La SIP presenterà il 5 e 6 novembre 2026 all’Istituto Superiore di Sanità il documento “Oltre lo sguardo”
Ai bambini di tre anni si può cambiare l’identità, da maschio a femmina e viceversa, da maschio a femmina e viceversa.
Noi sempliciotti parleremmo di cambiare il sesso, ma la Società Italiana di Pediatria non lo chiama così, usa termini che suonano scientifici. Ma il risultato è quello: nuovo nome, nuovi pronomi, nuovi vestiti, nuovi bagni, nuovi registri scolastici.
La SIP ha usato parole che confondono, ma rassicurano, come “affermazione di genere”, “transizione sociale”, “varianza di genere”. Quaranta pagine di lessico inclusivo per ammorbidire una scelta radicale.
Non è uno scherzo. A pagina 21 del documento “Oltre lo sguardo”, la SIP propone un caso-scuola. Un bambino di tre anni, registrato come Alan, manifesta preferenze femminili.
Come faccia un bambino di tre anni a sapere cosa vuol dire essere femmina è un mistero che il documento non si pone. Un bambino che crede a Babbo Natale, che ieri voleva fare l’astronauta e oggi il pompiere, che piange se gli tolgono un giocattolo.
Questo bambino però, secondo la SIP, ha le idee chiare sulla propria identità.
Il pediatra non suggerisce cautela. Prende atto e spedisce la famiglia verso associazioni e centri specialistici. Quali? Il documento li elenca nella sitografia: Arcigay, AGEDO, Famiglie Arcobaleno, GenderLens.
Organizzazioni il cui scopo è affermare, non esplorare. Mandare una famiglia confusa verso chi ha già la risposta non è orientamento: è indirizzo a senso unico.
Tre anni dopo, alla scuola primaria, la percezione del bambino di tre anni diventa fatto acquisito: carriera alias, cambio di nome nei registri, grembiule e bagni adeguati. Tre anni senza che un clinico indipendente abbia mai valutato se quella percezione fosse transitoria.
Ancora peggio. Il genitore porta il figlio da un pediatra. Il medico lo rassicura: stia tranquillo, è una fase che passa da sola. Bene: secondo la guida della SIP, a pagina 22, quel medico ha appena pronunciato una “parola che ferisce”. Rassicurare un genitore è sbagliato.
Eppure, le ricerche scientifiche dicono esattamente questo: in circa otto casi su dieci la varianza di genere infantile rientra da sola con la pubertà. Lo conferma la Cass Review, la più importante revisione internazionale sulla medicina di genere nei minori, che la SIP ha scelto di non citare nemmeno una volta nelle sue quaranta pagine.
Quella stessa Cass Review, commissionata dal sistema sanitario britannico, ha innescato la chiusura del Tavistock, la clinica londinese dove per trent’anni migliaia di minori sono stati trattati con lo stesso metodo affermativo che la SIP propone per l’Italia.
Ha documentato che la transizione sociale dei minori rende più probabile il percorso medico: bloccanti della pubertà, ormoni del sesso opposto, chirurgia.
La SIP la ignora. Cita invece Arcigay e GenderLens e suggerisce di appendere bandiere arcobaleno. Mentre la Svezia ha limitato i trattamenti ai soli contesti di ricerca. La Finlandia ha spostato tutto sulla psicoterapia.
E se il minore cambia idea? Niente paura: la SIP ha pensato anche a questo. Nel glossario del documento, alla voce “detransizione”, si legge: “Ri-affermazione di genere (meno corretto detransizione).” Chi ci ripensa dopo un percorso di transizione non ha cambiato idea: ha “ri-affermato il genere”.
Magia del vocabolario, è come se non fosse successo niente. Come se non esistessero giovani adulti che convivono con le conseguenze irreversibili di decisioni prese troppo presto. E che hanno fatto causa per danni.
Ma chi controlla le parole controlla la narrazione. E chi controlla la narrazione decide quali sofferenze si vedono e quali si nascondono.
A pagina 16, il documento chiama l’utero in affitto “gestazione di sostegno”. L’utero in affitto è reato universale dal 2024. La SIP lo normalizza nel lessico come fosse una procedura ordinaria. Del resto ormai siamo stati abituati dalla sinistra che cambia le parole, quando non riesce a cambiare la realtà.
Tutto questo arriverà negli ambulatori pediatrici italiani. Il 5 e 6 novembre 2026 il documento verrà presentato all’Istituto Superiore di Sanità.
Sarebbe opportuno che qualcuno a Palazzo Chigi leggesse quello che sta per essere presentato nella sede dell’ISS, prima che il Governo che ha reso l’utero in affitto reato universale ne diventi involontario sponsor.
Nessuno chiede ai pediatri di essere ostili. Si chiede loro di essere medici che sanno aspettare. Di osservare e ponderare prima di intervenire. Di proteggere prima di assecondare.
Un bambino di tre anni che chiede di essere chiamato con un altro nome va analizzato a fondo insieme ai genitori, anche per sapere come gli sia potuto venire in mente.
Perché sta facendo quello che fanno i bambini di tre anni: esplorare, provare, cambiare idea. Il compito di un adulto responsabile non è ratificare ogni esplorazione come un’identità definitiva, ma custodire lo spazio perché avvenga senza conseguenze permanenti.
Alan ha tre anni. Non sa allacciarsi le scarpe. Eppure, la Società Italiana di Pediatria vuole aiutarlo a decidere chi essere per il resto della vita.





