Home Politica estera Il tempo della deterrenza: Doha tra negoziato e minaccia militare

Il tempo della deterrenza: Doha tra negoziato e minaccia militare

0
deterrenza

In attesa di conoscere gli esiti dei rapporti tra Stati Uniti e Iran

I colloqui indiretti previsti il 2 luglio a Doha tra rappresentanti statunitensi e iraniani, mediati da Qatar e Pakistan, rappresentano molto più di un semplice tavolo tecnico sul nucleare.

Sono il segnale che, dopo mesi di escalation militare e dopo il rischio concreto di una guerra regionale aperta, Washington e Teheran hanno accettato di entrare in una fase nuova, nella quale la gestione della crisi prevale, almeno temporaneamente, sulla ricerca della vittoria strategica assoluta.

La scelta della formula indiretta non è casuale, infatti nella lunga storia delle relazioni tra Stati Uniti e Iran, la distanza fisica tra le delegazioni ha sempre avuto un significato politico preciso, permette alle parti di negoziare senza concedere all’avversario il riconoscimento simbolico di una normalizzazione dei rapporti.

Doha diventa così il luogo della diplomazia della distanza, dove il dialogo esiste ma nessuno dei protagonisti è disposto ad ammetterlo apertamente. Anche la presenza del Qatar e del Pakistan come mediatori rivela l’emergere di una nuova geografia della sicurezza mediorientale.

Non sono più soltanto le grandi potenze occidentali a garantire la stabilità regionale, ma attori intermedi capaci di parlare contemporaneamente con Washington, Teheran, Ankara e Pechino. È il segno di un ordine internazionale sempre più multipolare, nel quale le potenze regionali assumono funzioni di equilibrio un tempo riservate alle superpotenze.

In questa situazione assume particolare rilievo la scelta dell’amministrazione americana di non coinvolgere direttamente nel negoziato le figure politicamente più esposte, mantenendo il confronto confinato a un livello tecnico e riservato.

Una decisione che non indica un ridimensionamento del coinvolgimento statunitense, ma al contrario la volontà di preservare margini di manovra e di poter modificare rapidamente la postura strategica qualora la trattativa dovesse fallire.

Probabilmente è in questo modo che dovrebbe essere letta la rivelazione secondo cui il presidente Donald Trump avrebbe valutato nei giorni scorsi, insieme ai vertici del Pentagono, la possibilità di riprendere operazioni militari su vasta scala contro l’Iran.

La discussione interna all’amministrazione americana non riguarda infatti la scelta tra guerra e pace, bensì lo strumento più efficace per ottenere il medesimo obiettivo strategico, impedire definitivamente a Teheran di trasformare il proprio programma nucleare in una capacità militare irreversibile.

La definizione utilizzata da alcuni funzionari statunitensi, ovvero la necessità di “completare l’opera”, è probabilmente l’elemento più significativo emerso nelle ultime ore.

Essa suggerisce che a Washington esista la convinzione che le operazioni militari precedenti abbiano già modificato gli equilibri strategici regionali e che un eventuale ritorno alle ostilità non sarebbe percepito come una nuova guerra, bensì come la prosecuzione di un processo rimasto incompiuto.

Proprio per questo la Casa Bianca sembra aver scelto, almeno per ora, una terza via, una deterrenza dinamica basata su negoziati prolungati e sulla disponibilità a effettuare attacchi limitati e chirurgici ogni volta che Teheran dovesse violare gli impegni previsti dal memorandum.

Gli Stati Uniti stanno sperimentando una forma di diplomazia armata permanente, nella quale la minaccia dell’uso della forza accompagna costantemente il tavolo negoziale invece di sostituirlo.

La decisione di non considerare rigida la scadenza del 18 agosto per un accordo sul nucleare conferma questa impostazione.

Per Washington il tempo non rappresenta necessariamente un vantaggio per Teheran; può trasformarsi, invece, in uno strumento negoziale utile a mantenere la pressione economica e militare sull’Iran senza assumersi i costi politici e strategici di una nuova guerra regionale.

Le discussioni emerse nelle ultime ore suggeriscono tuttavia che la Casa Bianca non abbia affatto escluso un ritorno alle ostilità. L’amministrazione americana sembra voler mantenere aperte simultaneamente entrambe le opzioni, sia il negoziato che la guerra.

Una strategia che ricorda la diplomazia coercitiva della Guerra Fredda, nella quale la credibilità del dialogo dipendeva proprio dalla credibilità della minaccia militare.

Doha non rappresenta soltanto un luogo di negoziazione, è diventata il punto di contatto tra due scenari opposti, la costruzione di una difficile stabilità regionale oppure l’anticamera di una nuova fase del confronto militare nel Golfo Persico.

Per il momento Washington sembra aver scelto di guadagnare tempo. Ma nel lessico strategico del Medio Oriente il tempo raramente è neutrale, quasi sempre lavora a favore di qualcuno e contro qualcun altro.

La diplomazia probabilmente riuscirà a evitare la guerra, ma per sapere quale delle due parti ritenga di aver ottenuto di più dovremo aspettare ancora qualche settimana.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui