
di Gianvito Caldararo
Dall’entusiasmo allo sconforto. Tutti ricordiamo l’entusiasmo di quando Conte, presidente del Consiglio, comunicava la imponente cifra di risorse finanziarie per il PNRR, pari a 291,5 miliardi di euro, di cui 69 come sussidi a fondo perduto e 122,5 miliardi di euro di prestiti con la garanzia della Commissione U.E. Una trattiva bloccatasi ad opera della decisa posizione contraria dei Paesi del Nord Europa. Fu grazie al noto “lodo Macron-Merkel”, consistente nella riduzione della parte di sovvenzioni, che la trattativa poté concludersi e quindi dare corso alla predisposizione del PNRR, sulla base delle linee guida stabilite dalla Commissione Europea. La Commissione individuava ben tre assi di intervento e cioè: a) digitalizzazione e innovazione; b) transizione ecologica; c) inclusione sociale.
La prima stesura del PNRR a cura del governo Conte, non fu condiviso dalla Commissione europea. Sarà il governo guidato da Mario Draghi, che provvederà a rielaborare la bozza del PNRR e conseguire l’approvazione da parte della Commissione Europea. Il governo Draghi collocava la struttura di governance del PNRR presso il MEF – Ministero Economia e Finanza. Subentra il governo di Giorgia Meloni, e il primo provvedimento che il suo governo adotta è quello di trasferire la struttura di governance dal MEF alla presidenza del Consiglio dei ministri.
Dopo tale decisione, comincia a sorgere il problema della difficoltà di poter impiegare le intere risorse in progetti. Sarà il ministro Fitto che lancerà tale allarme, sottolineando l’esigenza di giungere ad una rinegoziazione con la Commissione per la revisione della spesa. Qualcuno fa rilevare che il PNRR deve mirare alla realizzazione di “progetti strategici” e non di piccoli interventi a pioggia.
Interventi che non hanno alcuna portata strategica, come ad esempio il finanziamento per la sistemazione di piazze e vie, di piste da sci e campi di briscola, mentre restano al palo importanti opere nel settore delle infrastrutture, di competenza del ministro Salvini. L’intervento del ministro Fitto in Parlamento ha cercato di fare chiarezza su alcuni aspetti del PNRR. Ha sottolineato di come alcuni progetti devono essere stralciati e destinare le risorse in altra direzione. Uno degli esempi è quello degli asili nidi, che una volta realizzati hanno bisogno del personale, la cui spesa è a carico del bilancio dello Stato o degli Enti locali.
Altro esempio è quello della “Case Comunità”, con il rischio di realizzarle e di non poterle far funzionare per mancanza del personale, in primis, quello medico. Stessa problematica si pone per gli Ospedali di comunità.
Per tutte queste ragioni la Commissione Europea si è dichiarata disponibile alla modifica del PNRR, richiedendo, con sollecitudine, l’invio del piano di modifica. Concreto in tale direzione è risultato il contributo del commissario italiano Gentiloni. Anche se va evidenziato che anche altri Stati hanno avanzato richiesta di modifiche, in particolar modo la Germania, il Portogallo, la Spagna, la Finlandia e anche il Lussemburgo.
Vi è da sottolineare che il ministro Fitto, titolare di una robusta delega comprendente gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il PNRR, ha richiesto ai colleghi di governo, una dettagliata relazione sui previsti investimenti per i quali si riscontrano ritardi e difficoltà tali da pregiudicare il pieno raggiungimento degli obiettivi e dei traguardi previsti dal PNRR nei modi e nei tempi stabiliti.
La situazione appare molto delicata, anche se non compromessa, ma per il pieno conseguimento dei risultati, necessita un poderoso e incessante impegno, per superare questo momento di reale incertezza e anche, a volte, di pericolosa confusione. E’ anche evidente che il Governo Meloni è in affanno e si riscontra anche una certa confusione nella scelta delle opere da realizzare. Sulla base di quanto innanzi descritto, il ministro Fitto, ha più volte ribadito che “è meglio stralciare i progetti oggi, e girare quei fondi su altri, che rimanere con progetti realizzati a metà e restituire i fondi nel 2026”.Ad aggravare la situazione è giunta anche l’alluvione avvenuta nella regione Emilia- Romagna, che richiederà l’impiego di non poche risorse per ripristinare le strutture e indennizzare famiglie e imprese per i danni subiti.
Per il bene dell’Italia, auguriamoci che tutto si concluda positivamente e con la collaborazione e il coinvolgimento di tutti. Obiettivo che si può conseguire se si pone fine alla deleteria pratica dell’occupazione del potere e non della soluzione dei problemi, che sono seri e gravi.
La maggioranza di governo, deve evitare la tentazione di voler utilizzare la ricostruzione dell’Emilia-Romagna per la prossima campagna elettorale delle europee del prossimo anno 2024 e poi delle regionali del 2025. Per l’Emilia- Romagna si è in attesa della nomina del Commissario per la ricostruzione. Il governatore Bonaccini, ha già dato valida prova nella ricostruzione post-terremoto.





