La difesa dei nemici dei valori
C’è un meccanismo ideologico che spiega gran parte dell’ostilità contemporanea contro Israele e Giovanni Cantagalli lo ha individuato con grande lucidità.
Durante la Guerra fredda il mondo veniva letto attraverso due blocchi:
da una parte gli Stati Uniti e l’Occidente, dall’altra l’Unione Sovietica e i movimenti che essa sosteneva.
Israele apparteneva al primo campo; molti regimi arabi e le cosiddette “lotte di liberazione” venivano invece collocati nel secondo.
L’URSS è scomparsa, ma quella struttura mentale è sopravvissuta.
Per una parte consistente della sinistra radicale, Israele non viene più giudicato per ciò che fa concretamente, per le sue ragioni, i suoi errori o le minacce che affronta.
Viene condannato preventivamente perché rappresenta l’Occidente, gli Stati Uniti, la democrazia liberale, l’economia avanzata.
Di conseguenza, chiunque combatta Israele viene automaticamente trasformato in vittima, alleato o “resistente”.
Non importa allora che Hamas abbia massacrato civili e rapito ostaggi;
che il regime iraniano impicchi gli omosessuali, reprima le donne e spari sui manifestanti; che Hezbollah tenga in ostaggio il Libano; che gli Houthi affamino e terrorizzino parte della popolazione yemenita.
Se combattono Israele e l’Occidente, ricevono comprensione, attenuanti e talvolta perfino celebrazione.
Ecco il paradosso: persone che in Europa parlano continuamente di diritti delle donne, libertà sessuale, laicità e autodeterminazione finiscono per sfilare accanto ai simboli di movimenti che negano radicalmente tutti questi valori.
La loro bussola non è più la difesa dei diritti umani, ma l’appartenenza geopolitica: il nemico del mio nemico diventa mio amico, qualunque cosa faccia.
Il 7 ottobre ha reso questa contraddizione impossibile da nascondere.
Di fronte a un massacro deliberato, una parte del mondo politico e culturale non ha saputo fermarsi neppure davanti ai corpi delle vittime. Ha cercato immediatamente una premessa, una giustificazione, un “contesto” capace di trasferire almeno una parte della responsabilità dagli assassini agli assassinati.
Il terrorismo è stato ribattezzato “resistenza” e Israele, ancora prima di reagire, era già stato collocato sul banco degli imputati.
Naturalmente Israele può essere criticato, come qualunque democrazia.
Ma qui non siamo più davanti alla critica di singole decisioni politiche o militari.
Siamo davanti a un sistema ideologico nel quale Israele deve avere torto perché è Israele, mentre i suoi nemici devono possedere almeno una ragione perché combattono Israele.
Non è solidarietà verso i palestinesi.
Se lo fosse, la stessa indignazione sarebbe rivolta anche contro Hamas, che li governa con la paura, li usa nella propria guerra e sacrifica il loro futuro alla distruzione dello Stato ebraico.
È piuttosto un antioccidentalismo diventato così cieco da preferire una dittatura teocratica a una democrazia, purché quella dittatura spari nella direzione considerata giusta.
E questa non è soltanto una contraddizione della sinistra radicale: è il punto nel quale essa ha smesso di difendere i propri valori e ha cominciato a difendere i nemici di quei valori.





