Eppure la questione è importante
È calato il silenzio su Hormuz e dintorni. Nell’agenda politica e anche dai mass media non ve ne è traccia.
Forse c’è dell’imbarazzo a parlarne: sono state fatte affermazioni roboanti, sono state espresse indignazione morale e condanne fortissime. Giuste, ma squilibrate.
Condivisibili ma con la necessità di farle seguire da altrettante condanne dell’altra parte in guerra, oltre Trump e Netanyahu. Che non ci sono state.
Ora qualcuno comincia a prendere atto di cosa accadrà se l’Iran dovesse “vincere”?
L’imbarazzo in questo caso, ripensare alle proprie posizioni, è un segno positivo: subito cancellato dalla volontà di escludere ogni riflessione su quanto sta accadendo.
Al centro della storia c’è un fragile equilibrio tra deterrenza, escalation e il rischio di una guerra regionale più ampia. Il Golfo Persico è più di un semplice punto caldo regionale. È un punto di pressione globale in cui petrolio, navigazione, potenza militare e diplomazia si scontrano.
In quel punto si è accesa, da anni, trascurata per convenienza prima che per ignoranza, una fiamma sotto un contenitore. La pentola ha iniziato a bollire e far salire sempre più la pressione. Sarà stato sbagliato togliere il coperchio prima di toglierla dal fuoco, ma che il bollore fosse pericoloso non c’è dubbio.
Purtroppo, negli ultimi tempi la velocità con la quale si assumono giudizi anche su vicende straordinariamente complesse è incredibilmente alta, a riprova di scarsità di riflessioni; ma è tuttavia minore di quella con la quale si assommano pregiudizi. E il risultato è che, nel condannare un atto che è condannabile, ci si dimentica di leggere dietro cosa c’è.
Prendere le distanze da atti ingiusti ma non ingiustificati è un esercizio difficile: ma da noi si fa a gara nell’esprimere le più ferme posizioni prima degli altri e, perciò, non c’è tempo per ragionare.
Anche sulle cose più importanti. E la geopolitica che sta ridisegnando i rapporti nel mondo lo è ridiventata da ormai almeno 20 anni, essenziale solo sapere se sei con me o contro di me “a prescindere”: e il gioco a squadre contrapposte va avanti. E lo strabismo aumenta.
I pasdaran: “non abbiamo altra scelta che avere l’atomica”. I pasdaran: “Controllare lo Stretto di Hormuz e mantenere l’ombra del suo effetto deterrente sull’America e sui sostenitori della Casa Bianca nella regione è la strategia definitiva dell’Iran islamico”.
Ma i pasdaran sono l’Iran, non solo il suo braccio armato. E sono la longa manus di altre potenze. Quelle che siedono al tavolo della nuova ripartizione del mondo.
Macron dice: “Siamo tutti sulla stessa barca, e non è una barca che abbiamo scelto, se posso dirlo”. Ok: e allora?
Lo ripeto: quella in Iran e in Libano non è la nostra guerra, ma tutto ciò che ha portato allo scontro, e quello che dallo scontro risulterà definito, è problema nostro, più di chiunque altro.
Servirebbe parlarne con franchezza e con serenità.





