
di Gianvito Caldararo
Viviamo nell’era del populismo? Questa è la opinione di molti opinionisti e politici. Si è affermata, da tempo, la tendenza di applicare la parola “populismo” a fenomeni di ogni tipo, pur disponendo di concetti molto precisi come nazionalismo, razzismo e protezionismo. Ma di populismo si è sempre parlato. Infatti, nel maggio del 1967 alla London School of Economics fu organizzato un convegno sul tema “To define populism” (Definire populismo), nel quale Isaiah Berlin, noto filosofo e politologo, considerato tra i maggiori pensatori del XX secolo, coniò la metafora del “complesso di Cenerentola”, che è una figura retorica fin troppo nota a coloro che si occupano in campo scientifico di populismo, con la quale metafora intendeva dissuadere gli studiosi dal perseverare nella ricerca di un’essenza del populismo capace di rendere conto di tutti i fenomeni che a quel termine vengono associati.
Ma Isaiah Berlin, rimase inascoltato, perchè si sarebbero contati a migliaia gli ostinati cercatori di quell’essenza, sparsi su tutto il pianeta. Nel 2013 Marco D’Eramo, già fisico e scrittore, che riprese gli studi sociologici presso la scuola di scienze sociali di Parigi , dove è stato allievo di Pierre Bourdieu, uno dei maggiori sociologi del XX secolo.
D’Eramo, si prese la briga di avviare una ricerca per appurare quanti libri e articoli contenevano nel titolo la parola populismo e i suoi derivati. Scopre che fino a quella data il totale di libri e articoli sul populismo ascendeva a 6.110 titoli. Oggi forse è stato superato il traguardo degli oltre 10 mila. Infatti, il populismo è entrato nel novero delle mode intellettuali in un ampio raggio in cui svettano la politica, il giornalismo e le scienze sociali.
Con Jean-Werner Muller, studioso di Princeton che ha indagato più di altri il tema e la sua evoluzione politica, definisce il populismo come una “particolare immaginazione moralistica della politica”, un modo di concepire il mondo politico che “configura un popolo moralmente puro e pienamente unificato contrapposto ad èlites che sono ritenute corrotte o moralmente inferiori”. Un populismo “che può esprimersi attraverso un leader non necessariamente dotato di personalità carismatica, ma capace di stabilire un contatto diretto con le aspirazioni e le preoccupazioni della gente comune”.
La comunità scientifica cerca di liberarsi del complesso di Cenerentola” e di avviarsi verso una definizione di populismo che possa essere accolta unanimemente dagli studiosi e fare da base ad ulteriori progressi nell’analisi delle sue manifestazioni. Ma sino ad oggi nessuna delle strade percorse ha condotto al risultato sperato. Per populismo si intende “genericamente un atteggiamento e una prassi politica che mira a rappresentare il popolo e le grandi masse esaltandone desideri, frustrazioni e sentimenti collettivi o popolari”.
Anche il nostro Marco Revelli, nel marzo del 2017, ha pubblicato dall’editore Einaudi, il libro da titolo “Populismo 2.0”, nel quale evidenzia che “il populismo si manifesta quando un popolo non si sente rappresentato”. Arriva a definire il populismo come “malattia infantile” della democrazia quando i tempi della politica non sono ancora maturi. Mentre diviene “malattia senile” quando i tempi della politica sembrano essere finiti. Come ora avviene in Italia e anche altrove, sottolinea Revelli, per il quale “il populismo è sempre un indicatore di un deficit di democrazia”, cioè di rappresentanza. E per Revelli, il populismo attuale, questa è la tesi centrale del libro – è del secondo tipo: rappresenta una sorta di “malattia senile della democr”; ma anche della sconfitta storica del lavoro e con lo sfarinamento del mondo del lavoro.
Anche Romano Prodi, è intervenuto sull’argomento, mettendo in evidenza che “il populismo è il rifugio del popolo che non trova casa”. Per Prodi “il populismo ha ricevuto un colpo con la sconfitta di Trump, ma rimane una malattia mondiale e la crisi della democrazia è profonda “. E la domanda finale non può che essere: che fare?





