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POETI GEMELLI

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di Carlo Di Stanislao

Poeti gemelli

Le poesie si  scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da argenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata”
Da La Terra Santa di Alda Merini

 

Dio non gioca a dadi e gli astri non si balooccano.
Chi nasce alla stessa ora, lo stesso giorno anche in anni diversi e a leghe di distanza,  è gemello nella sostanzialita’ dell’assenziale.
 
Lo stesso giorno, il 27 ottobre, alla stessa ora, con tredici anni di differenza, a miriadi di leghe di distanza – il primo nella sfarzosa Palermo del 1901, l’altro a Swansea, nel 1914, odore di pesce nei rivi quartieri, gabbiani con baldacchino d’angelo – nascono Lucio Piccolo e Dylan Thomas: gemelli diversi e uguali.
 
Thomas è arcifamoso, il più sfarzoso, apocalittico, fosforico poeta del secolo; l’altro, il cugino di Tomasi di Lampedusa, è poeta d’eguale estro immaginifico, fino a sfibrare in zucchero e lampo campestre la nostra lirica; leggerlo è impossibile, astruse ragioni lo esiliano dalle librerie nostre.
 
Ma nella infinita libreria della famiglia Savini, io potevo leggerlo, con stretti nel petto e nel pugno infiniti sogni.
 
Il punto comune tra i due – al di là del compleanno – è William B. Yeats, il grande poeta irlandese. 
Dylan Thomas – gallese – lo preferiva a tutti (insieme a Hopkins e a Blake, i prediletti da Yeats); Lucio Piccolo idem: tradusse Yeats e intrattenne con lui un sapido epistolario. 
Entrambi – Piccolo e Thomas, con le ovvie differenze connesse alle loro irriducibili individualità – prediligono una poesia della meraviglia e della luce e se fossi stato  poeta questa avrei cercato di scrivere, maledicendomi ogni volta non fossi  riuscito a farlo.
 
Morirono entrambi in modo diversamente eclatante: DT all’apice del successo pubblico, a New York, nel 1953; Lucio Piccolo nel ’69, nella solitudine della sua assolata villa, incurante del mondo e dei suoi pigolii.
 
Eugenio Montale scoprì le poesie di Piccolo pochi mesi dopo la morte di DT: ne restò ammaliato.
 
Piccolo  non ha avuto eredi in campo letterario ed un padre senza figli se ne va triste.
DT invece ha avuto epigoni molti e un grande figlio: Alessandro Ceni, che coniuga Kafka, Coleridge e Poe, John Milton e Walt Whitman, Stevenson e Conrad e Melville e Dickens e Joyce, le atmosfere del primo Ridley Scott e mette tutto questo in sulfurei versi.
Leggiamo questi per chiudere e capire:
 
“Nel buio le parole/ non sono parole ma uomini/ che con rasoi tentino tele cerate di/ sonori padiglioni sulla sabbia”. Alessandro Ceni (da: “Da opposte rive”). 
 
Aveva ragione Paolo Ferrari  il mio professore di lettere al liceo:” la letteratura non è mai marginale, può non darti da vivere,  ma sempre ti da vita”. 
 
Ed oggi ci sembra cultura ciò che vede protagonista una comica che viene definita colta, contro e innovativa quando dice: “Scusate devono avermi dato per errore il discorso di qualcun altro”. 
 
Vediamo di spiegare per i pochi che non sanno.  Come accadde per Gennaro Sangiuliano (che ammise alla cerimonia di assegnazione del Premio Strega di non aver letto tutti i libri candidati) Geppi Cucciari stavolta non risparmia il nuovo inquilino del Mic, Alessandro Giuli, conosciuto oramai per i suoi discorsi iperbolici. Così, al Festival del Cinema di Roma, la conduttrice tv si lancia in un discorso alla “Giuli”. «Ritengo il vostro tributo plasticamente propedeutico al soffio vitale che spira aurora come anelito di empatia e sincero tripudio», dichiara, tra le risate del pubblico. Poi si scusa con gli ospiti stranieri in platea e soprattutto con gli interpreti che saranno impazziti in quei pochi minuti. «Scusate devono avermi dato per errore il discorso di qualcun altro», aggiunge. 
 
E tutti ridono dentro e fuori dai social mentre “non ci resta che piangere”.
Ben altro era il ruolo e il calibro dei giullari e dei buffoni, un tempo.
 
Nel 1926, Piero Gobetti riparava già a Parigi, malmesso, ma continuava a seguire, anche grazie alla moglie Ada, i suoi progetti editoriali in Italia. Il giovane Natalino Sapegno, conosciuto a Torino prima della laurea, collaborava attivamente da tempo a questi progetti, e con il celebre Resoconto di una sconfitta (1924) aveva dato il suo contributo decisivo richiamando alle sue responsabilità il mondo intellettuale italiano, preda di un vuoto di azione dopo la fine della guerra e incapace di riconoscere in Croce la guida più coerente e sistematica. 
 
Oggi viviamo un momento simile a quello,  ma non ci sono né Sapegno né Croce a guidarci,  ma Checco Zalone e Geppi Cuggiari e c’è poco da ridere. 

Autore

  • Redazione

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