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Volodymyr Zelensky, il Gattopardo di Kiev

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Gattopardo di Kiev

In Italia alla gogna i “putiniani” per l’inciucio al centro di domani – In Ucraina rimpasti di governo e cambio dei comandanti nella continuità della corruzione –

Stare con Kiev è diventato, malgrado il popolo ucraino, la linea rossa per stabilire chi è in procinto di costruire l’inciucio centrista del dopo elezioni.

La gogna eretta in piazza conto Conte e Vannacci, i due gemelli “putiniani”, ha poco a che fare con la solidarietà al popolo ucraino e molto a che fare con la pancia molle di Forza Italia, che è prigioniera delle logiche che portano all’idea di un inciucio post elezioni con il PD.

Mettere Giuseppe Conte e Roberto Vannacci nella gogna dei “putiniani” serve a erigere un muro di contenimento, che restringe l’area “democratica” di governo, al fine di costruire un inciucio di centro sinistra che comprenda il Pd e Forza Italia, assieme ai centrini.

Alla gogna i putiniani

 

L’alibi del pericolo russo

La psicologia ci indica la strada della realtà. Il lapsus freudiano (o atto mancato, in termini più tecnici) è un concetto reso popolare da Sigmund Freud nel suo libro “Psicopatologia della vita quotidiana” (1901) e si tratta di un errore involontario nel parlare, scrivere, ricordare o anche in un’azione fisica, che secondo Freud non è casuale, ma rivela un pensiero, un desiderio o un conflitto inconscio che la persona normalmente reprimerebbe.

Antonio Tajani (vicepremier e ministro degli Esteri), vittima di un lapsus freudiano, ha confermato la disponibilità dell’Italia a utilizzare il fondo SAFE (Security Assistance and Finance for Europe) dell’UE.

In un’audizione parlamentare (28 luglio 2026) sugli esiti del vertice Nato di Ankara, ha annunciato che l’Italia ha prenotato 14,9 miliardi di euro dal fondo SAFE (il tetto massimo disponibile per l’Italia).

La decisione finale su quanto effettivamente utilizzare (probabilmente meno: 6 – 7- 8 – 9 miliardi secondo le sue stesse parole e quelle del ministro Crosetto) verrà presa entro fine 2026.

Il fondo SAFE è uno strumento europeo che offre prestiti a tassi agevolati (da restituire in 45 anni) agli Stati membri per aumentare gli investimenti nella difesa (armamenti, cybersicurezza, infrastrutture militari, ecc.). L’obiettivo è rafforzare la sicurezza europea, nella previsione che Mosca ci voglia invadere.

Ovviamente l’idea di Mosca come pericolo incombente è strettamente legata alla narrazione dei media mainstream sull’Ucraina, senza tenere minimamente in considerazione che a Kiev si consuma, ogni giorno, una presa per i fondelli dell’intera Europa a danno del nostro portafogli.

La presa per i fondelli del signor Zelensky

Il Kyiv Independent, una delle più autorevoli testate ucraine, ci informa che “il 23 luglio, il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato che l’ex comandante in capo Oleksandr Syrskyi e l’ex capo di stato maggiore Andrii Hnatov continueranno a lavorare a fianco della nuova leadership militare ucraina, nonostante la loro rimozione dall’incarico. Nel corso di una conferenza stampa con il Primo Ministro irlandese Micheál Martin, Zelensky ha affermato che il neonominato Comandante in Capo Mykhailo Drapatyi si affiderà all’esperienza dei suoi predecessori”.

“Il generale Syrskyi ha un’esperienza straordinaria. Sotto il suo comando sono state condotte numerose operazioni altamente professionali – ha affermato Zelensky – Lo sappiamo benissimo. Per questo faremo in modo che sia Syrskyi che Hnatov non si facciano semplicemente da parte, ma trasmettano la loro esperienza al nuovo comando, restino vicini, offrano il loro aiuto e si consultino con Drapatyi”.

Queste dichiarazioni giungono una settimana dopo che Zelensky ha licenziato l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e due giorni dopo che Zelensky ha nominato l’ex comandante delle forze di terra Mykhailo Drapatyi come nuovo comandante in capo dell’Ucraina, in sostituzione di Syrski.

Questa è una presa per i fondelli da parte di Zelensky sia del suo popolo, sia di tutti noi. Per il signor Volodymyr la cosa più importante è proteggere chi ruba.

Il rimpasto ha scatenato manifestazioni a Kiev e in diverse altre città ucraine, dove i manifestanti hanno espresso sostegno a Fedorov, chiesto le dimissioni di Syrskyi e criticato l’improvviso rimpasto di governo.

Volodymyr Zelenski si comporta come il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare niente, perché se cambiasse davvero dovrebbe mettere a nudo il sistema di corruzione di un sistema che non può più dire che gli sia estraneo.

La rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov (giovane, ex ministro della Trasformazione Digitale, in carica solo da gennaio 2026 ha suscitato proteste di piazza in diverse città (Kyiv, Lviv, ecc.) in quanto Fedorov è visto come innovatore e riformatore anti-corruzione.

La corruzione negli appalti militari ucraini è un problema storico e documentato, con casi ricorrenti di prezzi gonfiati (esempio “uova d’oro” per cibo alle truppe), forniture non consegnate o di qualità inferiore, schemi con sconti tangente del 20-30%, opacità nei contratti di armi, droni, munizioni.

Fedorov aveva spinto riforme concrete, con gare competitive e tracciamento digitale degli appalti, audit sui contratti esistenti, riduzione del potere dei generali “vecchia guardia” nel decidere acquisti.

Queste misure disturbavano un sistema opaco sfruttato per arricchimenti personali. Molte analisi indicano che il suo licenziamento sia legato proprio a questo conflitto con l’establishment militare e figure legate a procurement opachi. Fedorov stesso ha sottolineato che solo da ministro della Difesa poteva realmente combattere la corruzione negli appalti.

Non è l’unico caso recente: ci sono stati scandali nel 2024-2025 (es. DPA – Defence Procurement Agency, appalti droni, ecc.), con NABU (l’anti-corruzione) che ha indagato vari schemi.

La corruzione non è l’unico fattore, ma è un elemento ricorrente nei rimpasti del settore difesa (vedi anche casi pre-2022 e sotto Umerov).

Syrskyi incarnava il sistema tradizionale (ex sovietico/gerarchico) che Fedorov voleva riformare. Il conflitto principale tra i due era proprio sul controllo del procurement (appalti di armi, droni, munizioni).

Syrskyi voleva mantenere il potere decisionale sui quali sistemi acquistare e come distribuire risorse. Fedorov spingeva per gare aperte, digitalizzazione, audit e riduzione degli sprechi: misure che tagliavano margini di opacità e possibili corruzioni.

Molte fonti (analisi ucraine e internazionali) indicano che le riforme di Fedorov disturbavano interessi consolidati intorno alla leadership militare tradizionale. Syrskyi veniva visto come protettore di quel sistema.

Dopo la rimozione di Fedorov ci sono state proteste, Zelensky ha rimosso anche Syrskyi (sostituito da Mykhailo Drapatyi, più orientato alle riforme), ma gli ha messo alle costole Syrkyi, perché la macchina delle ruberie non deve essere fermata.

La corruzione è legata al “sistema Syrskyi” più come resistenza al cambiamento che come corruzione diretta dell’uomo. È un classico caso di lotta tra modernizzatori (Fedorov e innovatori) e establishment militare con interessi nel mantenere controllo opaco sugli appalti di guerra (miliardi di hryvnia/dollari in ballo).

Con la rimozione di entrambi (Fedorov prima, Syrskyi dopo) mostra che Zelensky ha dovuto mediare tra queste pressioni, ma il problema della corruzione nel procurement ucraino resta strutturale e non risolto del tutto.

E noi che facciamo? Ci facciamo prendere per i fondelli? Diamo del putiniano a chi dice la verità sulle malefatte del sistema di potere ucraino che gira introno al signor Volodymyr?

Dire la verità è essere putiniani?

“Le dimissioni del governo ucraino della scorsa settimana – scrive il Kyiv Independet – sono diventate una sorta di rituale annuale. Ogni volta vengono presentate come un nuovo inizio, eppure, nel loro insieme, indicano un problema ben più grave: una persistente crisi di governo”.

Il problema, scrive il Kyiv Independent è che “i professionisti di talento che desiderano sinceramente servire il proprio Paese ci penseranno due volte prima di entrare in politica. Capiranno che, se insisteranno nell’applicare la Costituzione, far rispettare la legge, combattere la corruzione e contrastare la cattiva gestione del governo, difficilmente rimarranno in carica a lungo. Al contrario, rischiano di essere rimossi rapidamente e in modo decisivo perché gli interessi consolidati e le regole informali continuano a influenzare il funzionamento delle istituzioni formali. Purtroppo, questa rimane una debolezza strutturale che mina la capacità dell’Ucraina di costruire lo stato moderno e basato sullo stato di diritto a cui si è impegnata a diventare”.

Il 24 luglio, gli ucraini si sono riuniti a Kiev e in altre città per chiedere al presidente Volodymyr Zelensky di reintegrare l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. Le manifestazioni sono riprese dopo una pausa di tre giorni e pochi giorni dopo che Zelensky aveva accolto una delle principali richieste dei manifestanti, destituendo il comandante in capo Syrsky. I manifestanti ora affermano che la loro campagna continuerà a tempo indeterminato fino al ritorno di Fedorov.

Fedorov ha chiarito la questione: “Nel Paese – ha detto – ci sono solo tre figure che, insieme alle truppe sul campo di battaglia, determinano il corso della guerra: il presidente, il ministro della Difesa e il comandante in capo”.

Mettere accanto al nuovo comandante in capo il vecchio è una presa per i fondelli.

Nel frattempo ci domandiamo cosa spendiamo soldi a fare per ingrassare le ruberie di Kiev quando quattro anni di guerra contro la Russia hanno prodotto in Ucraina un modello di tecnologia militare che pochi sistemi di approvvigionamento tradizionali sarebbero in grado di replicare.

Brave1, la piattaforma tecnologica per la difesa sostenuta dallo Stato ucraino, collega attualmente più di 2.500 aziende e oltre 5.000 prodotti, e l’Ucraina, ci dice il Kyiv Independent, non ha più bisogno di dimostrare di essere in grado di trasformare rapidamente i problemi sul campo di battaglia in capacità operative.

La sfida odierna, tuttavia, è preservare gli incentivi che le consentono di adattarsi più velocemente delle minacce che deve affrontare.

“Ecco perché – aggiunge il Kyiv Independent – la decisione del governo ucraino di liberalizzare le esportazioni nel settore della difesa è così importante. E sebbene la riforma aumenterà ovviamente le vendite e i ricavi per le aziende ucraine del settore della difesa sui mercati esteri, la vera necessità è garantire un futuro all’industria militare ucraina. Le esportazioni controllate possono trasformare un’espansione temporanea dovuta alla guerra in un sistema affidabile che attrae investitori, mantiene aperte le fabbriche e mette sempre al primo posto le esigenze militari dell’Ucraina”.

Anche in questo caso la trasparenza è una parola sconosciuta a Kiev.

“Il vero ostacolo – scrive Il Kyiv Independent – è sempre stata l’incertezza. Sebbene le esportazioni in tempo di guerra rimanessero legalmente possibili, le decisioni governative poco trasparenti rendevano quasi impossibile per i produttori pianificare in anticipo, assicurarsi investimenti o espandere la produzione. All’inizio di quest’anno, Kiev ha approvato le prime licenze di esportazione limitate, ma il processo è rimasto imprevedibile. Tech Force of Ukraine afferma che le aziende associate continuano a ricevere dinieghi inspiegabili dal Servizio statale per il controllo delle esportazioni, nonostante la domanda di tecnologia di difesa ucraina sia aumentata vertiginosamente all’estero. Il quadro proposto mira a sostituire la discrezionalità con la prevedibilità: gli esportatori dovrebbero innanzitutto adempiere ai contratti militari nazionali, le categorie sensibili rimarrebbero soggette a restrizioni e una parte di ogni contratto di esportazione andrebbe a rifornire un fondo statale dedicato alla difesa”.

Ieri “Il Fatto Quotidiano”, notoriamente vicino al Movimento Cinque Stelle scriveva: “Armi, l’Ucraina è un colabrodo: trafugati 800 mila pezzi dai nostri aiuti. E la mafia si butta nel mercato nero: “Interessata ai droni”.

“Dal 2022 – aggiungeva Il Fatto – sono state perse o rubate 780.465 armi, di cui 149 mila solo nei primi cinque mesi del 2026. La maggior parte è scomparsa nelle zone di Mykolaiv, Kiev e Donetsk. Ricostruire un “arsenale di qualità”, anche grazie alle armi trafugate dal fronte russo-ucraino, dove in quattro anni sono spariti quasi 800 mila pezzi. È quello che stanno cercando di fare gli uomini di Cosa Nostra”.

RaiNews, nel novembre dello scorso anno aveva lanciato l’allarme, con una intervista al professor Musacchio, il quale, rispondendo alla domanda su cosa stesse accadendo nel mercato delle armi, disse: “L’Ucraina su tale fronte rappresenta una vera catastrofe senza precedenti poiché durante questi tre anni di guerra mancano all’appello quasi 500 mila armi da fuoco. Tra gli armamenti scomparsi ci sono fucili d’assalto, di precisione e pistole automatiche. Su questa condizione di fatto le mafie vanno a nozze realizzando enormi profitti giacché a oggi nessuno si è preoccupato di tracciare le armi che sono state inviate e s’inviano tuttora all’Ucraina. Le mafie russe e ucraine gestiscono il mercato nero vendendo al miglior offerente (terroristi, mafiosi, criminali comuni) armi capaci di far saltare in aria persino i blindati. Non è la prima volta che la criminalità organizzata approfitta delle guerre. Ricordo spesso ai miei studenti come la ‘ndrangheta acquistò un ingente quantitativo di armi provenienti dal conflitto nell’ex Jugoslavia. Con i sequestri successivi le autorità giudiziarie procedenti scoprirono armi pericolosissime come bazooka, esplosivi, kalashnikov. La storia, purtroppo, si ripete in Ucraina”.

La conclusione da trarre, da parte di chiunque abbia cervello, è che del sistema Zelensky non ci si può fidare e che le linee rosse relative ai “putiniani” sono solo il mezzuccio con il quale si tenta di costruire alleanza trasversali.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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