L’ipocrita doppia morale che giustifica l’ingiustificabile
Mentre la sinistra continua a sciacallare sulla vicenda di Bologna, quella di Fakir, trasformando un fatto di cronaca in un caso politico, c’è da fare una riflessione amara.
Perché su Fakir hanno creato un caso per cui, al limite, si poteva protestare a indagini concluse, se mai si fosse ravvisato un torto.
Hanno trasformato un episodio ancora da chiarire in un atto d’accusa contro lo Stato, la polizia, l’Italia intera.
E, intanto, sull’altro fronte, vediamo la stessa identica parte politica cercare in ogni modo di sminuire le responsabilità del jihadista di Berlino. È un gioco di specchi, e gli specchi raccontano sempre la stessa storia.
Da un lato, abbiamo un Fullone che dice che quell’esponente del jihadismo andava trattato con amore. Con amore. Non con l’espulsione, difendendosi: con l’amore.
Dall’altro, un Tomasi che parla della destra che starebbe sciacallando sulla vicenda, come se denunciare un attentato fosse un’attività sporca e il problema fossero quelli che lo segnalano e non quelli che lo commettono.
E poi c’è Giuliani, che, sostanzialmente, riprende Barbero, asserendo che non si può avercela con gli islamisti perché 900 anni fa gli europei organizzavano le crociate.
Peccato che le crociate non siano affatto ciò che dice Barbero, ma questo è un dettaglio, perché tanto il copione è già scritto: l’Occidente è sempre colpevole, l’Islam è sempre vittima, e la storia la si piega come serve.
E qui arriva il punto, quello che nessuno vuole vedere: Fakir e l’attentatore di Berlino fanno parte di un unico problema. Sì, perché il problema non è l’episodio specifico, la dinamica, la colpa o l’innocenza.
Il problema è il paternalismo razzista di quell’area politica che non vuole problematizzare il razzismo che viene dall’islamismo, che moralizza su chiunque provi a farlo, liquidandolo con l’accusa di islamofobia.
E non si rende conto, o finge di non rendersene conto, di aver creato un ambiente di impunità e connivenza con un pensiero suprematista.
Perché se sei musulmano, per loro, sei automaticamente vittima. Se sei bianco, europeo, cristiano o anche solo laico, sei automaticamente carnefice. È un meccanismo tossico e va smascherato.
Io di Fakir non so nulla, non ho elementi per giudicare. Ma nella vicenda, quello che conta per un Lepore è che fosse musulmano. Punto. E siccome è musulmano, nella sua narrazione diventa vittima, a prescindere dai fatti.
Nella narrazione di Berlino, il ragazzo è musulmano e, quindi, viene infantilizzato: poverino, era solo, era fragile, è stato radicalizzato, non sapeva quello che faceva.
Per lui si fanno discorsi che non si farebbero mai per un ragazzo di estrema destra che condivide le stesse solitudini, gli stessi fallimenti, la stessa rabbia.
Se fosse stato un neonazista, avrebbero chiesto la galera a vita, avrebbero parlato di odio, di minaccia, di fascismo. Invece, siccome è musulmano, è un’anima persa da recuperare. È un trattamento differenziato e si chiama razzismo. Ma loro non lo vedono, o non vogliono vederlo.
Quell’area ha deciso una cosa semplicissima: se sei di una religione precisa, allora sei vittima. Con una “colpa” collettiva che in questo caso non è una colpa, ma un ruolo: quello di vittima. Un ruolo che ti garantisce impunità, comprensione, assoluzione preventiva.
E chiunque osi mettere in discussione questo schema viene additato come nemico, come razzista, come fascista. Ma il razzismo vero, quello che assegna status in base all’etnia o alla religione, è proprio questo.
È il razzismo della sinistra, quello che non si vede, quello che non si nomina, quello che si traveste da buonismo e da difesa degli oppressi.
Insomma, ogni giorno che passa rende più urgente denunciare questo razzismo. Quello della sinistra, che deve criticarlo ed elaborarlo al più presto, perché è una deriva che la rende pericolosa per noi tutti.
Per noi tutti, che siamo costretti a subire quest’ipocrisia, questa doppia morale, quest’incapacità di chiamare le cose con il loro nome.
Perché, finché non si smetterà di giustificare l’ingiustificabile, finché non si smetterà di proteggere chi non va protetto, il terrorismo troverà sempre un alibi. E gli alibi permettono impunità e di reiterare il reato.





