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Il confine fragile tra antisemitismo e antisionismo

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Il confine fragile tra antisemitismo e antisionismo

Tra avvertimenti negati e libertà di parola

“La verità è figlia del tempo, non dell’autorità”.
Francis Bacon

La verità è spesso la prima vittima quando la politica entra nella zona più oscura della storia: quella in cui le informazioni arrivano, vengono interpretate, negate, minimizzate e soltanto dopo, quando la tragedia si è consumata, tornano a galla come domande impossibili da eludere.

È in questo spazio inquietante che si colloca la nuova vicenda riguardante Benjamin Netanyahu e il presunto avvertimento ricevuto dagli Emirati Arabi Uniti prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Secondo un’inchiesta pubblicata da Haaretz, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed avrebbe parlato direttamente con Netanyahu circa dieci giorni prima dell’attacco, segnalando che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione di Hamas.

Secondo il racconto riportato, l’avvertimento avrebbe indicato il rischio di un bagno di sangue, di una destabilizzazione regionale e persino di un danno agli Accordi di Abramo.

La risposta di Netanyahu è netta: nega che quella conversazione sia mai avvenuta e nega di aver ricevuto un simile avvertimento.

Il suo ufficio ha definito il rapporto una menzogna assoluta, aggiungendo che eventuali informazioni rilevanti sarebbero state trasmesse attraverso i normali canali di intelligence tra i due Paesi.

Anche il ministero degli Esteri emiratino ha scelto una posizione prudente, dichiarando di non voler commentare indiscrezioni relative a conversazioni tra leader.

Ed è proprio qui che comincia la questione più importante: non stabilire preventivamente chi abbia ragione, ma pretendere che una questione di questa gravità venga accertata.

Perché se un capo di governo fosse stato effettivamente informato di una minaccia precisa e non avesse trasmesso l’informazione agli apparati di sicurezza, ci troveremmo davanti a una responsabilità politica enorme.

Se invece l’avvertimento non fosse mai stato ricevuto, sarebbe altrettanto grave che una simile accusa circolasse senza adeguate prove.

In entrambi i casi, la sola risposta democratica è una inchiesta indipendente, documentale e trasparente.

L’attacco del 7 ottobre ha provocato circa 1.200 morti israeliani e 251 ostaggi, secondo i dati riportati dall’Associated Press. La successiva guerra ha prodotto una devastazione immensa nella Striscia di Gaza e un numero di vittime palestinesi che le autorità sanitarie di Gaza stimano in oltre 73.000.

Numeri di questa dimensione impediscono alla politica di rifugiarsi eternamente nella comunicazione di parte. Quando muoiono migliaia di persone, la responsabilità non può essere sostituita dalla propaganda.

La vicenda israeliana assume inoltre un significato particolare perché arriva mentre il Paese si avvicina a nuove elezioni e mentre l’operato di Netanyahu prima del 7 ottobre continua a essere uno dei principali terreni dello scontro politico.

Esponenti dell’opposizione, tra cui Gadi Eisenkot e Naftali Bennett, hanno accusato il premier di responsabilità nella gestione delle informazioni precedenti all’attacco e hanno chiesto un’indagine approfondita.

Ma la questione non riguarda soltanto Israele.

Arriva infatti in un momento in cui anche in Europa e in Italia si sta combattendo un’altra battaglia delicatissima: come definire e perseguire l’antisemitismo senza trasformare la critica politica nei confronti di Israele o del sionismo in un reato d’opinione.

In Italia il tema è entrato nel dibattito legislativo attraverso proposte volte a rafforzare il contrasto all’antisemitismo. Una delle questioni più controverse riguarda proprio la definizione del rapporto tra antisemitismo, antisionismo e critica dello Stato di Israele.

Reuters ha segnalato come le proposte legislative italiane e francesi abbiano riaperto il confronto europeo sulla libertà di espressione e sui limiti entro i quali una definizione giuridica dell’antisemitismo può essere applicata.

Qui occorre procedere con estrema precisione.

L’antisemitismo è razzismo e odio contro gli ebrei. È una forma storica di persecuzione che ha prodotto discriminazioni, espulsioni, pogrom e infine la Shoah. Negarlo o minimizzarlo è moralmente e storicamente inaccettabile.

Ma altra cosa è contestare una politica governativa, una decisione militare, l’occupazione di territori, l’espansione degli insediamenti, la gestione della guerra o una determinata ideologia politica.

L’antisionismo, per quanto possa essere giudicato politicamente discutibile o storicamente problematico, non coincide automaticamente con l’odio verso gli ebrei.

Esistono persone ebree antisioniste, così come esistono persone non ebree che sostengono il sionismo. Esistono inoltre differenti interpretazioni storiche e politiche del sionismo stesso.

La questione diventa quindi quella della distinzione tra critica politica e discriminazione etnica o religiosa.

Una democrazia matura deve essere capace di proteggere entrambe le cose: la dignità degli ebrei e la libertà di critica.

Se qualcuno insulta o discrimina una persona perché ebrea, siamo davanti all’antisemitismo. Se qualcuno invoca violenza contro gli ebrei, siamo davanti a un crimine e a un fenomeno di odio. Se qualcuno nega la Shoah, non siamo semplicemente nel territorio di una normale opinione storica.

Ma se un cittadino manifesta contro le decisioni del governo israeliano, chiede un cessate il fuoco, critica Netanyahu o denuncia le condizioni della popolazione palestinese, non dovrebbe essere automaticamente trasformato in antisemita.

È precisamente questo confine che una legge deve saper tracciare.

Nelle piazze italiane, come in molte altre città europee, sono emerse manifestazioni e proteste a sostegno della popolazione palestinese e contro la guerra. Il fenomeno delle mobilitazioni pro-Palestina in Italia è documentato da anni, con manifestazioni a Roma, Milano, Pisa e in numerosi altri centri, oltre alle proteste universitarie iniziate con particolare intensità dal 2024.

Naturalmente anche una manifestazione può oltrepassare il limite della libertà di espressione. Uno slogan può diventare odio. Una protesta può degenerare in intimidazione. Una critica può trasformarsi in discriminazione.

Ma questo deve essere dimostrato caso per caso, attraverso parole, comportamenti e circostanze concrete, non attraverso un’equazione automatica.

Il rischio opposto sarebbe altrettanto grave: utilizzare la parola “antisemitismo” per impedire qualunque discussione sulla politica israeliana significherebbe indebolire proprio la lotta contro l’antisemitismo, perché trasformerebbe una categoria storicamente e moralmente gravissima in uno strumento di polemica politica.

La storia insegna che le parole perdono forza quando vengono usate indiscriminatamente.

Lo stesso vale per la parola “genocidio”, per “terrorismo”, per “fascismo”, per “antisemitismo” e per “antisionismo”. Ognuna di queste parole porta con sé una storia, un peso morale e una precisa responsabilità nell’uso pubblico.

Il vero problema, dunque, non è scegliere una parte e impedire all’altra di parlare. È costruire uno spazio nel quale la verità possa essere cercata senza paura.

Se Netanyahu fu davvero avvertito dieci giorni prima del 7 ottobre, bisogna accertarlo.

Se non fu avvertito, bisogna dimostrare che l’accusa è infondata.

Se esistevano altre informazioni precedenti all’attacco, bisogna ricostruire chi le possedeva, chi le interpretò e perché non furono trasformate in decisioni operative.

E se in Italia si vuole approvare una legge sull’antisemitismo, bisogna farlo proteggendo contemporaneamente la memoria della Shoah, la sicurezza delle comunità ebraiche e la libertà costituzionale di manifestazione del pensiero.

Una democrazia non si misura dalla capacità di impedire le opinioni scomode. Si misura dalla capacità di distinguere l’odio dalla critica, la discriminazione dal dissenso, la propaganda dalla testimonianza e la responsabilità dalla colpevolizzazione collettiva.

Israele non è Netanyahu. Gli ebrei non sono il governo israeliano. I palestinesi non sono Hamas. I musulmani non sono Hamas. E un cittadino italiano che manifesta per la Palestina non è automaticamente antisemita.

Queste distinzioni non sono concessioni politiche: sono la condizione minima per non precipitare nella semplificazione.

La vera pace, prima ancora di essere un accordo diplomatico, nasce dalla capacità di non confondere l’identità di un popolo con le decisioni di un governo, la religione con l’ideologia, la critica con l’odio e la memoria con l’immunità dalla responsabilità politica.

Ed è forse questa la lezione più difficile del presente: quando la realtà è tragica, non abbiamo bisogno di meno verità perché è scomoda. Abbiamo bisogno di più verità, proprio perché è scomoda.

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