Home Politica L’AfD è un partito estremista, non nazista. Con una riserva

L’AfD è un partito estremista, non nazista. Con una riserva

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Perché una nazione, smarriti gli ideali, può andare alla deriva

Leggo che nella CDU qualcuno comincia a pensare di mettere fuorilegge l’AfD. È un’idea avventata, pericolosa e, per di più, politicamente stupida.

Togliatti ebbe l’accortezza – e l’astuzia – di non volere che il MSI fosse messo fuori legge. De Gasperi, sollecitato da Scelba e, in un altro ambito, anche da Giovannino Guareschi, ebbe a sua volta il buon senso di non espellere il PCI dal gioco politico costituzionale.

Sarebbe stato un errore marchiano, anche se qualcuno avrebbe potuto appellarsi all’esempio di Adenauer, che nella Germania federale appena rinata fece mettere fuori legge il Partito Comunista.

Ma il contesto era un altro e, soprattutto, erano altri i numeri dell’estrema sinistra tedesca.

Credo, dunque, che i propositi di mettere al bando l’AfD siano anzitutto il fallo di reazione di chi ha appena subito una solenne sconfitta. Mi auguro che la CDU lo capisca presto.

Al centrodestra tedesco serve tutto, fuorché trasformare l’AfD in un partito perseguitato, regalarle una schiera di martiri e spingerla nella clandestinità.

Dalla clandestinità, prima o poi, uscirebbe. E, probabilmente, più forte con un altro nome.

Ma c’è un argomento ancora più serio: l’AfD non è un partito nazista.

Chi lo sostiene dimostra, con ogni probabilità, di conoscere poco il nazismo, la storia della Germania e il programma della NSDAP.

Il nazismo fu un pangermanesimo portato alle sue estreme conseguenze e fondato su due idee cardinali: la purezza del sangue tedesco, da restaurare attraverso una politica essenzialmente antiebraica, e la conquista dello Lebensraum, lo spazio vitale, attraverso l’espansione verso Oriente, cioè attraverso la conquista della Russia europea.

Hitler lo scrisse nel Mein Kampf. Era il 1924. E a quei propositi rimase fedele fino all’ultima ora, come dimostra il suo testamento politico, dettato poche ore prima di suicidarsi.

E poi c’è una questione che non è una sottigliezza filologica: l’AfD non ha e non vuole avere un Führer.

Non c’è nel suo DNA il Führerprinzip, quel principio di comando personale che, per dodici anni, resse il regime nazista e che ne costituì uno dei caratteri più specifici.

Molti storici – non marxisti, si capisce – hanno una formula abbastanza semplice e al fondo giusta: kein Hitler, kein Nationalsozialismus. Niente Hitler, niente nazionalsocialismo.

Naturalmente, la Repubblica di Weimar era debole, screditata, poco amata anche dai suoi sostenitori e probabilmente destinata a una crisi finale. Ma senza Hitler non sarebbe precipitata nel delirio nazista. Avrebbe potuto evolvere verso un regime nazional-conservatore.

Il nazismo, infatti, fu soprattutto il prodotto di Hitler: non soltanto di un’epoca, non soltanto di una crisi, ma di un uomo della sua ideologia. E della sua personale volontà.

Ora, che cosa c’entra tutto questo con l’AfD?

C’entra perché l’AfD è un partito estremista, nazionalista, radicale. Ma non è un partito nazista né paranazista.

Non ha ambizioni espansionistiche. Non propone la conquista di territori europei.

E il suo rifiuto dell’immigrazione clandestina non è, di per sé, razzismo: lo diventa soltanto quando alla critica di una politica migratoria si sostituisce la discriminazione fondata sulla razza.

L’AfD propone invece, spesso in forma brutale, una serie di posizioni che ormai appartengono al dibattito pubblico europeo dopo trent’anni di politicamente corretto e di wokismo: recupero dell’identità nazionale, difesa delle tradizioni, critica delle furie iconoclaste, rifiuto dell’idea che la storia europea debba essere continuamente sottoposta a processo e che quella tedesca, in particolare, possa essere riassunta in dodici anni di Hitler.

Sono posizioni che si possono giudicare sbagliate, pericolose, perfino detestabili. Ma non sono automaticamente naziste.

Prendiamo un esempio che fa rizzare i capelli in testa a molti: la proposta di ripristinare le classi differenziali.

Non è una buona soluzione. Ma non è neppure un’idea nazista. Fino a non molti decenni fa era, nelle democrazie europee, una soluzione pressoché normale.

E le alternative introdotte in seguito, soprattutto nei casi di disabilità grave, non hanno mai dato i risultati miracolosi promessi dai loro sostenitori.

Il passato non va restaurato tal quale. Ma nemmeno il presente va adorato tal quale.

Qualche volta bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che l’insegnante di sostegno improvvisato, abbandonato a se stesso e spesso senza una preparazione adeguata, non costituisce una politica dell’inclusione: costituisce semplicemente il modo, molto italiano, di chiamare una difficoltà irrisolta.

Dunque sì: l’AfD va combattuta.

Ma con la politica, con le idee, con una politica migliore e con idee migliori. Non con i muri di detenzione, le interdizioni e gli esorcismi verbali.

Mettere fuori legge un partito perché è estremista significa consegnargli il ruolo che più gli conviene: quello del perseguitato.

C’è però una riserva. E questa, francamente, mi preoccupa.

Qual è il valore fondamentale sul quale si fonda l’AfD?

La CDU ha la tradizione cristiana.

La SPD, per quanto oggi sfrangiata e irriconoscibile rispetto alle sue origini, ha quella della socialismo.

I Verdi hanno l’ecologia.

E l’AfD?

La nazione.

Ma la nazione, da sola, è una parola. Una scatola. Per riempirla occorre un valore che venga prima della nazione e che dica perché una nazione debba essere amata, difesa e, soprattutto, limitata.

Altrimenti la nazione rischia di diventare lo Stato, e lo Stato di diventare un assoluto.

È un vecchio tic tedesco. E non è un caso che abbia trovato nel nazismo la sua espressione più mostruosa, fino a trasformarsi in una religione politica pagana e ferocemente anticristiana.

Ecco perché, se vogliamo davvero capire l’AfD, dobbiamo smettere di chiamarla nazista.

Dobbiamo invece andare alle radici.

Possiamo anche sorridere – io non ne sorrido – davanti a quel «Sono cristiana e non me lo strapperete mai!» con cui Giorgia Meloni, nel bene e nel male, ha indicato un’appartenenza che viene prima della politica e dunque pone un limite alla politica.

È un’affermazione forte. E, soprattutto, è un’affermazione esterna alla nazione.

Nell’AfD, invece, abbiamo mai sentito qualcosa di analogo?

No.

Abbiamo sentito il Deutschtum, la germanità, rivendicato, esaltato, ipostatizzato. Ma assai meno chiaramente abbiamo sentito dire perché la Germania debba essere amata e quale cosa più grande della Germania debba impedirle di diventare un idolo.

Ed è qui che la questione diventa seria.

Il nazismo non è dietro ogni angolo. Ma la statolatria non ha bisogno di Hitler per cominciare.

E una nazione senza un principio che la trascenda può diventare, prima o poi, una religione.

Ed è questo, solo questo, che, dell’AfD, mi fa paura.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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