
In attesa che Giorgia Meloni presenti quello che è stato denominato il “Piano Mattei”, è opportuno fare i conti con quanto hanno fatto e stanno facendo i maggiori protagonisti della presenza in Africa, ossia Cina, Russia e Turchia.
Cominciamo con quest’ultima che, grazie anche all’insipienza dei governi italiani, ha occupato posizioni importanti in Libia e in Somalia.
Dopo che l’inglese Camerun e il francese Sarkozy l’hanno disastrata, uccidendo, con il benestare di Obama, Gheddafi, la Libia è stata adottata da Russia e Turchia.
La Turchia è presente in Tripolitania e, oltre a fornire assistenza securitaria, con la sua presenza militare, ha sviluppato una strategia di welfare, costruendo scuole e ospedali, pagando il personale che li fa funzionare e mettendo in essere un sistema pensionistico prima inesistente.
Prima di chiedere aiuto alla Turchia, tra il 2019 e il 2020 il governo di Tripoli “pare abbia tentato di contattare la Farnesina, senza ricevere risposta alcuna”. (Lorenzo Maria Ricci, Domino 9/2023).
Lo stesso trattamento riservato alla Libia la Turchia l’ha riservato alla Somalia, assumendo anche un ruolo importante nella formazione di giovani laureati nelle università anatoliche.
Non sono mancate le costruzioni di moschee e l’ammodernamento dell’aeroporto di Mogadiscio.
Nel 2017 la Turchia ha inaugurato nei pressi di Mogadiscio la più grande base turca all’estero (Turksom), capace di addestrare contemporaneamente 1500 soldati somali.
La Cina è praticamente presente ovunque, con una strategia di penetrazione economica che si avvale della costruzione di infrastrutture, mentre la Russia preferisce essere presente, oltre che con Wagner, anche direttamente in campo securitario, addestrando le forze armate dei vari Paesi e fornendo armi.
In Etiopia Mosca ha recentemente stipulato con Rosatom un accordo per introdurre l’energia atomica civile e in Egitto è impegnata a costruire la centrale nucleare di El Dabaa.
Ottimi i rapporti del Cairo con la Cina.
Riassumendo, i parametri di fondo ai quali guardare per una possibile strategia Mattei sono quelli già attuati da Cina, Russia e Turchia, il ché implica non solo una capacità di investimenti, ma anche una postura militare a sostegno delle politiche di intervento quando fosse richiesto.
Strategico, per un avvio della strategia del Piano Mattei, è il Magreb.
Con Tunisia e Algeria i rapporti dell’Italia sono molto buoni e di cooperazione.
Con l’Egitto, al di là degli incidenti diplomatici del recente passato, l’Eni, presente dal 1954, ha recentemente vinto cinque licenze esplorative nell’area di pertinenza egiziana, produce il 60 per cento del gas cairota, compresi gli unici impianti di liquefazione.
All’Egitto forniamo armamenti (Fregate Fremm, ad esempio).
Buoni sono anche i rapporti con il Marocco, mentre il vero problema riguarda la Libia, dove l’Eni è fortemente radicato, ma dove l’Italia, grazie alla protervia anglo-francese e Usa e all’acquiescenza dei nostri governi, è venuta meno in termini di presenza governativa e militare. La Libia è ora in mano a Turchia e Russia e riprendere una presenza italiana diventa uno degli aspetti decisivi e strategici del futuro Piano Mattei.
Ovviamente il Piano Mattei sconta anche i rapporti complessivi con il mondo arabo, che recentemente Giorgia Meloni ha ricucito dopo le lacerazioni dovute all’azione di Luigi Di Maio che, guarda caso, è stato indicato da Bruxelles come inviato dell’Unione Europea per il Golfo.
E a proposito dell’Unione Europea, con la Francia ormai cacciata dalle sue ex colonie, c’è poco da sperare. L’Europa, in termini di strategia geopolitica non esiste e quando si muove fa danni.
C’è, in questa considerazione, anche la presa d’atto di una solitudine dell’Italia in una possibile strategia nei confronti dell’Africa. Solitudine che implica una capacità di azione improntata a grande pragmatismo.
Con 1200 uomini in Libia, mille in Mali e altrattenti nella Repubblica centrafricana, la Wagner, se si sviluppasse anche in Niger.
La Wagner è presente in Africa a vario titolo in Libia, in Sudan, in Mali, in Buekina Fasu, In Guinea Konacry e in Guinea Bissau, in Camerun, nella Repubblica centrafricana, in Sud Sudan, in Uganda, in Kenia, nella Repubblica democratica del Congo, in Angola, in Tanzania, in Zambia, in Botswana, in Madagascar e in Sudafrica.
Gli interventi vanno dal sostengo ai governi locali, all’addestramento delle forze armate, a intelligence, al commercio di armi, ad affari di estrazione di gas e idrocarburi, a interventi economici e finanziari.





