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Mosca brucia

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Mosca

Perché non sono sorpreso? In fondo era solo una questione di tempo

Non sono abbastanza ferrato nella gestione dei dati su Internet e non ho la pazienza di informarmi o insistere per prove ed errori, ma sono abbastanza sicuro che intorno al 2023 ho pubblicato almeno un articolo in cui concludevo che, prima o poi, gli ucraini sarebbero arrivati a colpire le città russe così come i russi stavano colpendo le loro.
Di sicuro, all’epoca la cosa sembrava fantascienza ai più, e infatti rammento la valanga di commenti che irridevano alla mia supposta sfrenata fantasia e alla mia evidente mancanza di obiettività (già allora era in corso la mia battaglia contro i mulini a vento per spiegare la differenza fra obiettività e imparzialità).

Era anche il periodo in cui ipotizzavo (sbagliando clamorosamente purtroppo) che Biden avrebbe concesso fino a 200 F-16 all’aviazione ucraina e, magari, anche una cinquantina di A-10… Purtroppo così non è stato, ma sarebbe stato saggio farlo.

A guerra finita sarà il caso di riflettere profondamente sul fatto che quasi sempre lo sforzo per limitare un conflitto piuttosto che di vincerlo ha come unico risultato prolungarlo più del dovuto e causare complessivamente molte più vittime…

Ma questo è un altro discorso, e oggi vorrei concentrarmi sui bombardamenti (ormai in serie) che colpiscono Mosca.

Condivido pienamente la soddisfazione di chi plaude alle colonne di fumo che si levano a meno di 15 chilometri dal Cremlino, e ammetto di aver gioito alla vista del gigantesco frisbee lanciato in cielo dall’esplosione della cisterna di gas colpita dal razzo Pantsir russo che aveva clamorosamente mancato il bersaglio… Però devo anche cercare di moderare gli entusiasmi.

Lo scenario a cui stiamo assistendo rappresenta visivamente una svolta che in realtà si è verificata già mesi fa e che pone la Russia nettamente sulla difensiva a livello strategico pur disponendo ancora di una minima iniziativa locale a livello tattico e operativo.

L’ho scritto più volte e lo ribadisco: le incursioni sui centri urbani non hanno praticamente nessun impatto sulle operazioni militari sul campo, e questo vale sia per i russi che per gli ucraini. Quindi il semplice fatto di essere arrivati a colpire in modo clamoroso prima San Pietroburgo e poi Mosca NON significa essere vicini alla vittoria militare.

Però…

Alcune considerazioni sono d’obbligo.

I bombardamenti sulle capitali si effettuano fondamentalmente a scopo psicologico, per dimostrare al nemico (sia la popolazione che la sua leadership) che i rapporti di forze sono tali da renderli possibili e al mondo che chi li subisce è in posizione di debolezza; ma possono anche avere degli scopi militari più o meno validi.

Mentre lo scopo primario si raggiunge unicamente con la pura visibilità dell’attacco, quelli secondari dipendono dalla precisione e dall’efficacia dei colpi portati al nemico.

Qui il confronto fra Russia e Ucraina è impietoso.

Il rapporto di forze iniziale fra le due Nazioni era tale per cui il fatto che i russi potessero bombardare Kyiv non sorprese né gli ucraini né il mondo. Mettere gli ucraini di fronte alla loro vulnerabilità poteva indurli alla resa, oppure spingerli rapidamente oltre la “soglia del dolore” e renderli di fatto impermeabili alle sofferenze imposte dal conflitto; nel momento in cui si è verificata la seconda eventualità, lo scopo terroristico dei bombardamenti su Kyiv si è perso, ed è rimasto solo quello di pressione psicologica su chi supportava l’Ucraina ed era ancora ben lontano dalla fatidica “soglia del dolore”: NOI.

Di fatto, il vero bersaglio dei bombardamenti sulle città ucraine dal 2023 in poi non sono stati più gli ucraini, ma gli europei che si ostinavano a sostenerli, e infatti ad ogni bombardamento seguiva la campagna mediatica su “Zelensky e gli Occidentali che sacrificano inutilmente le vite degli ucraini”: lo scopo era interrompere gli aiuti. Ma non ha funzionato.

Il fatto che Mosca venga raggiunta dal fuoco dopo quattro anni e mezzo di guerra però ha un impatto ben diverso. I russi, e in particolare i moscoviti che della popolazione russa sono il “dominus” sociale, sono ancora ben lontani dalla “soglia del dolore”, e lo shock di vedersi improvvisamente esposti ai bombardamenti di un nemico che si presumeva lontano e inferiore rischia di essere tale da non spingere affatto verso una stoica resilienza come avvenuto con gli ucraini, ma piuttosto verso una disillusione cocente nei confronti della propria leadership che aveva garantito loro incolumità e impunità.

I video diffusi dagli stessi moscoviti sono implacabili: la gente non mostra rabbia o combattività, piuttosto sembra ondeggiare fra il panico e il divertimento incosciente.

Quanto al mondo, quello che si vede sugli schermi è un conflitto sempre meno asimmetrico, dove la Russia appare sempre più vulnerabile e sempre meno in controllo della situazione.

La propaganda basata sull’invincibilità russo-sovietica appare sempre più vuota, i Governi che avevano creduto alle capacità militari russe come quelle di un alleato credibile (come l’Iran, la Corea del Nord e soprattutto la Cina) si pongono giustamente delle domande e si danno anche delle risposte, mentre quelli che tentennavano nel sostegno all’Ucraina (come l’America) devono ricredersi.

Circa gli scopi secondari di valore militare più o meno significativo, dovrebbe ormai essere evidente a tutti che i bombardamenti russi su Kyiv non ne abbiano sortiti molti. Non risultano colpiti posti comando, centrali intelligence o depositi militari di alcun tipo, mentre il numero di condomini distrutti ormai è tale da escludere che si sia trattato di errori.

Unici bersagli non puramente terroristici colpiti dai russi ma dotati di valore “dual-use” sono le centrali termiche colpite sistematicamente prima degli inverni passati: in effetti queste alimentano (anche) l’industria bellica e, quindi, sono obiettivi legittimi; peccato però che la propaganda invece di puntare sulle difficoltà (peraltro inesistenti) dell’industria bellica ucraina, preferisse parlare del gelo che attendeva la popolazione a causa come sempre di “Zelensky e gli Occidentali che sacrificano inutilmente le vite degli ucraini”, rivelando così l’intento puramente terroristico.

Questo naturalmente non solo per l’intento in sé, quanto soprattutto per l’incapacità di individuare e soprattutto di colpire con precisione obiettivi militari in ambiente urbano, a causa dell’arretratezza tecnologica dei sistemi di rilevazione satellitare russi rispetto a quelli occidentali che supportano il ben più avanzato Targeting ucraino.

Al contrario, gli ucraini stanno colpendo a Mosca (e in altre città) obiettivi “dual use” ben precisi, e in particolare le raffinerie.

Ora, nel quadro di una campagna che ha già martellato l’industria petrolifera russa per mesi, obbligando il primo produttore mondiale di idrocarburi a razionare il carburante e a importare benzina raffinata, anche gli impianti della capitale assumono un rilievo militare; ma di fatto ben poco del carburante prodotto nelle raffinerie appena distrutte sosteneva l’esercito russo.

Oltre all’impatto psicologico, il valore militare dei bombardamenti degli ultimi giorni è consistito fondamentalmente nell’esporre l’inadeguatezza della difesa della capitale russa, considerata comunemente quella dotata della migliore contraerea del mondo, non solo all’opinione pubblica ma anche e soprattutto alla stessa leadership russa.

Di nuovo, sono i filmati messi in rete dai moscoviti a mostrare militi ceceni della Rozgvardya goffamente alle prese con lanciamissili spalleggiabili che probabilmente non avevano mai visto prima, sistemi avanzati come i Pantsir centrare depositi di gas invece che droni nemici e missili antibalistici abbattere in diretta droni sopra centri commerciali.

È anche vero che abbiamo visto pure un drone ucraino colpire l’ultimo piano di un condominio, ma dal filmato risulta piuttosto chiaro che il palazzo non fosse l’obiettivo e che l’errore sia derivato dal profilo di rotta del drone stesso che cercava di volare più basso possibile.

Da citare, infine, un aspetto poco segnalato in rete: i recenti attacchi alle raffinerie prossime alle grandi aree urbane hanno provocato come conseguenza indiretta il caos nel trasporto aereo civile russo: un passo in avanti verso la chiusura dello spazio aereo russo, che a sua volta rappresenterebbe un colpo mortale oltre che alla credibilità russa anche alla sua già disastrata economia.

Queste sono solo alcune delle considerazioni a caldo a cui si prestano gli eventi degli ultimi giorni. Di sicuro, la guerra continua ad evolversi, e anche se la sua conclusione non è dietro l’angolo, l’impossibilità da parte della Russia di porvi fine in maniera favorevole appare ormai conclamata.

Da parte ucraina però è presto per cantare vittoria: una campagna strategica come quella appena avviata, per avere successo deve colpire con continuità non solo il morale del nemico, ma soprattutto la sua economia e la sua rete di trasporto, fino ad arrivare nel tempo al risultato di strangolare all’origine la logistica che sostiene le sue forze armate.

Se sarà possibile mantenere l’attuale pressione per tutta l’estate e l’autunno, potrebbe essere possibile portare l’esercito russo all’asfissia e al collasso. Ma perché sia possibile, occorre che il sostegno europeo continui e si rafforzi ulteriormente.

L’Orso Vladimiro è già paonazzo: bisogna che rimanga del tutto senza fiato.

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