
di Bruno Chiavazzo
“Tutti i reazionari sono tigri di carta, apparentemente sono terribili, ma in realtà non sono poi tanto potenti”. La citazione di Mao Tse Tung appare un po’ contraddittoria, visto che durante il suo impero ha ammazzato milioni di cinesi, ma ben si adatta a quello che è successo ieri a Mosca.
Putin che agli occhi di noi occidentali è sempre stato descritto come un personaggio freddo, cinico, calcolatore, uno che aveva in pugno la Russia, si è rivelato, appunto, una tigre di carta.
Il capo dell’armata Wagner, Prigozhin, in meno di 12 ore è arrivato alle porte di Mosca con i suoi mercenari, ampiamente foraggiati per anni con i soldi messi a disposizione da Putin, senza colpo ferire. Un tentato golpe come dicono i giornali europei o, semplicemente, una prova di forza rivolta all’establishment russo per dimostrare che Putin è arrivato al capolinea?
Personalmente propendo per la seconda ipotesi. La sconsiderata guerra in Ucraina ha messo a nudo l’incapacità politica e militare di un potere che, al di fuori dei confini russi, è totalmente ininfluente. La convinzione di Putin di occupare l’Ucraina in pochi giorni ed essere accolto dalla popolazione con mazzi di fiori, si è rivelata una bufala sesquipedale.
La resistenza ucraina ha ricompattato l’Occidente che, dopo la sciagurata evacuazione dall’Afghanistan degli americani, stava per spaccarsi in tante piccole nazioni concentrate solo sugli interessi immediati. Che la Russia fosse un impero dai piedi d’argilla, d’altronde l’aveva già dimostrato Reagan verso la fine degli anni ’80, quando allo spiegamento di missili sovietici puntati contro l’Europa, rispose aumentando a dismisura le spese per la difesa americana, innescando una corsa al rialzo che portò alla dissoluzione economica e militare dell’Urss.
Chi sia Prigozhin e che vuole non è importante. Quello che conta è aver demitizzato Putin che è apparso in televisione come un pupazzo senza fili, ha parlato di tradimento di pugnalate alle spalle, ma poi ha mandato il suo servo Lukashenco ad implorare il ritiro della Wagner, promettendo amnistie totali e vagonate di soldi, in cambio di una tregua che appare al momento solo un modo come un altro per prendere tempo.
In tutti i casi è solo l’inizio della fine di Putin. Chi doveva capire ha capito, come i lupi che sentono il sangue della preda, così i nemici interni ed esterni di Putin hanno capito che il “dittatore” è ferito e può essere finito.





