Qualche suggerimento contro il sovraffollamento
Le parole del nostro Presidente della Repubblica sono un segnale alto e determinante nella più ampia questione carceraria e un monito che va ascoltato e condiviso.
Sono grida più che giustificate, ma puntualmente disattese sia da governi progressisti sia da governi conservatori.
La verità è che il ragionare seriamente, e non a “spot”, come fanno organismi forensi, unici a impegnarsi almeno a evidenziare l’enorme problema in atto da decenni, non risolve il profondo disagio in cui vivono migliaia di persone detenute.
Vi è la necessità del carcere?
Prima di tutto, si deve rispondere a questa domanda, che, in apparenza, potrebbe sembrare banale o, addirittura, priva di un senso reale.
Invece, riteniamo che sia il cuore giuridico, etico, filosofico e culturale del problema che intendiamo mettere a fuoco.
I sistemi giudiziari – tutti – hanno trovato come “rimedio” al comportamento posto in essere dal reo quello di isolarlo dalla società civile per un dato tempo o, per sempre, nei casi più gravi.
L’isolamento avrebbe portato il reo in un luogo chiuso nel quale non c’era rischio di reiterazione del comportamento a tutela della società tutta.
Quali le conseguenze della detenzione e l’obbligo di tutela e protezione dello Stato nei confronti dei detenuti?
Qui, veniamo a un tema molto importante che spesso la massa confonde e qualche politico, pure.
Il detenuto è e resta una persona, che è titolare di diritti soggettivi e di diritti costituzionali garantiti.
Il detenuto non può subire violazioni della sua persona né pressioni psicologiche di alcun tipo nel tempo della detenzione.
Tali eventuali comportamenti nei confronti del detenuto devono essere perseguiti ed egli messo in sicurezza; si veda il reato di tortura – art. 613-bis c.p..
Tutto ciò è essenziale per comprendere il valore della persona detenuta che non può e non deve essere trattata violando i suoi diritti soggettivi e i diritti costituzionali riconosciuti ed inviolabili.
Quali sono le condizioni reali delle carceri in Italia?
La realtà carceraria in Italia, salvo delle lodevoli e rare eccezioni, è disastrosa.
Lo è sotto il profilo degli edifici, che sono fatiscenti e non manutenuti, della capienza degli istituti stessi, sempre di gran lunga superata nei valori massimi, delle guardie carcerarie (polizia penitenziaria) che sono sempre in sotto numero e costrette a turni supplementari estenuanti, della carenza o totale mancanza delle strutture educative, formative e ricreative all’interno degli istituti di pena.
I prigionieri – per lo più stranieri – sono tenuti come “sardine in scatola” senz’alcuna attività e senz’alcun futuro.
Così, ovviamente, non si rieduca, così si incattivisce la persona e la si rende ostile rispetto al sistema e al mondo esterno.
Gli istituti di pena devono essere completamente ripensati come struttura fisica, spazi interni e presenza di educatori e personale non penitenziario.
Il carcere non può e non deve essere un luogo dove si viene buttati senza un futuro, ma un posto nel quale, attraverso gli strumenti della struttura medesima, si attua quel percorso rieducativo necessario e doveroso.
Sicuramente, si deve partire dai punti sopra indicati con un progetto valido e con l’impiego di fondi.
Poter rieducare e poter reinserire soggetti rieducati nella società significa avere raggiunto il traguardo indicato dalla Costituzione; si tratta di salvare vite, quelle dei detenuti e quelle delle future e potenziali vittime.
La presenza numerosa di soggetti in misura cautelare
Le carceri ospitano detenuti definitivi, sui quali faremo delle considerazioni più avanti, e dei detenuti in misura cautelare.
Le misure cautelari sono quelle disposizioni che l’ordinamento prevede in casi specifici e in condizioni normatizzate.
Nel nostro sistema, in grande parte, si abbonda in misure cautelari, spesso contro politici – come non ricordare la stagione di Mani Pulite – e si fa un uso delle stesse smodato anche in presenza di reati non violenti e di soggetti non socialmente pericolosi.
Non vogliamo criticare provvedimenti giudiziali che le applicano, ma è indubbio che le misure cautelari sono, oltremodo, sovrabbondanti d anticipano pene che poi, in molti casi, non vengono neppure applicate.
La presenza di troppi soggetti in misura cautelare nelle carceri non è responsabilità né dei PM né dei GIP, che svolgono il loro lavoro seguendo le norme, ma di un sistema processuale che non consente una definizione del processo in tempi ragionevoli e brevi, al contrario di quanto recita la Costituzione.
Le ragioni di tale dilatazione dei tempi del processo sono molteplici:
a) troppo pochi magistrati; b) troppo pochi cancellieri; c) una non corretta applicazione dei sistemi informatici, anche perché il penale non è stato fornito; d) una messe di fattispecie di reato che andrebbero riviste e abrogate.
Insomma, il processo penale assomiglia molto a un imbuto che capta una serie molto ampia di reati, ma che ha una forte strozzatura nella definizione delle responsabilità e del processo.
I soggetti meno abbienti e stranieri, in generale, hanno un elevato grado di probabilità che ciò accada loro.
Non abbiamo la soluzione “in tasca”, ma tentiamo di suggerire qualcosa, sperando di utili.
In primo luogo, un massiccio aumento di magistrati, qualificati e preparati, magari anche presi tra le fila degli avvocati, con esperienza ultra ventennale; un massiccio aumento di cancellieri per i Tribunali e segretari per la Procura scegliendo, gli stessi, in particolare in base alle competenze informatiche; informatizzare seriamente i sistemi e non farlo in modo approssimativo; fornire le PEC ufficiali per ogni Tribunale e Procura della Repubblica d’Italia a ogni Ordine Forense, un elenco che abbia valore di legge, e non che si debba sempre fare ricorso a ricerche del momento e all’intuito occasionale; depenalizzazione e attuazione di un sistema di recupero delle sanzioni amministrative efficace; munire tutti i cittadini Italiani di una PEC, gratuita per i primi due anni e poi a € 10,00 all’anno, risparmiando sulle notifiche di tutti gli atti civili e penali, atti di esecuzione e quant’altro; per i cittadini stranieri rendere noto, dopo la prima notifica che ogni altra notifica sarà fatta all’Ambasciata o al Consolato del loro Paese e che devono essere loro a informarsi (il processo non può non celebrarsi perché lo straniero si rende irreperibile per sua scelta); applicazione, quando possibile, di sistemi di rilevazione del soggetto, come braccialetti elettronici o quant’altro sia utile, in modo che lo stesso sia sempre monitorato.
Tutto questo velocizzerebbe il sistema e consentirebbe una detenzione per le misure cautelari in carcere molto sporadica, se non, addirittura, eccezionale.
La presenza numerosa di detenuti stranieri: situazione, conseguenze e rimedi possibili
La presenza di detenuti stranieri, in misura cautelare o in via definitiva, reclusi nelle nostre carceri dev’essere risolta una volta per tutte; ha costi elevati e non ha giustificazione alcuna.
Nell’assoluto rispetto delle leggi nazionali e di quelle internazionali bisogna assolutamente pensare a dislocare i detenuti stranieri, anche appartenenti all’UE, nei loro Paesi d’origine, dove sconteranno la pena inflitta dai Tribunali italiani.
Sicuramente, per quelli definitivi, non vi sono problemi particolari, a meno che, nel loro Paese, non vi siano condizioni di rischio effettivo per la loro vita e incolumità.
La dislocazione nelle carceri del Paese di provenienza con trattati ad hoc consentirebbe uno svuotamento dei nostri istituti di pena, un alleggerimento per la Polizia Penitenziaria e un risparmio economico non indifferente.
L’espulsione è un altro strumento che deve essere attuato ogniqualvolta sia possibile con schedatura, brutta parola ma utile strumento che anche in Paesi occidentali e democratici – esiste negli USA e in Gran Bretagna – dei soggetti e, quindi, con un reale controllo in caso di un nuovo ingresso, ovviamente vietato e clandestino, in Italia.
Appare intollerabile e insostenibile quanto oggi viene fatto sui provvedimenti di espulsione.
Una nuova edilizia carceraria è possibile e assolutamente necessaria
Considerato tutto quanto sopra espresso in termini di concrete riforme e rimedi, non abbiamo la presunzione di avere risolto tutti i problemi, ma certo così non si può andare avanti, bisognerà mettere mano a una ristrutturazione dell’edilizia carceraria.
Posto che con i braccialetti elettronici, la depenalizzazione, la dislocazione nei Paesi di origine dei detenuti definitivi, l’attuazione di lavori socialmente utili che devono essere fatti svolgere dai detenuti meno pericolosi, il cosiddetto sovraffollamento si dovrebbe ridimensionare (molto è stato fatto dal Governo Meloni e dal dicastero guidato da Nordio), occorre, però, pensare a carceri che inglobino e siano più umane e siano:
a) luoghi di studio; b) luoghi di svago; c) luoghi di impegno lavorativo; d) luoghi di incontro con le famiglie; e) reale possibilità di trovare una collocazione lavorativa dopo un percorso carcerario.
Luoghi di detenzione dove attuare e attivare sistemi di videosorveglianza totale, riducendo il contatto detenuto/polizia penitenziaria, che dovrebbe essere adibita, massimamente, a un controllo generale dell’istituto, dove educatori e figure professionali facciano sistema e inglobino i reclusi in un progetto globale di recupero e insegnamento.
Un’alternativa al carcere è possibile com’è è possibile un’umanizzazione della pena
Ulteriore sistema di alleggerimento del carico numerico carcerario è dettato dal fatto che i detenuti con pena detentiva, anche parte di una principale, non superiore a 3 anni, se non si tratta di reati ostativi, potrebbero essere collocati ai domiciliari o in libertà con un programma di lavori socialmente utili e un braccialetto elettronico che ne individui la geolocalizzazione in tempo reale.
Tale sistema consentirebbe, con certezza, un’elevata diminuzione dei soggetti che affollano le carceri.
Al tempo stesso, per i reati che prevedono nel minimo una pena dai 6 ai 12 mesi si devono prevedere già sanzioni sostitutive sempre con progetti socialmente utili e di rieducazione, ma questo è già in gran parte attuale.
In tal senso ha legiferato la riforma Cartabia, ma tale impostazione per i reati minori deve essere incentivata.





