Perché la sentenza di condanna arriva prima dell’accertamento dei fatti
Del caso di Fakir, morto durante un’azione di contenimento resasi necessaria da parte di una pattuglia di Polizia, noi sappiamo con certezza solo quello che è successo dopo, non durante.
E lo sapevamo ancor prima che succedesse.
Così come già sappiamo quanto a lungo la canea politico, mediatica, social e piazzaiola ci arrovellerà su tale vicenda.
Eppure, a ben vedere, non ci troviamo dinanzi a un giallo intricato, a un mistero insolubile.
Escludendosi, infatti, qualsivoglia ipotesi dolosa, l’unica accusa che si potrebbe muovere agli operatori è di aver agito con “colpa” (cioè con superficialità, imperizia o imprudenza).
Seppur le immagini dell’agonia di Fakir destano inevitabile sgomento, c’è da considerare che l’attività della Forza Pubblica è caratterizzata sempre da un ineliminabile margine di rischio.
In realtà, quando è necessario usare la forza per ridurre all’impotenza chi rappresenta un pericolo attuale per sé o per altri, si deve accettare il rischio che nell’uso della forza derivino danni.
Danni, ovviamente, dei quali l’Agente sarà poi chiamato a rispondere per verificare se siano addebitabili a un suo errore o se, al contrario, siano stati causati da fatalità o da cause impreviste non addebitabili al suo operato.
Ed è proprio quello che si sta facendo.
Allo stato nessuno sa perché sia morto quell’uomo.
Nessuno sa se gli Agenti abbiano sbagliato.
Nessuno.
Neanche io.
Ma com’è prevedibile fioccano esperti da ogni latitudine, si materializzano “protocolli operativi” fantasma, si pretendono capacità omniscienti in possesso dell’Agente di Polizia, si esige che le indagini le faccia l’FBI…
Si affollano frotte di esperti di arti marziali, psichiatri, allergologi, cardiologi e filosofi vari a spiegarci il perché e il percome…
Ma non sono loro la vera anomalia.
Costoro sono innocui personaggi del circo social.
Il vero problema che mina alle fondamenta il vivere sociale di questo Paese è costituito da coloro che, neanche due ore dopo la tragedia, senza neanche aver capito cosa fosse successo, senza un minimo di approfondimento, senza porsi alcuna domanda, prima ancora che l’autopsia fosse stata fissata, avevano già emesso la sentenza: POLIZIA ASSASSINA!
E, pur trincerandosi dietro alla richiesta di “Verità e Giustizia”, in realtà dell’accertamento dei fatti gli interessava ben poco, perché il loro giudizio l’avevano già espresso.
E tale giudizio non dipendeva dai fatti, bensì li precedeva.
Ma quando un giudizio precede “la verità e la giustizia” si chiama “ideologia”.
E dietro quelle piazze che condannano gli Agenti prim’ancora che i fatti vengano accertati, c’è una precisa ideologia.
La si smetta, però, di parlare di Piazze “diverse”, una rose e fiori e l’altra molotov e pietre, perché non ci crede più nessuno.
Son piazze “double face”, come quel vestito che puoi rovesciarlo e usarlo con un colore diverso, ma sempre lo stesso capo è.
Sapete cosa mi ricorda questa solfa delle due piazze?
Il misterioso caso del “Dottor Jekyll e Mr. Hyde”.
Il dottor Jekyll pur ammettendo in linea di principio che l’ordine e la sicurezza pubblica sono beni da tutelare, è convinto che se i delitti vengono compiuti da soggetti in stato di “disagio sociale” (in primis gli immigrati), la colpa non è loro, bensì della società.
Per Jekyll, in sostanza, il criminale è una vittima del sistema.
Per cui, quando intervengono le Forze dell’Ordine per reprimere quei delitti, il dottor Jekyll se ne vergogna, si sente in colpa.
Ed è nel momento in cui le Forze di Polizia commettono un errore, o si presuppone lo commettano, che il dottor Jekyll si trasforma nell’immondo Mr. Hyde.
E allora mette la città a ferro e fuoco!
Perché se il criminale è sempre vittima, chi rappresenta l’ordine è sempre carnefice!
La Polizia è sempre assassina!
Così come è sempre colpevole il cittadino che filma la borseggiatrice in metro, il negoziante che si difende.
Sono tutti colpevoli di non tollerare il disagio sociale delle vere vittime.
Ma Jekyll e Hyde sono la stessa persona e recitano, con toni diversi (double face), la stessa ideologia secolare.
Due volti apparentemente differenti ma lo stesso dito puntato contro le Forze di Polizia.





