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Dalla NATO della protezione USA alla NATO della responsabilità europea

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Le motivazioni strategiche dietro la scelta degli USA di ridurre la loro presenza militare in Europa

Il ridimensionamento americano in Europa non è più una domanda, ma una questione di tempi. La notizia rilanciata dall’ANSA e anticipata dal Wall Street Journal è molto più importante di quanto possa apparire a una prima lettura.

Il fatto che il segretario alla Difesa Pete Hegseth fosse pronto ad annunciare a Bruxelles ulteriori riduzioni delle forze statunitensi in Europa, salvo poi essere fermato dal segretario di Stato Marco Rubio e da altri esponenti dell’amministrazione, non significa che Washington abbia cambiato idea.

Significa, piuttosto, che all’interno della Casa Bianca esiste ancora un confronto sul ritmo, sulle modalità e, soprattutto, sulle conseguenze strategiche del disimpegno americano dal continente europeo.

La domanda non è più se gli Stati Uniti ridurranno la loro presenza militare in Europa, ma quanto rapidamente lo faranno e quali capacità ritireranno per prime.

Dietro questa scelta esistono almeno quattro motivazioni strategiche.

La prima è la competizione con la Cina che, per Washington, è il principale teatro strategico del XXI secolo; abbiamo compreso che non è più l’Europa orientale ma l’Indo-Pacifico.

Ogni brigata corazzata mantenuta in Europa è una brigata che non può essere impiegata nel Pacifico occidentale, dove gli Stati Uniti si preparano a gestire l’equilibrio militare con Pechino attorno a Taiwan, al Mar Cinese Meridionale e alla prima catena insulare asiatica.

La seconda riguarda il peso economico della sicurezza europea, l’amministrazione Trump considera ormai conclusa la stagione nella quale Washington garantiva la sicurezza del continente mentre molti alleati investivano quote relativamente modeste nella difesa.

Il messaggio politico che arriva da Washington è chiaro: l’Europa dispone delle risorse economiche necessarie per sostenere la propria sicurezza convenzionale e deve iniziare a farlo in maniera autonoma.

La terza motivazione riguarda il Medio Oriente e la crisi iraniana. Durante le operazioni contro Teheran alcuni alleati europei hanno mostrato esitazioni nel concedere basi, infrastrutture e diritti di sorvolo alle forze americane.

Negli ambienti strategici statunitensi questo atteggiamento è stato interpretato come il segnale di un sostegno politico non sempre garantito nei momenti di crisi.

Infine, esiste una questione di filosofia strategica, la NATO nata nel 1949 era costruita attorno alla centralità americana, la NATO che potrebbe emergere nel prossimo decennio sarebbe invece un’alleanza nella quale gli Stati Uniti continuano a fornire deterrenza nucleare, capacità spaziali, intelligence strategica e superiorità tecnologica, mentre la difesa convenzionale del continente viene affidata in misura crescente agli europei.

Ed è probabilmente questo il vero significato politico dello stop imposto a Hegseth. Marco Rubio rappresenta la componente dell’amministrazione che teme un ritiro troppo rapido, capace di generare un vuoto strategico che Mosca potrebbe interpretare come un’opportunità. Pete Hegseth rappresenta invece la corrente favorevole a una riallocazione accelerata delle risorse verso il Pacifico. Il confronto non riguarda l’obiettivo finale ma la velocità della transizione.

È qui che assume significato il continuo alternarsi di annunci, smentite, correzioni e rinvii che negli ultimi mesi ha caratterizzato la postura americana verso l’Europa. Prima il ritiro di parte delle forze dalla Germania, poi la cancellazione del dispiegamento di una brigata corazzata in Polonia, successivamente l’annuncio dell’invio di nuove unità verso Varsavia, quindi il ritiro della brigata dalla Romania e infine la revisione generale della presenza americana nel continente con un orizzonte di sei mesi.

Più che una serie di decisioni scollegate, sembra il tentativo di gestire una transizione strategica senza provocare shock politici all’interno dell’Alleanza Atlantica. Washington sta cercando di ridurre il proprio impegno convenzionale in Europa senza dare l’impressione di abbandonare il continente e senza offrire a Mosca l’immagine di una NATO indebolita.

Il problema è che questa fase intermedia rischia di produrre l’effetto opposto, gli europei percepiscono una crescente incertezza americana mentre la Russia osserva un’alleanza impegnata a ridefinire il proprio equilibrio interno.

Per l’Europa il nodo centrale non è tanto il numero dei soldati americani presenti sul continente.

Il vero problema riguarda ciò che gli europei ancora non possiedono in quantità sufficiente, trasporto strategico, rifornimento in volo, intelligence satellitare, capacità di comando integrato, difesa antimissile, guerra elettronica e sistemi di attacco a lungo raggio.

Sono queste le capacità che costituiscono il vero collante operativo della NATO. La questione centrale diventa quindi il tempo necessario affinché l’Europa riesca a sostituire almeno una parte di queste funzioni senza compromettere la credibilità della deterrenza nei confronti della Russia. È quello che alcuni analisti definiscono già il “transition gap”, quel periodo che separa la riduzione delle capacità americane dalla costruzione di equivalenti europei.

Ed è probabilmente proprio questo il motivo dei continui tira e molla osservati negli ultimi mesi. La revisione annunciata dal Pentagono non appare quindi come una semplice questione amministrativa, ma potrebbe rappresentare l’inizio della più profonda trasformazione della sicurezza europea dalla fine della Guerra Fredda.

La transizione dalla NATO della protezione americana alla NATO della responsabilità europea è probabilmente già iniziata. Resta da capire soltanto se l’Europa riuscirà a completarla prima che gli Stati Uniti decidano di accelerarne i tempi.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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