
A cura di Agenzia Nova
Prima in Turchia e poi Libano.
Dal oggi al 2 dicembre, il pontefice visiterà le popolazioni di due Paesi “ricchi di storia e spiritualità”, come li ha definiti oggi lui stesso a conclusione dell’udienza generale a San Pietro, alla vigilia della partenza per Ankara. Il viaggio in Turchia, che si concluderà il 30 novembre, avviene a 1700 anni dal primo Concilio ecumenico, celebrato nel 325 a Nicea, oggi meglio nota come Iznik, che riunì rappresentanti della Chiesa orientale e occidentale con l’obiettivo di trattare questioni fondamentali e stabilire un Credo comune definitivo. Nella bolla di indizione del Giubileo, papa Francesco aveva definito il primo Concilio di Nicea una “pietra miliare” nella storia del cristianesimo. Leone XIV, salito al Soglio pontificio ormai quasi sette mesi fa, ha ripercorso la storia del Concilio nella recente lettera apostolica “In unitate fidei”, soffermandosi sul suo “valore ecumenico”. Il primo viaggio apostolico di Robert Francis Prevost toccherà così le radici del cristianesimo, ma sarà anche un’occasione per promuovere il dialogo interreligioso nonché la pace, in una regione che negli ultimi due anni è stata colpita da guerra e tensioni.
Nel corso della storia del cristianesimo, si sono susseguiti in Turchia altri sette concili tra Costantinopoli (ormai nota come Istanbul), Efeso, Calcedonia e Nicea. Non è quindi un caso se il Paese occupa un posto privilegiato nella geografia dei viaggi apostolici. Giovanni XXIII non ci si recò da pontefice, tuttavia come delegato apostolico abitò per quasi dieci anni a Istanbul (1935-44), venendo poi definito dalle autorità di Ankara, alla sua elezione, il “primo Papa turco della storia”. La Turchia è stata la meta del quinto viaggio di Paolo VI (1967): una visita apostolica che fu corollario del pellegrinaggio di papa Montini in Terra Santa e del suo storico abbraccio con il patriarca Ecumenico Atenagora a Gerusalemme. Giovanni Paolo II è stato il secondo Papa a recarsi nel Paese dei concili (quarto viaggio, 1979), poi è stata la volta di Benedetto XVI (quinto viaggio, 2006) e di Francesco (sesto viaggio, 2014). Leone XIV è pertanto il quinto pontefice a visitare la Turchia. In Libano, caratterizzato da un mosaico sia culturale che religioso, Paolo VI fece una sosta all’aeroporto di Beirut nel dicembre 1964, mentre era diretto in India per presiedere il Congresso eucaristico internazionale. Papa Wojtyla visitò poi il Paese nel maggio 1997 (77mo viaggio), per la pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale “Una nuova speranza per il Libano”. Benedetto XVI nel settembre 2012 consegnò invece l’esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Medio Oriente” dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi. Un documento che ha richiamato la necessità di una rinnovata testimonianza cristiana, di dialogo interreligioso e di impegno per la pace, sottolineando il ruolo fondamentale del Libano come “ponte” tra Oriente e Occidente.
In un’intervista a “Vatican News”, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha osservato che la visita di Leone XIV in Libano, che si svolgerà dal 30 novembre al 2 dicembre, rappresenta soprattutto “un messaggio di speranza”. “Il Libano ultimamente ha fatto dei passi avanti nella soluzione della crisi che l’ha colpito in questi ultimi anni. È stato eletto un presidente, c’è un governo, sono in atto delle riforme ma continuano a sussistere molte difficoltà, molte lentezze, molti ostacoli che possono, non dico mettere a rischio, però rallentare un po’ anche il corso delle riforme e quindi anche deludere le attese e le aspettative della popolazione”, ha affermato il cardinale. Secondo Parolin, la presenza del pontefice nel Paese lancia un messaggio per dire di andare avanti con coraggio, di continuare a camminare per la strada imboccata e allo stesso tempo per esprimere la vicinanza della Chiesa. “La Santa Sede è attenta al Libano proprio perché, citiamo ormai una frase abusata, ‘è un messaggio più che un Paese’, nel senso che si è realizzata una convivenza pacifica tra le varie religioni, tra i vari gruppi etnici, e questo deve continuare. La Santa Sede sempre è stata vicino proprio per questo, e continuerà ad essere vicino. Penso che la presenza del Papa voglia dire soprattutto questo”, ha affermato il cardinale.
In merito alla Turchia, il segretario di Stato della Santa Sede ha sottolineato che quello del primo Concilio di Nicea è “un anniversario molto importante, che è stato anche preparato da tempo proprio per sottolineare la sua rilevanza”. Il Concilio del 325, ha spiegato Parolin, “ha posto le basi della nostra fede, la fede in Gesù Cristo nella sua piena divinità e nella sua piena umanità, Gesù Cristo vero Dio e vero uomo”. Questa, ha evidenziato il cardinale, “è la base della fede di tutti i cristiani, indipendentemente dalle tante divisioni purtroppo che ancora sussistono tra di noi. Però tutti crediamo nella divinità e nell’umanità di Gesù Cristo, è il fondamento della nostra fede, che poi naturalmente è stato completato soprattutto sul tema dello Spirito Santo dal concilio costantinopolitano”. Parolin ha osservato che la Turchia “è stata un po’ la culla del cristianesimo”, perché lì sono sorte le prime comunità cristiane. “A queste comunità sono state dirette le lettere apostoliche, pensiamo a quelle di Paolo, e lì si sono tenuti i primi otto concili della storia della Chiesa. Io sottolineerei l’importanza della centralità cristologica nella fede cristiana – è lì il centro di tutta la nostra fede – e anche la dimensione ecumenica, il fatto di trovarci insieme a professare la stessa fede in Gesù vero uomo e vero Dio”, ha affermato il cardinale.
Il viaggio del Papa in Turchia, che vedrà anche una visita alla Moschea Blu, come ha sottolineato Parolin, sarà un’occasione per “fortificare” il dialogo interreligioso. “Tra l’altro abbiamo appena celebrato il 60mo anniversario della Nostra Aetate (uno dei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II): lì oltre a sottolineare lo speciale legame che c’è tra cristiani ed ebrei si sottolinea anche quello che cristiani e musulmani hanno in comune. Credo è un gesto di dialogo, un gesto di rispetto interreligioso, che vuole sottolineare come cristiani e musulmani possono collaborare insieme per un mondo più giusto, un mondo più solidale un mondo più fraterno. Il Papa diceva nel Colosseo, recentemente, che chi prega non cede al fondamentalismo. Quindi è un rifiuto del fondamentalismo e nello stesso tempo un invito ad accrescere questa collaborazione per le giuste cause comuni”, ha detto il segretario di Stato della Santa Sede.
In generale, secondo Parolin il primo viaggio apostolico di Leone XIV “porterà speranza, pace e un nuovo slancio per i cristiani in Medio Oriente”. “Va con i sentimenti che hanno sempre accompagnato i sommi pontefici in questo esercizio del loro ministero petrino, cioè quello di incontrare le comunità cristiane dei luoghi, dei Paesi e di confermarle nella fede, perché questo è il compito del successore di Pietro, e nello stesso tempo per incontrare i popoli, per incontrare le loro autorità, per incontrare le comunità civili ed essere per loro un messaggero di pace e di concordia e di dialogo”, ha affermato il cardinale. Secondo il segretario di Stato del Vaticano, “il Papa, i Papi, a partire da Paolo VI, hanno visto nei viaggi apostolici un nuovo strumento, un nuovo modo adatto ai nostri tempi, di esercitare il loro ministero”. Parolin ha inoltre evidenziato che “i cristiani sono sempre stati una realtà fondamentale nei Paesi del Medio Oriente, fin dall’inizio, e hanno dato sempre un contributo di grande valore, di grande rilievo, nella vita sociale, nella vita economica, nella vita culturale e anche nella vita politica”.
I cristiani, ha aggiunto il cardinale, “vorrebbero continuare a poter dare questo contributo, esercitare questo ruolo che hanno sempre avuto. Credo che alla fine sia un ruolo di moderazione, un ruolo che aiuta, promuove anche l’incontro tra le parti”. Il problema, ha osservato Parolin, “è che oggi i cristiani in Medio Oriente diminuiscono sempre di più e questa è una grande preoccupazione per la Santa Sede”. “Noi vorremmo che i cristiani potessero rimanere nel Medio Oriente, continuare a dare come loro vogliono questo contributo alle società in cui vivono e di cui sono parte integrante. Sono cittadini di questi Paesi, di queste società e quindi devono continuare a poter offrire il loro ruolo, il loro contributo”, ha detto il cardinale. Il primo viaggio apostolico di Leone XIV si aprirà domani, giovedì 27 novembre, con l’arrivo nella capitale turca Ankara. Secondo quanto reso noto dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, oltre all’abituale seguito papale accompagneranno il Papa i cardinali Kurt Koch, Claudio Gugerotti e George Jacob Koovakad, rispettivamente per l’ecumenismo, le Chiese orientali e il dialogo interreligioso.
Dopo l’atterraggio ad Ankara e l’accoglienza ufficiale, l’agenda del pontefice prevede una visita al Mausoleo di Ataturk. Successivamente, si terrà una cerimonia di benvenuto presso il palazzo presidenziale, dove Leone XIV sarà ricevuto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Prima di lasciare la capitale per recarsi a Istanbul, il Papa terrà un incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico basato ad Ankara. A Istanbul, il pontefice terrà venerdì 28 novembre presso la Cattedrale dello Spirito Santo un incontro di preghiera con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali. Successivamente, dopo una visita alla Casa di accoglienza per anziani delle Piccole sorelle dei poveri, Leone XIV si trasferirà in elicottero a Iznik, dove è in programma un incontro ecumenico di preghiera nei pressi degli scavi archeologici dell’antica Basilica di San Neofito. Il Papa tornerà quindi a Istanbul nella stessa giornata per un incontro privato con i vescovi presso la delegazione apostolica.
Sabato 29 novembre, Leone XIV visiterà a Istanbul la moschea Sultan Ahmet (Moschea Blu) e terrà un incontro privato con i capi delle chiese e delle comunità cristiane presso la Chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem. Successivamente, il Papa farà una dossologia nella Chiesa patriarcale di San Giorgio, per poi tenere un incontro con il patriarca Bartolomeo I presso il Patriarcato ecumenico a Istanbul, dove sarà siglata una dichiarazione congiunta, prima di una Santa Messa con omelia di Leone XIV. Domenica 30 novembre, sempre a Istanbul, il Papa terrà una visita di preghiera alla Cattedrale armena apostolica, seguita da una Divina liturgia presso la Chiesa patriarcale di San Giorgio. Nella stessa giornata, dopo un pranzo con Bartolomeo I e la cerimonia di congedo, il pontefice si recherà in Libano, diretto all’aeroporto internazionale di Beirut. Dopo una cerimonia di benvenuto, il 30 novembre Leone XIV terrà una visita di cortesia al presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun. Successivamente, il pontefice incontrerà il presidente del Parlamento, il primo ministro, nonché autorità, rappresentanti della società civile e il corpo diplomatico a Beirut.
Lunedì 1 dicembre il Papa visiterà la tomba di San Charbel Makluf presso il monastero di San Maroun ad Annaya, poi incontrerà i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali nel Santuario di nostra Signora del Libano ad Harissa. Nella stessa giornata il pontefice terrà un incontro privato con i patriarchi cattolici presso la Nunziatura apostolica, un incontro ecumenico e interreligioso in Piazza dei martiri a Beirut e un incontro con i giovani nel piazzale antistante il Patriarcato di Antiochia dei Maroniti a Bkerké. Martedì 2 dicembre Leone XIV concluderà il viaggio apostolico in Libano. Prima di tornare a Roma, il Papa farà visita agli operatori e assistiti dell’ospedale “De la croix” a Jal el Dib, terrà una preghiera silenziosa nel luogo dell’esplosione del 2020 nel porto di Beirut e successivamente una Santa messa presso il “Beirut Waterfront”. All’aeroporto internazionale di Beirut, si terrà infine una breve cerimonia di congedo, con un discorso di Leone XIV. Complessivamente, il pontefice pronuncerà durante il suo viaggio apostolico 16 discorsi: otto in Turchia (di cui tre saluti), tutti in lingua in inglese, e otto in Libano (di cui due saluti), in inglese quelli civili e in francese quelli relativi alle celebrazioni liturgiche.





