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Trump, Iran e il fantasma del patto Molotov-Ribbentrop

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USA, Iran e fantasma

Pace o illusione?

Quando due nemici storici si siedono improvvisamente allo stesso tavolo, la storia offre sempre qualche parallelo.

Tra quelli evocati nelle ultime settimane c’è persino il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, l’accordo con cui Germania nazista e Unione Sovietica decisero di sospendere temporaneamente il confronto ideologico per perseguire interessi strategici immediati.

Il paragone è forte e per molti versi improprio, ma aiuta a porre una domanda fondamentale: il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran rappresenta una vera pace o soltanto una tregua destinata a durare finché conviene alle parti?

Guardando agli ultimi mesi, il cambio di tono appare evidente. Donald Trump è passato dalle minacce di distruzione delle infrastrutture strategiche iraniane e dalla massima pressione economica alla prospettiva di un’intesa che riconosce la sovranità iraniana e apre a nuovi negoziati.

Teheran, dal canto suo, continua a definire Washington un avversario strategico ma mostra interesse a una stabilizzazione che consentirebbe di alleggerire l’impatto delle sanzioni e rilanciare le esportazioni energetiche.

La lettura più realista suggerisce che nessuno dei due contendenti abbia ottenuto ciò che voleva davvero.

Gli Stati Uniti hanno una schiacciante superiorità militare ma non dispongono di una soluzione semplice per trasformarla in una vittoria politica definitiva.

L’Iran, al contrario, non può sconfiggere Washington ma ha dimostrato di poter aumentare enormemente i costi di qualsiasi conflitto prolungato attraverso la propria rete regionale e il controllo di snodi strategici come Hormuz.

In altre parole, entrambi hanno scoperto i propri limiti.

È qui che il paragone con il Molotov-Ribbentrop mostra tutte le sue debolezze. Nel 1939 Berlino e Mosca si accordarono per spartire territori e prepararsi a una futura resa dei conti.

Oggi non esiste alcuna spartizione geopolitica né una visione comune tra Washington e Teheran. Esiste piuttosto una convergenza temporanea di interessi: ridurre la tensione, stabilizzare il mercato energetico e guadagnare tempo.

Da questo punto di vista l’accordo assomiglia molto di più alle grandi fasi di distensione della Guerra Fredda.

La vera notizia, infatti, non è che Iran e Stati Uniti parlino. La vera notizia è che entrambe le parti sembrano aver accettato che una vittoria totale sia irraggiungibile o troppo costosa.

Per questo il memorandum non va letto come una pace storica ma come una tregua strategica. Potrebbe essere il primo passo verso un nuovo equilibrio regionale oppure soltanto una pausa tra due crisi future.

La storia insegna che molte guerre finiscono quando i contendenti comprendono di non poter ottenere tutto ciò che desiderano. Se questo sarà sufficiente a trasformare la tregua in pace, lo diranno i prossimi mesi.

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