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PER CHI SUONA LA CAMPANA

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di Paolo Falconio

Non è mia intenzione scrivere su Hemingway, ma non ho resistito al titolo evocativo. Ulteriormente mi rendo conto non che si senta particolarmente il bisogno dell’ennesima analisi a caldo sulle elezioni americane, ma vedo molte persone esultare o disperarsi per la vittoria schiacciante di Trump.

In primis ricordo che fra due anni ci saranno le elezioni di mid term, il che vuol dire la necessità per la nuova amministrazione di garantire l’economia americana con politiche hard anche verso l’Europa.

Vedremo se Trump manterrà la promessa di dazi tra il 10 e il 20 % sui prodotti europei, che certo non auspico. Di converso vedremo se sarà in grado di disinnescare i conflitti nel mondo, senza scardinare il sistema di sicurezza occidentale e tuttavia tutto questo ha scarsa rilevanza. Guarderò da alleato all’ amministrazione Trump giudicandola sui fatti e non sulle dichiarazioni fatte durante una campagna elettorale feroce. La guarderò dall’unico punto di vista possibile per la mia persona che è quello dell’interesse nazionale. Che ci piaccia o meno (e le ombre non mancano) è del tutto irrilevante, ha vinto non solo tra i grandi elettori, ma anche nel voto popolare.

Detto questo una riflessione va fatta, la campana suona a morto per le dinastie liberal americane (e aggiungo europee) che volevano imporre la woke culture e tutte le altre amenità del genere, che hanno fatto della globalizzazione un feticcio, che hanno perso in tutte le partite internazionali nelle quali si sono cimentate e che mentre il potere di acquisto dei salari dell’americano medio precipitava, annunciavano un più 7% del PIL che evidentemente ha riguardato molto pochi. Vale la pena precisare che dal 2009 assieme a YouGov, ogni settimana è stato chiesto a 1500 americani il loro “mood” (la loro percezione) sull’andamento dell’economia. Il dato poi confermato da un sondaggio della Gallup, è stato che due americani su tre giudicano negativamente l’operato della Casa Bianca.  Il punto è che molti indicatori che riguardano la vita quotidiana delle persone non erano affatto positivi.

A titolo di esempio, il Reddito personale è inferiore del 15% se paragonato a marzo 2021 (che invero era sostenuto da tutta una serie di misure volute dallo stesso Biden), l’aumento dei tassi per contrastare l’inflazione che tocca il 20% ha reso più onerosi mutui e prestiti con un mercato immobiliare che lascia fuori una fetta di popolazione (e la casa è parte integrante del sogno americano).

La campana suona a morto per i democratici che smettono di essere il partito della working class e vengono identificati con le grandi concentrazioni di ricchezza (le orecchie dovrebbero fischiare anche a qualcuno dalle nostre parti e tra le tecnocrazie europee), Forse sarebbe stato meglio ritornare a quel partito democratico che espresse personaggi del calibro di Roosevelt, Kennedy e altri.

La Campana suona a morto per un mondo globalizzato che ha generato i nostri mostri (impoverimento, competitors internazionali, che ha deindustrializzato la cd. rusr beld e che ha fatto della Cina la fabbrica del mondo, salvo oggi doverla contenere e cercare di riportare le industrie a casa con una politica protezionistica e di incentivi tale che è stato coniato un neologismo “re shore”). Una perdita di credibilità che sta isolando l’Occidente e in particolare un’Europa che è paralizzata e che affronta la guerra nelle aule di tribunale (farebbero bene a studiarsi qualche brocardo romano che pure è stata la patria del diritto come “silent enim leges inter arma “, ”Tacciono infatti le leggi in mezzo alle armi”), ovvero con dichiarazioni roboanti e minacciose, ma che se le cose dovessero precipitare, la guerra la dovrà fare con i manici di scopa.

Un ultimo accenno fuori dall’analisi in senso stretto riguarda l’Europa del Mediterraneo e più in generale del sud, stretta tra la tentazione sempre perenne della Germania alla Ostpolitik e il probabile inasprimento delle politiche protezioniste americane. Questa Europa del sud avrebbe il dovere di trovare le molte ragioni culturali, sociali ed economiche per realizzare una sintesi degli interessi nazionali che le consentano almeno di sopravvivere anche sul piano identitario. Winston Churchill scriveva che il primo atto per sottomettere un popolo è l’imposizione della lingua. Essere clientes dell’America (anche se a noi piace chiamarci alleati) a me va bene, perché la grammatica della geopolitica non ammette deroghe e certo non ha nulla a che fare con la morale ortodossa. Aggiungo che Churchill ci abbia detto molto bene perché le sfere di influenza non si scelgono, si subiscono e l’alternativa era decisamente peggiore. Detto questo, dobbiamo pretendere che i nostri interessi nazionali essenziali ritrovino spazio nelle dinamiche dell’alleanza atlantica.

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  • Redazione

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