di Saul Tonazot
Psicologia moderna e filosofia deviante: genealogia di un errore
Nel panorama delle scienze moderne, poche discipline si sono affermate con tanta rapidità e autorevolezza quanto la psicologia. Ma ad uno sguardo più penetrante – e, soprattutto, più informato delle esigenze metafisiche dell’essere – tale affermazione si rivela non già come un progresso, bensì come uno dei sintomi più acuti della decadenza spirituale dell’Occidente. René Guénon, con la sua notoria lucidità e profondità, scorgeva nella psicologia moderna nient’altro che una deviazione, uno dei numerosi errori o equivoci della filosofia occidentale, una delle molteplici forme assunte dalla disgregazione della conoscenza tradizionale. Essa è, a suo dire, una falsa scienza, priva di principi, confinata nei meandri dell’individuale, che ha usurpato il posto di un sapere sacro, organico, gerarchicamente ordinato attorno al Principio.
Tale scienza nasce infatti nel contesto di una cultura – quella moderna – che ha eretto l’empirismo a regola assoluta e ha scisso il soggetto conoscente dalla totalità dell’Essere. L’interesse esclusivo per i fenomeni psichici, considerati non in funzione del loro rapporto con l’Intelletto e con l’Essere, ma nella loro manifestazione empirica e caotica, è una conseguenza diretta del materialismo scientista e dell’umanismo del XVIII secolo, che riflette in pieno la perdita del senso del sacro. Non è un caso che per i saggi dell’antichità, quando pure accennavano a tali aspetti dell’individualità, ciò avvenisse sempre in forma ancillare, subordinata ad una visione ontologica integrale: mai, per essi, l’anima avrebbe potuto essere isolata e trattata come un oggetto di laboratorio.
Psicologismo e riduzionismo umanistico
Nel cuore stesso della psicologia moderna si annida il germe di una pericolosa reductio: quella dell’ordine ontologico a dinamiche meramente soggettive. Il fenomeno del “psicologismo” – termine che designa la tendenza a spiegare ogni realtà, anche le più elevate, mediante categorie psicologiche – rappresenta una distorsione epistemologica assai grave e profonda. Non soltanto in quanto scambia il riflesso per la fonte, ma poiché riduce il simbolo al sintomo, lo spirituale allo psichico, il mistero al trauma.
Tale errore s’inserisce nel più vasto disegno dell’umanismo moderno, che tende a misurare l’universo intero con l’unico metro dell’uomo empirico, dimentico del fatto che l’uomo, per i sapienti delle tradizioni autentiche, è essenzialmente un essere “fra cielo e terra”, un microcosmo chiamato ad ascendere, non a rimestare nei sedimenti del suo essere inferiore. La psicologia, così com’è oggi concepita, rinnega tale vocazione trascendente, limitandosi a studiare le manifestazioni più esteriori e frammentarie della mente umana. Precisamente per tale ragione Guénon sottolineava, con giustezza, la necessità di distinguere fra “psicologico” e “psichico”: mentre il primo termine denota ciò che è superficiale, l’altro abbraccia anche le dimensioni “sottili” dell’individualità, potendo così dischiudere alla comprensione metafisica se rettamente inteso.
L’invasione del subconscio e la regressione verso l’infra-umano
Con la cosiddetta “psicologia del profondo” – che trova la sua espressione compiuta nella psicoanalisi freudiana e nei suoi derivati – la scienza moderna ha compiuto un’ulteriore marcia verso il basso. Il termine stesso, “profondo”, risulta ambiguo e fuorviante: ciò che si esplora non è la parte più intima e luminosa dell’anima, infatti, bensì i suoi strati più oscuri, caotici e, in definitiva, “sub-umani”. L’inconscio, anziché venire inteso come uno spazio interiore da purificare ed orientare verso l’Alto, è concepito alla stregua di un deposito biologico di impulsi, istinti e rimozioni, la cui chiave interpretativa viene cercata non già nella metafisica, ma nella fisiologia e nella pulsione.
Qui si manifesta una pericolosa inversione dei poli dell’essere: l’uomo, anziché elevarsi verso la sua origine trascendente, s’immerge negli abissi di quanto possiede di meno umano. La psicologia diviene in tal modo veicolo di una “sommersione” psichica; e la psicoanalisi si configura come una pratica il cui effetto, lungi dal risultare terapeutico in senso autentico, consiste piuttosto nel ridestare forze oscure, rendendo attivi i “bassifondi” dell’anima. L’analizzato, già in condizione di fragilità, viene esposto al rischio concreto di sprofondare in uno stato di caos interiore, senza alcuna possibilità di risalita, marchiato per sempre da una “impronta” che Guénon non esita a qualificare come indelebile.
La confusione tra psichico e spirituale: una parodia iniziatica
Uno degli errori più gravi – e dei più insidiosi – della psicologia contemporanea risiede nella sua pretesa di assimilare esperienze e fenomeni spirituali ai processi psichici inferiori. Il simbolismo, anziché venire inteso quale linguaggio dell’Intelletto e riflesso del Principio, viene semmai ridotto a manifestazione dell’istinto, del desiderio, della libido. L’opera simbolica tradizionale, che aveva come fine ultimo l’orientamento dell’anima verso il centro immutabile dell’essere, diviene in tal modo materiale da sezionare e degradare alla stregua di un sogno patologico.
In simile perversione si rivela chiaramente il carattere “sovversivo” – per non dire “satanico” – dell’operazione. Guénon, con estrema severità, denuncia una “parodia” dell’iniziazione, nella quale la psicoanalisi assume i tratti grotteschi e sinistri di un rito d’inversione: là dove l’iniziazione autentica comporta una discesa negli inferi funzionale all’ascesa verso la Luce, la pratica psicanalitica si configura invece come una discesa priva di risalita, una “caduta nel pantano”. Non è una mera casualità che si pretenda, per esercitare la psicanalisi, di venire previamente “psicanalizzati”: ciò presuppone un passaggio irreversibile, un “marchio” che si trasmette da maestro a discepolo secondo una modalità inquietantemente affine a quella delle trasmissioni iniziatiche – ma nel senso esattamente inverso. Tanto che Guénon si spinge fino a parlare, a tal proposito, di “sacramenti del diavolo”.
Psicologia e metapsichica: alleanze pericolose
L’ulteriore degenerazione della psicologia si manifesta nella sua convergenza con la “metapsichica” e con lo “spiritismo”. Qui si apre un orizzonte ancor più torbido, in cui le forze esplorate appartengono a un dominio che non è né umano né spirituale, ma “infraumano”. Le pratiche medianiche, le suggestioni dell’inconscio collettivo, le proiezioni archetipiche: tutto ciò converge nel tentativo moderno di sostituire la rivelazione con la possessione, la conoscenza con la suggestione, la gnosi con il delirio.
La psicologia moderna, illudendosi di rintracciare il divino nel profondo, in realtà non fa nient’altro che profanare l’anima umana, esponendola ad influssi “contro-iniziatici”. La “discesa” nelle regioni basse del subconscio non è più, come nei Misteri antichi, una tappa catartica e transitoria, bensì una permanenza caotica e dissolutiva. Perciò, se la fase materialista della modernità ha avuto la funzione di chiudere l’accesso alle possibilità superiori dell’essere, quella attuale o “post-moderna” – dominata dalla psicologia – ha il compito ben più grave di spalancare canali verso forze sottili ma infere, con l’intento precipuo di suggellare l’opera di sovversione.
Conclusione: verso un riscatto della conoscenza integrale
Dinanzi a tale fosco panorama, la diagnosi guénoniana si manifesta in tutta la sua portata: la psicologia moderna non si rivela affatto una scienza dell’anima, bensì una scienza della perdizione. Essa non guarisce, non eleva, non illumina, ma piuttosto disgrega, confonde, smarrisce. L’unico rimedio, per l’uomo che non intenda perdersi nel pantano dell’epoca, consiste nel ritorno a una concezione metafisica dell’essere, a una visione che riconosca il primato del Principio sull’individuo, del Sovra-cosciente sul subcosciente, dell’Intelletto sulla psiche. Solo così potrà finalmente riemergere una vera scienza dell’anima, saldamente radicata nella Tradizione, ordinata gerarchicamente e capace di guidare l’uomo – non verso i labirinti della propria ombra – bensì verso la Luce immutabile del Sé.




