Il senso dei confini
«In quel giorno il Signore fece un’alleanza con Abramo dicendo: “Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate. (Gen. 15:18)”»
Nel Libro dell’Esodo e nel Deuteronomio, la promessa si fa comando operativo per la conquista della terra di Canaan.
I confini vengono dettagliati includendo territori montuosi e desertici, espandendo l’asse verso nord (il Libano):«Ogni luogo che la pianta dei vostri piedi calpesterà sarà vostro; i vostri confini si estenderanno dal deserto al Libano, e dal fiume, il fiume Eufrate, fino al mare occidentale [il Mediterraneo]. Deuteronomio 11:24»
Qui l’algoritmo teologico stabilisce una corrispondenza biunivoca tra l’azione fisica (“il calpestio del piede”) e il diritto di proprietà metafisica, un concetto che risuona profondamente nella prassi contemporanea degli insediamenti radicali. Ed Ezechiele riconferma, specificando le regioni della promessa.
Quindi oggi ci sarebbe da far guerra a Libano, Siria, Giordania, Egitto, Iraq, Arabia Saudita. Ma il progetto toraico del Greater Israel, o “Intera Terra d Israele” (questa la denominazione ebraica), per cui gli Israeliani tanto combattono, muoiono e uccidono, è praticamente realizzabile, o è un mito illusorio, o una trappola di morte per tutto il genere umano?
La fattibilità del progetto del “Greater Israel” (Grande Israele) – sia nella sua accezione massimalista biblico-ideologica (dal Nilo all’Eufrate), che in quella più pragmatica di espansione e controllo securitario diretto sulla Palestina storica, parti del Libano e della Siria – si scontra con rigidissimi vincoli interni ed esterni: strutturali, demografici e geopolitici.
L’analisi della sua realizzabilità, dei tempi, dei rischi e del ruolo dell’apparato strategico si articola su tre direttrici fondamentali.
Greater Israel: Realizzabilità, Tempi e Rischi
Allo stato attuale, l’estensione territoriale geometrica verso l’Iraq o l’Egitto è considerata irrealistica e militarmente insostenibile. Tuttavia, una variante “funzionale” del progetto – l’estensione della primazia militare e l’annessione de facto o de jure della Cisgiordania e di zone cuscinetto a Gaza e nel sud del Libano – è attivamente perseguita dalle frange più radicali del governo israeliano.
Non si tratta di un processo fulmineo, ma di una strategia incrementale di logoramento e ridefinizione dei confini che si estende su un arco temporale decennale (proiettato verso il 2045/2050). Il rischio principale è il cosiddetto overstretch (sovraestensione) militare e geopolitico.
Israele dimostra una letale superiorità tattica e tecnologica, ma incontra enormi difficoltà nel tradurre i successi militari in stabilità politica a lungo termine. Una mobilitazione permanente logora l’economia interna e restringe progressivamente il bacino di alleati internazionali disposti a legittimarne l’azione.
Il nodo geopolitico: Iran, Turchia e Pakistan
L’idea che per realizzare un’egemonia regionale sia necessario “neutralizzare” potenze come l’Iran, la Turchia e il Pakistan, che si oppongono al progetto, si scontra con la realtà di attori statuali complessi, profondamente diversi dalle milizie non-statali (come Hamas o Hezbollah).
L’Iran ha dimostrato la sua forza e la sua resistenza nella recente guerra, per ora sospesa, assieme alla sua capacità di colpire l’economia mondiale in ritorsione, bloccando lo Stretto e colpendo i centri di Intelligenza Artificiale nella regione. Se attaccato con armi atomiche, potrebbe contare sull’aiuto di potenze nucleari per la rappresaglia.
La Turchia tende ad espandere la sua area di egemonia, è pure forte militarmente, e fa parte della NATO: attaccarla avrebbe costi incalcolabili per l’intera architettura della NATO stessa.
Il Pakistan è una potenza nucleare dichiarata, sostiene l’Iran, ha intese militari con paesi islamici. Potrebbe intervenire direttamente.
Il ruolo di “Santa Dimona” (L’opzione Sansone)
Israele mantiene da sempre la politica della deliberata ambiguità nucleare, non confermando né smentendo il possesso di tali arsenali (che le avrebbe dato la Francia nel 1962, perché Kennedy non voleva). L’aiuto di Dimona funziona principalmente come deterrente esistenziale estremo (la dottrina Begin e l’Opzione Sansone).
Un deterrente paradossale: le armi strategiche di Dimona servono a garantire che lo Stato non venga cancellato dalle mappe da una coalizione di invasori, ma non possono essere usate per conquistare, occupare, stabilizzare o governare territori vicini, né per gestire la guerriglia asimmetrica o il controllo demografico.
In sintesi, Israele può proiettare una formidabile potenza tecnologica e militare per neutralizzare le minacce immediate ai suoi confini, ma la transizione da una superiorità coercitiva a un ordine imperiale stabile (“Greater Israel”) resta impedita da invalicabili limiti demografici, diplomatici e di sostenibilità economica interna.
La Dottrina di Santa Dimona
La transizione della dottrina militare israeliana rappresenta uno dei casi di studio più complessi della polemologia moderna. Per comprendere come un esercito nato per la difesa territoriale convenzionale si sia trasformato in una macchina proiettata sulla guerra preventiva e asimmetrica, occorre analizzare il passaggio attraverso tre fasi concettuali distinte.
La Dottrina Classica nell’era delle guerre simmetriche
Fissata originariamente da David Ben-Gurion negli anni ’50, la dottrina classica poggiava su una triade rigida, dettata da un’evidente asimmetria geografica e demografica (la mancanza di profondità strategica dello Stato ebraico rispetto alla coalizione dei paesi arabi).
I suoi cardini erano: la deterrenza (incutere paura a tutti), la vigilanza (eccellere nell’intelligence e nella predizione, anticipando il nemico); risolutezza (agire rapidamente, come nella guerra dei sei giorni del 1967, perché, contando soprattutto su riservisti, non può impegnarsi in conflitti lunghi senza asfissiare l’economia).
In questo schema, l’obiettivo era preservare lo status quo territoriale costringendo gli attori statali (Egitto, Siria, Giordania) a riconoscere l’impossibilità di distruggere Israele con mezzi convenzionali.
Il mutamento del paradigma: La minaccia asimmetrica e i “Proxy”
A partire dagli anni ’80 (con l’invasione del Libano e la nascita di Hezbollah) e in modo definitivo dopo la Guerra del Golfo (1991), gli avversari statali di Israele hanno compreso l’inutilità dello scontro corazzato o aereo diretto.
La strategia si è quindi spostata verso la guerra asimmetrica di logoramento, resistenzial-terroristica, coordinata dall’Iran attraverso la creazione dell’asse della resistenza (Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica, milizie sciite irachene, Houthi).
Questa minaccia presentava caratteristiche opposte alla minaccia considerata dalla dottrina Ben-Gurion, e ha imposto l’elaborazione di una nuova dottrina: la dottrina della Guerra Preventiva Totale.
I pilastri attuali si articolano su delle direttrici:
a) distruggere tutto e tutto, infrastrutture e umani, senza distinguere tra civili e combattenti;
b) usare una violenza sovra proporzionata, in modo da infliggere un trauma psichico ed economico durevole;
c) operare uno sradicamento sistematico della leadership e delle linee di approvvigionamento, estendendo il raggio d’azione preventivo direttamente sul territorio siriano e iraniano;
d) congiungere l’intelligence artificiale previsionale e la precisione delle armi rispetto ai bersagli.
Questa dottrina rimane puramente militare e manca di una controparte diplomatica o geopolitica a lungo termine: la sicurezza non può diventare un dato acquisito ma un processo ad altissimo costo che deve essere costantemente rinnovato.
Verso l’Autodistruzione?
Si deve ritenere che queste strategie di allargamento dei confini e/o del raggio di controllo e distruzione espongano Israele al rischio di essere annientato o di perdere gran parte della popolazione, che preferisce emigrare. Infatti, il successo tattico e militare rischia di produrre un collasso sistemico interno.
L’estensione del raggio di controllo e la dottrina della distruzione preventiva non espongono Israele a un “annientamento” militare convenzionale da parte di eserciti stranieri (impedito dalla superiorità tecnologica e dallo scudo di Dimona), ma accelerano una crisi di sostenibilità demografica ed economica che mette a rischio il futuro stesso dello Stato.
I dati statistici e le analisi strategiche evidenziano due vulnerabilità strutturali interconnesse. Il rischio principale per la resilienza israeliana non è l’invasione, ma l’erosione del suo capitale umano più qualificato. Israele non è solo una potenza militare; è una Startup Nation la cui sicurezza e superiorità strategica (inclusi i sistemi come Iron Dome, l’intelligence cibernetica e gli algoritmi di puntamento) dipendono direttamente dal suo settore high-tech e accademico. I dati macroeconomici e demografici più recenti evidenziano un trend preoccupante:
-Saldo migratorio negativo: Per anni il flusso migratorio è rimasto in attivo. Negli ultimi anni la tendenza si è invertita, registrando un saldo migratorio ampiamente negativo, con decine di migliaia di partenze superiori ai rientri.
-La selettività dell’emigrazione: Il fenomeno non colpisce la popolazione in modo omogeneo. A lasciare il Paese sono prevalentemente i cittadini laici, altamente istruiti (titolari di PhD, medici, ingegneri, specialisti in scienze STEM) e con redditi elevati. Oltre il 12% dei cittadini israeliani con un dottorato di ricerca vive stabilmente all’estero.
Oltre al pericolo fisico immediato dei conflitti asimmetrici, a pesare sono il costo della vita insostenibile, l’incertezza politica interna dovuta alle riforme istituzionali e, soprattutto, l’estenuante e prolungato servizio di riserva militare, che logora il tessuto professionale delle famiglie della classe media e dei lavoratori autonomi.
Questa dinamica migratoria innesca un circolo vizioso che incide direttamente sulla stabilità dello Stato, favorendo il fanatismo politico. Gli studi condotti dall’Israel Democracy Institute confermano che la propensione a considerare l’emigrazione è decisamente più alta tra i segmenti della popolazione laica rispetto alle componenti tradizionaliste o ultraortodosse (Haredim).
Poiché la comunità ultraortodossa gode di ampie esenzioni dal servizio militare e contribuisce in misura minore alla base fiscale del Paese (pur avendo i tassi di natalità più elevati), l’esodo della componente laica e iper-produttiva crea due scompensi letali: aggrava la situazione economico-finanziaria e riduce la base della leva militare.
Più che l’annientamento fisico per via traumatica, il rischio reale e attuale per Israele è pertanto un lento processo di asfissia geopolitica.
La scelta di perseguire una dottrina di pura coercizione militare e distruzione infrastrutturale nei paesi limitrofi aggiunge a ciò conseguenze complesse: la delegittimazione internazionale, l’esaurimento degli arsenali (missili intercettori), perdita di progettualità nelle giovani generazioni.
La rottura dei tabù mediatici e l’inversione dell’opinione pubblica
Nei mass media circolano analisi impensabili fino a pochi anni fa: “Israele paga e compera i politici americani con i soldi degli aiuti americani; Israele vuole trascinare gli USA in una guerra totale con l’Iran, incurante delle possibili conseguenze; Israele assassinò JFK perché si opponeva al suo programma nucleare; Israele pratica il genocidio razzista proprio come Hitler; i sionisti ricattano i governi controllando la finanza mondiale – etc.” E la maggioranza dell’opinione pubblica occidentale è ormai pro-Pal.
In considerazione di tutto quanto detto sinora, Israele sembra aver deciso di accelerare i tempi di Gog e Magog (la guerra di tutti i gentili contro il popolo eletto), prima di ritrovarsi immiserito, isolato e discreditato: o adesso o mai più.
La rottura dei vecchi tabù nei mass media e il ribaltamento dell’opinione pubblica occidentale indicano che lo scontro ha superato i confini geopolitici tradizionali per farsi guerra d’informazione e d’immagine.
L’ipotesi che la leadership israeliana possa decidere di accelerare i tempi di uno scenario apocalittico ricalcato sul mito escatologico di Gog e Magog (la battaglia finale contro le nazioni prima del trionfo messianico) descrive un’inquietante razionalità strategica: l’idea di forzare una crisi irreversibile prima che l’isolamento diplomatico privi il Paese delle sue linee di difesa.
La proliferazione di tesi un tempo confinate ai margini del dibattito e la reazione di Israele a questo mutamento sistemico meritano una decostruzione lucida su tre livelli.
Le narrazioni citate spaziano da analisi di Realpolitik spinta fino a vere e proprie letture cospirazioniste, ma il dato geopolitico rilevante non è la loro accuratezza fattoriale, bensì la loro improvvisa sdoganabilità.
Il loop dei finanziamenti (AIPAC): Il dibattito sul ruolo dei comitati d’azione politica americani (come l’AIPAC) si è polarizzato. Sebbene l’accusa formale secondo cui “Israele compera i politici con gli aiuti USA” sia una semplificazione tecnica (gli aiuti militari americani rimangono in gran parte vincolati all’acquisto di armamenti prodotti da industrie belliche statunitensi), l’enorme afflusso di fondi privati pro-Israele nelle primarie del Congresso americano ha reso questo meccanismo visibile e apertamente contestato dall’ala progressista dei Democratici e dai libertari.
La faglia generazionale in Occidente: L’opinione pubblica occidentale, in particolare nelle fasce demografiche sotto i 35 anni e nei campus universitari, ha mostrato un progressivo distacco emotivo e politico da Israele.
Il trauma storico della Shoah non funziona più come scudo di legittimità automatica per le nuove generazioni, che interpretano il conflitto attraverso le lenti della giustizia intersezionale, dei diritti umani e del post-colonialismo, assimilando le azioni dell’IDF a pratiche di apartheid o di pulizia etnica.
La tentazione della “Soluzione Finale” Geopolitica
Di fronte a un isolamento internazionale percepito come inevitabile e crescente nel tempo, la dottrina strategica di Israele – specialmente sotto l’influenza delle componenti messianiche e ultranazionaliste del governo – può effettivamente scivolare verso la logica della crisi accelerata.
Se il tempo gioca contro Israele (a causa del declino demografico interno del ceto laico e dell’ostilità globale), l’unica finestra di opportunità per ristrutturare permanentemente il Medio Oriente è scatenare il conflitto decisivo mentre si gode ancora della massima superiorità tecnologica e della copertura automatica di Washington.
In quest’ottica, trascinare gli Stati Uniti in una guerra totale contro l’Iran non è un effetto collaterale imprevisto, ma il reale obiettivo strategico. L’obiettivo è costringere la superpotenza americana a distruggere militarmente le capacità industriali, nucleari e statuali di Teheran, l’unico attore regionale in grado di proiettare una minaccia esistenziale a lungo termine contro lo Stato ebraico.
L’evocazione di Gog e Magog non è solo una metafora letteraria; per una parte rilevante della destra religiosa israeliana (e per ampi settori dell’evangelicalismo sionista americano, fondamentale alleato politico negli USA), essa rappresenta una mappa geopolitica reale.
Quando la politica estera smette di basarsi sul calcolo dei costi-benefici (Realpolitik) e si allinea a una visione escatologica, i rischi sistemici cambiano natura:
A livello di psicologia sociale, si attiva la sindrome di Masada generalizzata: Se il mondo intero è percepito come intrinsecamente ostile, il discredito internazionale non è più un segnale d’allarme che impone moderazione e riflessione critica, bensì, all’opposto, la conferma profetica dell’isolamento finale del popolo eletto.
La leadership israeliana scommette sul fatto che, nel momento del pericolo supremo, nessuna amministrazione americana (sia essa democratica o repubblicana) potrà permettere la distruzione fisica di Israele.
Di conseguenza, cerca di creare una situazione in cui gli USA e altri alleati siano costretti a scegliere tra lasciar distruggere Israele oppure distruggere (necessariamente mediante armi atomiche) i suoi nemici.
Allora un Medio Oriente devastato da una guerra totale e un Occidente permanentemente alienato creerebbero un ambiente macro-storico in cui la sopravvivenza biologica dello Stato Ebraico dipenderebbe unicamente dalla minaccia di annichilimento nucleare (Dimona) – trasformando Israele in una fortezza assediata, iper-militarizzata e priva di quel dinamismo economico e cosmopolita che ne ha decretato il successo nel secolo scorso.
Segue…





