E nel Paese del Papa crolla il matrimonio religioso e si smette di fare figli
2.936 ultimo dato consolidato, anno 2024. È il numero delle unioni civili celebrate in Italia. Quanto i matrimoni di un paio di mesi nella sola Roma.
Per questo numero il Parlamento ha combattuto una guerra durata anni. Per meno di 3.000 coppie si sono riempite piazze, spaccate coalizioni, sacrificate legislature. In un Paese di 59 milioni di abitanti.
E il numero sta già calando. Meno 2,7% rispetto all’anno precedente. Meno 3,1% nei primi nove mesi del 2025. Un istituto che perde pezzi prima di diventare adulto.
L’ISTAT ha misurato per la prima volta anche gli scioglimenti: 300 nello stesso anno.
Trecento su tremila. Una unione su dieci si è già dissolta. Tre quarti con procedura semplificata in Comune, senza nemmeno passare da un tribunale. Come restituire un pacco.
L’età media di chi si unisce civilmente racconta il resto: 45 anni gli uomini, 38 le donne. Non sono giovani che costruiscono un futuro. È la formalizzazione tardiva di relazioni già vissute. Un triste atto notarile con la bandiera arcobaleno.
In dieci anni di legge Cirinnà, le unioni civili costituite sono state 24.000 in tutto.
Ventiquattromila. A qualcuno sembrerà una conquista. Ma basta confrontarla con un altro numero per capire la sproporzione: nel solo 2025 l’Italia ha perso 296.000 persone in più di quante ne siano nate.
In dodici mesi si cancella una città grande come Verona. In dieci anni di diritto alle unioni civili si è formalizzata l’unione di 24.000 coppie.
Nello stesso decennio si sono persi quasi tre milioni di italiani nel saldo tra nati e morti.
Dove stava l’emergenza?
Mentre la politica si consumava su questo tema, il Paese reale moriva di altro. Nel 2025 sono nati 355.000 bambini. Ne sono morti 652.000.
Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14: il minimo storico. La Sardegna è a 0,86. Sotto la soglia di uno. Un’isola che si cancella da sola.
I matrimoni sono scesi a 165.000. Nel 1994 erano 291.000. In trent’anni l’Italia ha perso quasi la metà delle coppie che dicevano sì. E a crollare non è il matrimonio civile, che tiene. Crolla il matrimonio religioso: meno 11,7% in un anno. Nel Paese del Papa.
Il Paese di Papa Francesco per precisione che nel 2013, su un aereo di ritorno dal Brasile, pronunciò le cinque parole più devastanti del suo pontificato e della storia della Chiesa: “Chi sono io per giudicare?”.
La sinistra italiana applaudì. I fedeli attoniti restarono in silenzio.
Ma il silenzio dei fedeli è stato molto più rumoroso degli applausi dei laici: perché quando il pastore smette di guidare il gregge non perde i lupi, perde le pecore.
Il Vicario di Cristo non può permettersi il lusso del relativismo, anche se è un gesuita.
Milioni di credenti cercano nella Chiesa una bussola, non un sondaggio. E quando il Papa si fa intervistare come un politico in cerca di consenso, le chiese si svuotano. I numeri lo certificano.
Lo stesso Bergoglio, undici anni dopo, davanti ai vescovi della CEI avrebbe parlato di “troppa frociaggine” nei seminari.
Dal “chi sono io per giudicare” alla “frociaggine”: una parabola che ha scontentato tutti.
I progressisti con le retromarce. I tradizionalisti con le aperture. E, nel mezzo, un matrimonio religioso ogni dieci è diventato un ricordo.
Nessuno ha speso una legislatura per fermare questa emorragia. In compenso si è trovata l’energia per cancellare la festa del papà dalle scuole.
È successo a Roma, quartiere Ardeatino, asilo Chicco di Grano. Sono state abolite la festa del papà e quella della mamma, dopo le pressioni di una coppia di lesbiche, e sostituite da una generica “festa della famiglia”.
Il Municipio guidato dalla sinistra avallò. I padri che volevano fare colazione con i propri figli furono mandati a cercarsi un bar.
Che poi un bambino abbia due mamme resta un miracolo glorioso tutto da spiegare: la biologia, evidentemente, è diventata un’opinione.
Ma la biologia, a differenza delle ideologie, non si piega al desiderio. E il papà che manca alla festa è lo stesso che è servito a generare quel bambino. Solo che il suo nome non sta su nessun lavoretto.
Il dato che taglia più in profondità è un altro ancora.
La famiglia composta da una sola persona è oggi il modello dominante: il 37,1% del totale. Più delle coppie con figli, ferme al 28,4%.
L’Italia non è più un Paese di famiglie. È un Paese di solitudini. E il 43% dei bambini che ancora nascono viene al mondo fuori dal matrimonio. Trent’anni fa era meno dell’8%.
Nessuno nega il diritto di chiunque a formalizzare un legame affettivo. Ma la questione non è mai stata il diritto. La questione è la proporzione tra il clamore investito e la dimensione reale del fenomeno.
Si è combattuto per anni per il diritto a un’istituzione che gli stessi italiani hanno smesso di volere. Non sono i gay a non sposarsi. Non si sposa più nessuno. E nessuno fa figli. Figurarsi poi loro.
Per ogni cento giovani sotto i quindici anni l’Italia conta 208 anziani sopra i sessantacinque. Sei vecchi per ogni bambino sotto i sei. L’età mediana più alta d’Europa: 49,1 anni.
La popolazione tiene solo grazie ai 440.000 ingressi dall’estero. Senza di loro, l’Italia sarebbe già sotto i 57 milioni. E in caduta libera.
Non serviva spendere anni per una legge per 3.000 coppie. Ne serviva una rapidissima per far sì che nascessero quei 297.000 bambini che mancano all’appello.





