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PUTIN FORSE PARLA SUL SERIO DI PACE

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di Fvumentavius

Secondo un’esclusiva Reuters del 28 maggio, Vladimir Putin sarebbe pronto a firmare la pace. Ma — come sempre quando si parla di Mosca — non gratis.
La proposta, rimbalzata da fonti vicine al Cremlino, prevede che l’Occidente sottoscriva un impegno formale e scritto a non estendere ulteriormente la NATO verso est.
Sì, avete capito: dopo tre anni di invasioni, bombardamenti, e monologhi geopolitici da congresso del PCUS, Putin ora vuole un documento Word.
Il “memorandum di pace”, a quanto pare, sarebbe stato discusso con Trump in una telefonata di oltre due ore. Nel pacchetto russo figurano: blocco dell’espansione NATO, riconoscimento della neutralità ucraina, revoca parziale delle sanzioni, sblocco dei beni russi congelati, e tutela dei russofoni (che da concetto linguistico è diventato categoria geopolitica sacra, tipo panda).
Mosca dice di essere “pronta alla pace”, ma solo alle sue condizioni. Intanto, però, i tank non si fermano e l’artiglieria lavora. Lo zar offre la trattativa mentre spinge le linee del fronte: una mano scrive, l’altra carica i lanciarazzi.
Non è la pace di Ginevra, diciamolo. Ma è la prima volta che il Cremlino rinuncia alla messinscena da fortezza assediata per proporre qualcosa di vagamente negoziale. Per quanto deformata dalla paranoia imperiale russa, è una mossa che esiste. E va osservata con attenzione.
A questo punto, il problema non è solo Putin. È anche Volodymyr Zelenskyy, che continua a voler infilare l’Ucraina nella NATO a tutti i costi, come se fosse l’unico modo per garantire la sicurezza del Paese. Ma non è così, e soprattutto non è quello che serve all’Europa.
La verità è che la difesa dell’Ucraina ricadrà comunque sulle nostre spalle. Gli americani, prima o poi, mollano. Trump lo ha già fatto capire. E allora tanto vale farlo da europei, mettendo sul tavolo una proposta sensata: neutralità militare in cambio di adesione condizionata all’Unione Europea.
E non un’adesione di facciata: Zelenskyy deve smetterla di fare l’ospite rumoroso e iniziare a comportarsi da futuro membro. Vuole protezione? Benissimo. Ma allora ci dia qualcosa in cambio :il know-how sviluppato nel drone warfare, la resilienza della sua logistica militare, la produzione industriale riconvertita a ritmi bellici.
Metta tutto nel paniere europeo della difesa comune. E lo faccia con l’umiltà di chi vuole entrare in casa altrui, non con l’arroganza di chi pretende di dettarne l’arredamento.
Non possiamo accettare che l’Ucraina diventi la nuova Israele d’Europa, dipendente dagli aiuti USA, refrattaria a ogni logica di integrazione eppure sempre a caccia di fondi e missili. Se vuole stare con noi, deve entrare davvero.
E questo vale anche per noi europei. La posta in gioco non è solo la stabilità del Donbass. È l’occasione — rara — di trasformare una crisi in una leva geopolitica utile. Di usare la guerra come catalizzatore per una difesa europea vera, in cui anche Kyiv faccia la sua parte. Se cogliamo l’occasione, vinciamo noi. Se continuiamo a delegare agli americani, saremo ancora lì tra dieci anni a pagare le conseguenze delle guerre altrui.

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  • Redazione

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