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Per la decarbonizzazione paga Pantalone

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PPE, Verdi e Socialisti, sostenitori degli interessi della finanza mentre l’Unione Europea ci mette le mani nel portafogli

Verdi e socialisti, con la correità del PPE, che ha una responsabilità storica, hanno fatto l’ennesimo regalo alla finanza, con gli oneri che le compagnie aeree devono pagare per la decarbonizzazione, con la conseguenza che chi viaggia in aereo dovrà pagare il conseguente aumento dei biglietti. Come sempre, l’ideologia green, si mostra un affare per la finanza e un modo per metterci le mani in tasca.

Dal 2026 le compagnie affrontano costi pieni di carbon pricing sui voli intra-EEA + obblighi SAF crescenti, con aumento dei costi operativi, con effetti sui prezzi dei biglietti e sulla competitività (soprattutto per chi opera molto in Europa).

Ovviamente c’è chi guadagna e, guarda caso, oltre agli Stati membri e all’Unione Europea, sono gli intermediari.

Gli Stati membri dell’UE (inclusa l’Italia) incassano la stragrande maggioranza dei proventi delle aste ETS europee.

Le quote di emissione (EUA) non assegnate gratuitamente vengono messe all’asta su piattaforme comuni europee (principalmente EEX). I ricavi generati finiscono principalmente nei bilanci nazionali degli Stati membri, distribuiti in base a una chiave di riparto proporzionale alle emissioni storiche (generalmente 2005-2007). Circa il 90% va direttamente agli Stati.

Una quota minore (circa 10%) finanzia fondi UE centralizzati: Innovation Fund (per innovazione low-carbon); Modernisation Fund (per la transizione energetica di 13 Stati membri a reddito più basso); dal 2026 anche il Social Climate Fund.

Nel 2024, ad esempio, le aste hanno generato circa 38,8 miliardi di euro totali, di cui circa 24-25 miliardi sono andati direttamente agli Stati membri.

L’Italia riceve una quota significativa (tra i principali beneficiari insieme a Germania, Polonia e Spagna), con proventi cumulati di circa 18 miliardi di euro dal 2012 al 2024.

I proventi entrano nel bilancio dello Stato (tramite GSE come auctioneer, poi Tesoreria). Secondo la normativa nazionale (fino alle recenti revisioni), storicamente il 50% andava al Fondo di ammortamento dei titoli di Stato (servizio del debito pubblico) e il restante 50% era vincolato a finalità climatiche/energetiche, ripartito tra ministeri (principalmente Ambiente, Sviluppo Economico/Imprese, Infrastrutture).

La Direttiva ETS rivista (2023) spinge perché tutti i proventi (o equivalente) siano usati per clima, energia e finalità sociali, ma in Italia una parte continua a finire nel bilancio generale. Molti Stati

Molti Stati (inclusa l’Italia) non spendono integralmente i proventi per misure climatiche. In Italia solo una piccola percentuale (intorno al 9% cumulato fino a tempi recenti) risulta effettivamente spesa per transizione energetica, efficienza, rinnovabili ecc., con critiche su ritardi e destinazioni alternative. Altri Paesi (es. Germania) ne usano di più per green. La Commissione UE richiede rendicontazioni annuali.

Alcune imprese industriali (soprattutto siderurgia, cemento, chimica, raffinerie) ricevono quote gratuite per evitare la “carbon leakage” (delocalizzazione in Paesi con regole meno stringenti). In passato (fasi iniziali), molte aziende hanno ricevuto più quote del necessario: windfall profits (profitti straordinari) stimati in miliardi di euro, grazie alla possibilità di rivendere le quote o di aumentare i prezzi dei prodotti incorporando il costo del carbonio senza averlo realmente sostenuto.

Le quote gratuite stanno diminuendo progressivamente.

Chi investe in efficienza, rinnovabili o tecnologie pulite emette meno del tetto assegnato e può vendere le quote in eccesso sul mercato secondario, realizzando un guadagno diretto.

Ovviamente gli interscambi sul mercato avvengono tramite banche, fondi e operatori di mercato, che facilitano gli scambi, fanno market-making e speculano sul prezzo delle quote EUA (European Union Allowances). Inoltre il mercato è liquido e include contratti futures.

Come si può ben capire, tutto il gioco degli ETS produce una finanziarizzazione che si traduce in miliardi di scambi e di proventi.

Il settore energetico (produzione elettrica da fossili) deve acquistare quasi tutte le quote alle aste, con costi che si trasferiscono in parte sulle bollette.

Paga pantalone, ossia il grande gioco lo pagano i consumatori finali e le piccole imprese indirettamente, attraverso prezzi più alti di energia e prodotti.

In pratica, Stati e alcune grandi industrie “tradizionali” hanno incassato, mentre i cittadini hanno pagato.

La follia green, nel frattempo, ha fatto la guerra alle centrali nucleari, consegnando i Paesi Europei ad una dipendenza energetica che sta uccidendo i settori produttivi e il futuro del Vecchio Continente.

Va così che, mentre l’Unione Europea continua imperterrita a sfornare inutili sanzioni contro la Russia e

ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas e petrolio russo dopo il 2022 (dal ~45% al ~12% per il gas e dal 27% al ~2% per il petrolio), alcuni flussi continuano tramite gasdotti (esempio TurkStream e Druzhba) e LNG via nave.

Due paesi in particolare importano ancora petrolio russo in modo significativo: Ungheria e Slovacchia (tramite il ramo meridionale del gasdotto Druzhba, con esenzioni UE), altri Paesi importano LNG via nave.

I maggiori importatori sono Francia, Belgio e Spagna (spesso i primi tre in assoluto per volumi di LNG russo). Seguono Paesi Bassi, e in misura minore Portogallo, Italia e altri.

Come al solito si razzola male.

Ancor peggio si razzola con le materie prime.

L’Unione Europea importa significative quantità di materie prime critiche e terre rare dalla Russia, nonostante le sanzioni, grazie a esenzioni per materiali strategici. La Russia rappresenta un fornitore chiave per diversi elementi essenziali per transizione energetica, difesa, elettronica e industria.

Le terre rare sono tra i materiali più critici. L’UE ne importa grandi volumi principalmente per magneti permanenti (veicoli elettrici, turbine eoliche), elettronica e applicazioni di difesa.

L’UE dipende da Cina e Russia per circa i 3/4 delle terre rare, con rischi geopolitici elevati.

Russia è un fornitore rilevante (anche se non sempre dominante) per vari materiali critici.

Per il Nickel la Russia è tra i principali fornitori (fino al 90% per alcuni tipi specifici secondo stime). Tra marzo 2022 e luglio 2023, l’UE ha importato oltre 1,2 miliardi di euro di nickel russo. Palladio: la Russia fornisce ~40% della produzione globale (rilevante per catalizzatori auto). Platino: la Russia ~13% della fornitura globale. Alluminio e rame raffinato: la Russia tra i maggiori fornitori.

Ci sono, poi, import significativi per i fertilizzanti, il ferro e l’acciaio.

La dipendenza da Russia (e Cina) persiste per motivi di disponibilità e costi. Le importazioni continuano perché molti materiali russi non sono pienamente sanzionati per evitare shock industriali.

In buona sostanza le sanzioni servono per buttare in aria bolle di sapone per i gonzi, mentre i furbi continuano a fare affari. E Pantalone paga.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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