e nessuno lo paragona a Hitler.

Gli indiani spingono i bengalesi oltre il confine senza processo e nessun giornale europeo ne fa una campagna permanente.

Ma se un sindaco italiano chiede più controlli in stazione è intolleranza. Se un governo europeo propone di accelerare i rimpatri è disumanità. Se un cittadino qualunque dice che non si sente sicuro nel proprio quartiere è populismo.

Federico Rampini lo ha chiamato suicidio occidentale. Aveva ragione, ma forse era ottimista.

Non è solo suicidio. È la rinuncia volontaria a un diritto che il resto del mondo esercita senza chiedere permesso e senza provare vergogna: il diritto di proteggere casa propria.

Gli Zulu non chiedono permesso. Noi chiediamo scusa.

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