I tentativi di ideologismi che nascondono una voglia di regime
Senz’alcuna pretesa di avere verità in tasca, ma con l’orgoglio di avere una testa pensante, magari che sbaglia ma che vuole essere libera nel suo pensiero, colgo l’occasione di alcune reazioni riguardanti le mie opinioni sull’ANPI per esprimere più compiutamente cosa intendo con l’affermazione fatta.
Vi sono posizioni politiche, prese all’ombra di prestigiose “intestazioni”, che appaiono lezioni di idealismo e sono, invece, tentativi di ideologismi che nascondono una voglia di regime che per me è inaccettabile.
Perché la prima cosa da smascherare è la favola che “regime” sia solo quello di destra. Non è così. Esprimo con forza la mia lontananza da questo mainframe.
L’ANPI (e già l’intestazione è menzognera) è un’associazione di “partigiani senza partigiani ma partigiana”. Ossia che fa politica. Ma lo nasconde dietro quel richiamo alla resistenza ed a i suoi militanti che partigiani non sono. E che di quelle medaglie sul petto non ne hanno.
E si fa pulpito anche per gli “infedeli”, che condanna con una supponenza che una democrazia non dovrebbe conoscere. Le posizioni politiche che esprime l’ANPI non sono le mie: e, puntualmente, per questo io, dall’alto di quel pulpito, divento non solo di destra ma fascista.
È già successo e ancora mi auguro succeda: significherebbe cha mantengo la capacità di pensare di mio.
Per restare nel tempo più vicino a noi, sul referendum di Renzi e poi su quello recente, sull’europeismo, su Israele e Palestina, sull’antisemitismo, sul putinismo, sul pericolo islamico, sul destino dell’Occidente le opinioni mie e quelle dell’ANPI sono molto discordanti. Le vedo, quelle ANPI, quasi sempre coincidenti con la sinistra più integralista.
Non le approvo, ma le accetto. Il primo obbligo – non è solo diritto – in democrazia è la libertà di pensiero e di opinione: se esso è dentro la legge e le regole istituzionali, contrastarne la libertà quello è fascismo.
Dunque, non è per orgoglio personale che non permetto a nessuno di etichettarmi per questa mia libertà.
L’ANPI credo abbia posizioni assunte in virtù di quello che Eco chiama il «fascismo eterno», l’ur-fascismo. Teoria, peraltro strumentalizzata, che penso sia profondamente semplificativa ma soprattutto gonfia di sfiducia nelle istituzioni.
Oggi il paventare pericoli fascisti (il fascismo oggi non c’è e non c’è nessun tentativo di ricostituirlo: in caso contrario tutte le istituzioni dell’intero stato democratico, magistratura e Presidente della Repubblica compresi, violerebbero la Costituzione e consentirebbero la negazione di se stesso) è un’opinione politica che vale esattamente come qualsiasi altra. Come la mia, che questo pericolo non vedo. Non più della mia.
L’ANPI, è vero, non è la sola in questo gioco del professorino in cattedra che pretenderebbe di dare lezioni: e far passare questo per metodo democratico. Non lo è. Il clima di caccia alle streghe che si è via via ingigantito sotto la spinta ossessiva del “pericolo fascista” ha già consentito la formazione ed affermazione di movimenti populisti e, in alcuni casi, qualunquisti.
E quando un pericolo di destra estrema si potrebbe davvero concretizzare, esso viene visto come un elemento per vincere la propria guerra: il nemico del nemico è mio amico.
Questa è oggi l’Italia: questo il gruppo dirigente di uno spezzone di sinistra i cui adepti si intrufolano in ogni corpo intermedio – il sindacato non fa eccezione – e negli stessi gangli dell’educazione, e dell’informazione, e della giustizia per condizionare pesantemente ogni discussione, ogni scambio di opinioni. Per additarti, se non li accetti, come nemico. Per accreditarsi come la verità.
È una “moda” che si allarga pericolosamente. Questo per me è regime.
Ho preso l’occasione dell’ultima uscita dell’ANPI sul pericolo che il Presidente della Repubblica, se non fosse di sinistra, sarebbe di parte, per dire la mia.
Intanto, implicitamente, questa posizione nega che vi furono partigiani anche non di sinistra. Dovrebbe far riflettere, se ve ne sono nell’ANPI, chi rispetta la memoria dei partigiani di formazione culturale centrista e persino alcuni della destra antifascista e dei monarchici. Che furono partigiani. E morirono da partigiani.
È una storiella passata per storia, semplificando una vicenda drammaticamente complessa, che suggerirebbe di leggere alcune pagine dimenticate, forse perché vere, a partire da quelle de “La pelle” di Malaparte a quelle di Pansa.
Tutti ovviamente fascisti nella vulgata che si è affermata: quella stessa che ha mentito sulle foibe e non solo.
Il mio tono non è sopra le righe: la presunzione che la sinistra sia il tutto e non una parte, e dunque un elemento immanente e il solo “sano” della politica, è aberrante.
Il nemico unico e la verità solo da una parte – direbbe Goebbels, che se ne intende di queste cose – sono il primo passo per convincere il popolo di essere l’unica soluzione a tutti i mali.
Ma quello fu regime. Che nacque da questi presupposti.
C’è chi accetta questo andazzo. Io no.





