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QUEI COLLOQUI FORIERI DI SCIAGURE-Seconda puntata

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di Giovanni Fasaanella

Oggi, la seconda puntata del capitolo tratto dal libro “Una lunga trattativa” (Chiarelettere, 2013), con le parole di Cossiga sui movimenti nelle Forze Armate alla vigilia del sequestro Moro.
 
LE COCCOLE DI COSSIGA AL PCI
Segretario del Pci – prossimo a chiamarsi Pds, Partito democratico della sinistra, e a sostituire la vecchia falce e martello con una quercia – era Achille Occhetto. Diversi suoi «ambasciatori», in quel periodo di mutamenti convulsi, facevano la spola tra via delle Botteghe oscure, dov’era allora la sede nazionale, e il Quirinale. Due, però, erano quelli che salivano segretamente sul Colle con più frequenza, perché formalmente autorizzati a parlare in suo nome: il primo era Giorgio Napolitano, che aveva una sorta di delega per i problemi di politica estera; l’altro era Luciano Violante, al quale erano state affidate invece le «grane» interne. E che grane stavano per arrivare!
L’argomento delle conversazioni era, appunto, come giungere a una pace tra Dc e Pci, dopo decenni di feroce odio ideologico e di guerre sotterranee combattute senza esclusione di colpi e talvolta con metodi poco ortodossi. Diversi anni dopo, Cossiga affidò all’autore di questo libro la ricostruzione del punto di vista sostenuto in quei colloqui riservatissimi. Eccola:
«La mia vita è sempre stata dominata da un rapporto di amore e odio nei confronti del Pci. Un rapporto che ha una radice antica, essendo io nato ed essendo stato educato in una famiglia repubblicana antifascista, a Sassari. Il Pci ha suscitato su di me un grande fascino, come su molti altri ragazzi della borghesia sassarese, per esempio i miei cugini Enrico e Giovanni Berlinguer. Può sembrare strano ma, quando all’età di sedici anni decisi di impegnarmi in politica, sono stato incerto se iscrivermi alla Dc o al Pci. Con gli anni ho avuto scontri violenti con i comunisti. Però sono stato subito favorevole a una politica di ricomposizione del corpo civile e politico della nazione, non appena mi sono convinto della sincerità della scelta eurocomunista di Berlinguer, consacrata poi dallo strappo da Mosca. Ricordo un convegno della Base, la corrente della sinistra democristiana, alla Camera di commercio di Roma, nei primissimi anni Settanta: fui incaricato di tenere la relazione introduttiva e feci un discorso di apertura al Pci, di fronte a un esterrefatto Forlani. Sono stato poi un convinto sostenitore della politica di Moro e della solidarietà nazionale. Poi, da presidente della Repubblica, molti anni dopo, pronunciai un famoso discorso al congresso della Cgil, in cui commemorai, primo non comunista, i caduti di Portella della Ginestra… Alla fine fui applaudito entusiasticamente. Occhetto aveva appena annunciato la svolta della Bolognina e si congratulò subito con me. La mattina dopo, alle sette, mi chiamò per ringraziarmi ancora del discorso e mi disse: «Abbiamo trovato il presidente del nuovo partito progressista. Se verrai da noi, alla fine del tuo mandato, ti accoglieremo a braccia aperte».
Cossiga affrontava quei colloqui usando la sua arma migliore, la seduzione. Si sforzava di apparire convincente. Tendeva la mano ai vecchi nemici ricordando il suo passato moroteo. E manifestando il suo desiderio di voler rimuovere finalmente il famigerato «fattore K», la discriminante anticomunista che nel corso della guerra fredda aveva chiuso al Pci le porte di accesso al governo. Spiegava ai suoi interlocutori:
«Da noi la Cortina di ferro l’abbiamo avuta dentro il paese. Certo, c’era una democrazia incompiuta, ma era l’unico tipo di democrazia possibile per rimanere in Occidente. Noi eravamo costretti a fare una politica di effettiva restrizione degli spazi politici dell’opposizione. Questo l’ho sempre ammesso: la discriminazione nei confronti dei comunisti è stata una cosa reale, […] la nostra è stata una storia di odio ideologico feroce che ha prodotto anche dei mostri. Da una parte e dall’altra. […] Credo che ci sia stato un momento in cui parte dell’apparato dello Stato abbia ritenuto – come dire? – che si dovesse mettere al sicuro l’atlantismo del nostro paese. Questo è avvenuto negli anni dell’avvicinamento tra Dc e Pci, durante la politica di solidarietà nazionale. Come posso spiegare? Vediamo, faccio un esempio. Durante la Seconda guerra mondiale il governo svizzero ha avuto anche atteggiamenti filotedeschi, così come non ha permesso la creazione di un partito nazista svizzero. Un gruppo di ufficiali, tutti ufficiali di complemento, preoccupati che il loro governo permettesse ai tedeschi di passare in Svizzera, si costituirono in un’associazione segreta chiamata Lega del Gottardo e si accordarono, certo in modo illegale, ma si accordarono per disubbidire agli ordini delle gerarchie politiche e militari se si fossero schierate con i tedeschi. Qualcosa del genere è avvenuto anche in Italia negli anni della solidarietà nazionale.»
(2-Continua…)

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