
Per Gaza, come si può ben vedere dagli studi della Rand (vedi articolo in questo stesso numero del giornale) c’è un futuro programmato che fa ben capire come le affermazioni di Donald Trump, per quanto fornite in modo eclatante, non siano il frutto di un’estemporanea invenzione del presidente Usa, ma il portato di una strategia ben mirata, che ha alla base studi del più importante laboratorio di idee Usa.


Come si può ben vedere, è previsto un collegamento stradale e ferroviario tra le due parti del futuro possibile Stato palestinese, ma perché il futuro diventi realtà è necessario che si risolvano alcune questioni:
- L’eliminazione totale di Hamas dai territori di Gaza e della Cisgiordania.
- La neutralizzazione degli Houthi.
- La neutralizzazione di Hezbollah.
- L’eliminazione di ogni influenza dell’Iran sui suoi proxy.
- Il cambio totale di strategia del Qatar, che deve chiudere ogni finanziamento ai terroristi.
- L’affidamento del passaggio ad un’Autorità palestinese dei territori di Gaza e della Cisgiordania all’Arabia Saudita, che potrebbe essere anche uno dei maggiori investitori dei piani di sviluppo, conquistandosi un porto sul Mediterraneo.

Nel frattempo l’esercito israeliano ha annunciato di aver preso il controllo completo del corridoio Morag nel sud di Gaza, isolando la città di Rafah da Khan Younis. Rafah è ora completamente circondata dall’esercito israeliano.
Come si può ben vedere dalla cartina dell’Ispi, il territorio della Striscia di Gaza è ora diviso nettamente in tre aree dai corridoi di Morag e di Netzarim.
La parte centrale non ha valichi, mentre valichi ci sono a nord e a sud.
Inoltre, attorno alla Striscia di Gaza è stata creata una zona cuscinetto spopolata che ha ridotto di gran lunga il territorio a disposizione dei palestinesi.
L’intento israeliano è di isolare Hamas che, guarda caso, ieri ha rivendicato il lancio di razzi avvenuto dal sud della Striscia di Gaza, affermando di aver preso di mira la comunità di confine di Nir Yitzhak. Secondo l’Idf, tre razzi sono stati intercettati e non si registrano feriti.
La vicenda di Gaza si intreccia con quella dei rapporti con l’Iran, che è la vera testa del serpente i cui tentacoli sono Hamas, Hezbollah e Houthi.
Sul fronte del nucleare, ieri sono iniziati i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran in Oman.
Teheran si dice pronta a dare una “genuina possibilità” ai colloqui con gli Stati Uniti, ma minaccia di espellere gli ispettori delle Nazioni Unite per il controllo dei siti nucleari in risposta a non meglio precisate “minacce esterne”. “Siamo determinati a utilizzare tutte le nostre risorse per salvaguardare il potere e gli interessi nazionali dell’Iran”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha consegnato al suo omologo dell’Oman una nota sulla posizione di Teheran riguardo ai negoziati sul nucleare da inoltrare alla delegazione statunitense, guidata dall’inviato e capo negoziatore del presidente Donald Trump per il Medio Oriente, Steve Witkoff. La nota, secondo i media, contiene anche i principali argomenti di preoccupazione di Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il suo Paese cerca un accordo “equo e onorevole” con gli Stati Uniti, prima dell’inizio dei colloqui tra le due parti.
Trump dal canto suo ha precisato che “l’Iran non può avere armi nucleari”.
“Voglio che l’Iran sia un Paese meraviglioso, grande e felice. Ma non può avere armi nucleari”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti a bordo dell’Air Force One in viaggio verso la sua residenza in Florida.
I colloqui in Oman, i primi del genere dal 2018, si svolgono dopo settimane di guerra verbale tra Stati Uniti e Iran, che chiede la revoca delle soffocanti sanzioni statunitensi.
Mentre si avviano linee negoziali continuano le operazioni di neutralizzazione dei proxy dell’Iran.
Come riporta il sito Al Masirah, legato al gruppo Houthi, le forze americane hanno lanciato venerdi sera tre attacchi aerei nella capitale dello Yemen, San’a.
I bombardamenti qualche effetto lo hanno avuto. Un alto funzionario Houthi ha offerto ieri a Washington una tregua nel Mar Rosso, se gli Stati Uniti smetteranno di attaccare lo Yemen. Il gruppo sciita e alleato dell’Iran ha chiarito di non essere in guerra con il popolo americano. Un’affermazione un po’ curiosa, dal momento che i ribelli hanno attaccato un po’ tutti, indipendentemente da bandiera e destinazione.
La dichiarazione avviene mentre si sta schierando una seconda portaerei nell’area.
Tuttavia, l’alto funzionario Houthi ha poi affermato che, mentre gli Houthi sono pronti a fermare tutti i contrattacchi contro le navi da guerra e le imbarcazioni statunitensi, gli attacchi contro le navi israeliane e il territorio israeliano non si fermeranno finché non saranno soddisfatte alcune condizioni relative a Gaza.
“Le operazioni contro l’entità sionista continueranno finché i nostri obiettivi non saranno raggiunti”, ha dichiarato al-Bukhaiti. “Se Trump cerca veramente la pace, come sostiene, i suoi sforzi avrebbero dovuto essere diretti a fare pressione su Netanyahu per attuare l’accordo di cessate il fuoco, che include la rimozione dell’assedio su Gaza e la possibilità di far entrare cibo e medicine. Solo allora fermeremo tutte le operazioni militari contro l’entità sionista”.
Come si può ben arguire, la questione di Gaza è al centro degli scontri in tutta l’area del Medio Oriente.
Le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno condotto in quaste settimane diversi raid aerei in varie località della Siria, oltre a effettuare un’incursione terrestre nel governatorato meridionale di Daraa.
Dalla caduta di Assad, l’8 dicembre scorso, Israele ha colpito ripetutamente obiettivi in territorio siriano, compresa la capitale, con l’intento di indebolire il nuovo governo di Damasco guidato da Ahmed Al-Sharaa (Al-Jolani).

Come si può ben vedere dalla cartina dell’Ispi, Israele oltre alle alture del Golan, già occupate, ha occupato una vasta area di territorio siriano.
Non sono mancate operazioni in Libano. L’esercito israeliano nei giorni scorsi ha condotto un attacco in un sobborgo meridionale della capitale libanese Beirut, prendendo di mira un operativo di Hezbollah. Benjamin Netanyahu ha avvertito che lo Stato ebraico colpirà “qualsiasi parte del Libano contro qualsiasi minaccia”, dopo un lancio di razzi da parte di Hezbollah verso il nord di Israele.
Da qualsiasi parte la si veda, la questione medio orientale ha al proprio centro Gaza e ha come principale attore di destabilizzazione l’Iran, che agisce con i suoi tentacoli esterni.
L’avvio dei negoziati con gli Usa, pertanto, è un elemento significativo che potrebbe cambiare gli equilibri dell’area, consentendo al popolo palestinese di avere finalmente uno Stato insediato su un territorio unitario (Gaza), in relazione con la Cisgiordania.
Il progetto della Rand, come si può apprezzare nell’articolo pubblicato su questo stesso numero del giornale, va esattamente in questa direzione.





