
di Maurizio Ballistreri
La finanza globale e la smaterializzazione del capitale stanno generando una società organicistica e incorporata, con masse di individui isolati nei confini di Stati-Nazione con sempre meno poteri.
Una società divisa tra subalterni dentro i confini statali e oligarchi con potere globale, il risultato è evidenziato da un dato: a più di dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. E la concentrazione di ricchezza in poche mani ha anche una conseguenza sul piano politico: la crisi della rappresentanza collettiva, la disintermediazione sociale, lo svuotamento della partecipazione alle scelte pubbliche.
Nel suo libro dal titolo “Identità perdute. Globalizzazione e Nazionalismo” del 2019, Colin Crouch ha affrontato tutti i temi che riguardano la prospettiva politica, economica e sociale del nostro tempo: “La disuguaglianza socio-economica, le trasformazioni del welfare, l’ascesa delle nuove forze populiste, i mutamenti del lavoro e la sfida fiscale, il ruolo dell’informazione nella società postdemocratica.
Nel volume Crouch riprende e sviluppa l’analisi politologica già elaborata in “Postdemocrazia” del 2003, in cui l’autorevole sociologo e politologo, già docente alla London School of Economics, ha prospettato una severa analisi circa il tramonto della democrazia nei paesi occidentali, con l’instaurazione di una forma moderna di oligarchia. In essa le forme sono salve perché la democrazia non è eliminata ma viene svuotata di contenuti, passando dal government alla governance: “Mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore e oggi in qualche misura sono anche rafforzate, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.
Sembra avverarsi quanto sostenuto nel Rapporto della Trilateral Commission su “La crisi della democrazia” del 1975, in cui si sosteneva l’esigenza di verticalizzare il processo decisionale, semplificandolo.
E, infatti, ai nostri giorni i poteri decisionali si sono spostati verso i governi, caratterizzati da forti elementi leaderistici, sganciati dal rapporto con le assemblee parlamentari, con il leaderismo e il populismo quali elementi costitutivi di un regime postdemocratico
Si è passati, così, dall’800 ai giorni nostri, dalla rappresentanza per notabilato a quella democratica generata dal suffragio universale ad una forma che a livello politologico si definisce “democrazia del pubblico”, in cui il popolo e, soprattutto i settori socialmente più disagiati, è marginalizzato dalla politica fondata sulla “nomina” dei rappresentanti e non sulla scelta con la preferenza e da forze politiche private e personali.
Un nuovo modello della rappresentanza che il filosofo Remo Bodei analizzò utilizzando categorie filosofiche diverse, derivanti dal pensiero di Machiavelli, di Hegel, di Max Weber, quale conseguenza del distacco tra establishment e ceti popolari sempre più impoveriti.
In concreto, il declino delle identità collettive “solide”, un tempo rappresentate dalle organizzazioni dei “subalterni”, partiti di classe e sindacati dei lavoratori, la crisi delle socialdemocrazie e la sconfitta dei regimi collettivistici, da una parte, la frammentazione dei rapporti sociali e la rivincita “neoliberista” del capitalismo finanziario, dall’altra, sono ad un tempo causa ed effetto di questa situazione di incertezza politica e sociale.
Tutto questo produce una nuova forma di élite politica, che parla direttamente al pubblico (in questo senso si ravvisano le pulsioni populiste) e lo rappresenta come una sorta di procuratore del popolo in istituzioni viste come strumentali rispetto alle problematiche sociali, inasprite dal distacco tra governati e governanti.
Nella “democrazia del pubblico” le forze politiche cedono spazio alle persone, l’organizzazione della politica alla comunicazione, le identità collettive si affievoliscono, sostituite da un rapporto fiduciario diretto con i cittadini: lo spazio della rappresentanza coincide con lo scambio fra leader e “opinione pubblica”, che avviene, prevalentemente, attraverso web e social, con modalità, però, asimmetriche, perché a senso unico.
E, quindi, più che di “post-democrazia”, si potrebbe evocare la “teatrocrazia” descritta da Platone.





