
di MARYAM FATÈMIFAR
Racconto Fantastico
C’era una volta, nascosta tra i rami di un maestoso eucalipto, un’insolita bolla d’acqua. Un meraviglioso mondo, appeso ad una foglia di rara bellezza. I suoi abitanti erano la quinta generazione post caduta di un’altra bolla che esplose, senza alcun apparente motivo, in una notte di tempesta. L’esplosione la frantumò in mille bolle che furono portate via dalla tempesta. Solo una si salvò. Era riuscita, per una strana forma di affinità, ad aggrapparsi ad una giovane e tremolante foglia di eucalipto.
La magica natura del loro legame rese diversa anche la foglia. Sembrava un brandello di mare. Una foglia, quasi, liquida. Il susseguirsi dei giorni e delle stagioni donava a questo mondo leggiadri riflessi di luce che ricordavano la bellezza dell’arcobaleno. Ogni tanto, appena prima del crepuscolo, una piccola luce di rosso granato, a malapena percepibile, percorreva la superficie interna della bolla disegnando meravigliose spirali di colore che si spegnevano nelle varie tonalità di quel blu che governava la notte.
Un giorno, Davide, mentre si arrampicava per l’ennesima volta sull’eucalipto, si accorse dell’esistenza di questo mondo. All’inizio non vedeva altro che un sottile gioco di luce, ma poi osservando meglio riuscì a percepire movimenti, voli, minuscoli omini color indaco lavorare, danzare e di notte, addirittura, dormire. Davide fu entusiasta di quella scoperta. Nella sua solitudine incompresa – suo padre e i suoi medici lo ritenevano autistico, solo il nonno continuava a trattarlo come un bambino normale – aveva trovato un motivo valido per esplorare il mondo esterno. Per potersi avvicinare a questa meraviglia, Davide aveva preso la lente d’ingrandimento che il nonno usava per la sua lettura.
Restava ore e ore immobile, su quel ramo, a guardare la danza di forme e colori in quella insolita bolla. Più volte, al crepuscolo, prima di scendere dall’eucalipto, era riuscito a catturare, attraverso i giochi di luce e di ombra che faceva con le o mani, l’attenzione di un curioso frammento rosso che percorreva, sempre a quell’ora, la superficie del “Piccolo Grande Mondo”: così l’aveva chiamato. Un frammento. Un bagliore. Una bizzarra Dama in rosso granato con grandi ali, quasi diafane. Avevano in qualche modo imparato a comunicare tra di loro. Davide sentiva il suo bisbiglio nelle orecchie e lei era capace di leggere i suoi pensieri.
Era molto vivace, faceva mille domande sul mondo in cui viveva Davide. Fu curioso per Davide lo strano sorriso della Dama quando venne a sapere che il suo mondo, non era null’altro che una bolla d’acqua immersa in un altro, infinitamente più grande. Aveva confidato a Davide il suo desiderio di volare via, di uscire dalla bolla, per conoscere la vera essenza del Grande Mondo: quello che ospitava anche il mondo di Davide. E quando Davide le chiese: “…ma, come potresti farlo?” Lei rispose: “Devo diventare sempre più trasparente, identica alla luce del sole. Solo così posso attraversare le pareti della bolla”. “Ma per fare ciò devi quasi morire nel tuo mondo e non è detto che tu possa rinascere nel mio” disse Davide perplesso. “Non devo rinascere nel tuo mondo. Devo solo attraversarlo per raggiungere…” “L’universo!” la interruppe Davide.
“L’universo…!? Allora si chiama così. Vedi, il ragionamento è semplice: se esiste il tuo mondo che comprende il mio, dovrebbe esistere anche un altro, più grande, che comprende il tuo! Quindi… Ah Sì(!) devo vivere l’universo!” Rispose la Dama Superesistente. “Ma di cosa è fatto il tuo mondo, quello in cui voli?” chiese Davide. “Il Piccolo Grande Mondo, come hai deciso di chiamarlo tu, secoli e secoli fa viveva in fondo al mare. Fu la grande onda a trascinarlo in superficie. Il Mare e la Tempesta si amavano e come tutte le creature innamorate a volte litigavano. Una decina di generazioni fa, in un momento di sconforto, la Tempesta s’infuriò.
Agitò le acque. Il Mare perse la calma ed invocò la grande onda, la quale ci portò in superficie e fu così che il vento ci strappò dal mare. Ci portò lontani, troppo lontani per poter tornare indietro. Fu Eucalipto a trattener il Vento, e fu la Brezza mattutina a posarci, con dolcezza, sulla più giovane e più forte foglia di eucalipto”. L’aveva chiamata così: “Superesistente” poiché superesisteva/resisteva al suo mondo. Una creatura fragile, ma talmente ambiziosa da voler vivere l’universo.





