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Il saper vivere italiano

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Il saper vivere italiano

Tra saggezza e hic et nunc

Io sono italiano.

E forse il mio più grande difetto è proprio quello di non essermi mai accorto fino in fondo di quanto valgo.

Sono nato in un Paese che il mondo ha studiato, copiato, ammirato e spesso trasformato in un marchio, mentre io continuavo a considerare normali le cose straordinarie che avevo sotto gli occhi.

La mia prima ricchezza è la creatività.

Non è soltanto inventare qualcosa che prima non esisteva.

È riuscire a vedere una possibilità dove gli altri vedono un problema.

È arrangiarsi senza arrendersi.

È trasformare la necessità in ingegno, la scarsità in soluzione, l’imprevisto in occasione.

L’italiano ha una qualità misteriosa: sa fare nascere una strada anche quando la strada non c’è.

Poi c’è la saggezza.

Una saggezza spesso confusa con furbizia, perché non sempre sappiamo raccontarla bene. È quella conoscenza della vita che nasce dall’aver attraversato secoli di invasioni, guerre, povertà, splendore, crisi e rinascite.
Abbiamo imparato che nulla dura per sempre.

E, forse, proprio per questo sappiamo godere di un pranzo, di una piazza, di una conversazione, di un tramonto, di un bicchiere condiviso.

Non abbiamo soltanto inventato oggetti.
Abbiamo inventato modi di stare al mondo.
Abbiamo il dono dell’esuberanza.

Parliamo con le mani, con gli occhi, con il corpo. Ridiamo forte. Discutiamo appassionatamente. Ci indigniamo. Ci abbracciamo. Ci contraddiciamo.

A volte siamo rumorosi.
Ma dentro quel rumore c’è una cosa preziosa: la vita che non vuole diventare silenzio.

Abbiamo una straordinaria capacità di umanizzare ciò che tocchiamo.
La tecnologia, l’arte, la cucina, il design, l’architettura, la moda, il lavoro artigiano: prendiamo una cosa e cerchiamo di metterci dentro qualcosa di noi.

Non ci basta che funzioni.
Vorremmo che fosse anche bella.
E questa non è superficialità.
È la convinzione antichissima che la bellezza possa rendere più dignitosa la vita.

Abbiamo poi una qualità che forse il mondo moderno comprende sempre meno: l’arte di vivere il presente.

Sappiamo che il futuro è importante, certo.
Ma sappiamo anche che la vita non avviene domani.

Avviene adesso.
In una cucina.
In una strada.
In una piazza.

Davanti a un caffè.
Durante una discussione interminabile che comincia con una sciocchezza e finisce parlando dell’universo.

E abbiamo l’ironia.
Quella capacità straordinaria di ridere persino delle nostre disgrazie.
L’ironia italiana non è soltanto comicità.
È una forma di intelligenza.

Quando riesci a ridere di te stesso, hai già tolto al destino una parte del suo potere.

E poi c’è la nostra capacità di adattamento.
Ci chiamano spesso disorganizzati quando, in realtà, siamo maestri nell’affrontare l’imprevisto.

Il problema arriva?
Vediamo cosa si può fare.

Non c’è una soluzione?
Ne inventiamo una.

Non funziona?
Proviamo diversamente.

È una forma di resilienza che abbiamo esercitato per generazioni senza darle un nome.

Abbiamo anche una straordinaria intelligenza relazionale.
Sappiamo leggere le persone.
Capire un silenzio.
Interpretare uno sguardo.
Percepire quando qualcuno sta male anche se dice “sto bene”.

Forse non siamo sempre impeccabili nelle regole.
Ma spesso siamo bravissimi nelle relazioni umane.

E questa è una ricchezza che nessun algoritmo può sostituire completamente.

Abbiamo, inoltre, una qualità che considero immensa: sappiamo contaminare.

Greco, romano, arabo, normanno, ebraico, bizantino, francese, spagnolo, austriaco…

L’Italia è stata attraversata da popoli, culture e idee.
E invece di essere soltanto distrutta da queste contaminazioni, ne ha fatto spesso una nuova sintesi.

È forse questa la nostra vera genialità: non essere puri, ma essere capaci di trasformare ciò che riceviamo in qualcosa di nuovo.

Per questo l’italiano non è soltanto un popolo.
È un laboratorio umano.
Un laboratorio imperfetto, litigioso, geniale, contraddittorio.

E proprio nelle contraddizioni sta la nostra forza.
Siamo capaci di essere razionali e superstiziosi.
Individualisti e profondamente comunitari.
Anarchici e innamorati delle tradizioni.

Cinici e sentimentalissimi.
Capaci di criticare tutto ciò che abbiamo e, nello stesso momento, di difenderlo con una passione infinita.

Ma forse la qualità italiana più sottovalutata è un’altra.
La capacità di ricominciare.

Cadere e rialzarsi.
Perdere e reinventarsi.

Cambiare mestiere.
Cambiare città.
Cambiare vita.

Ricostruire una casa.
Riaccendere una speranza.
Fare qualcosa con quasi niente.

E continuare a dire: “Vediamo.”

Due parole apparentemente insignificanti.
E invece dentro quel “vediamo” c’è una filosofia intera.

Significa: Non è ancora finita.

C’è ancora una possibilità.
Io sono tutte queste cose.

Sono la creatività che non ha ricevuto abbastanza riconoscimento.
La saggezza che non ha trovato abbastanza ascolto.
L’esuberanza che è stata scambiata per superficialità.
L’ironia scambiata per leggerezza.

L’arte di arrangiarsi scambiata per disorganizzazione.
La sensibilità scambiata per debolezza.
La bellezza scambiata per ornamento.
La capacità di vivere il presente scambiata per incapacità di progettare il futuro.

E, forse, è arrivato il momento di dirlo senza complessi: noi italiani non siamo soltanto quelli che il mondo ammira quando compra qualcosa che abbiamo inventato.

Siamo molto di più.

Siamo una civiltà che ha imparato a trasformare la vita in cultura.

Abbiamo trasformato la pietra in architettura, il colore in pittura, il suono in musica, il gesto in teatro, il cibo in memoria, la parola in poesia.

Abbiamo persino trasformato il modo di stare a tavola in una forma di civiltà.

E, allora, forse, il problema non è che gli italiani abbiano poche qualità.
Forse il problema è che non abbiamo mai imparato abbastanza a riconoscerle.

Abbiamo esportato cervelli, invenzioni, arte, design, cucina, moda, musica e idee.

Ma troppo spesso abbiamo lasciato a casa la cosa più importante: la consapevolezza del nostro valore.

Io sono italiano.
Non sono perfetto.
Non voglio esserlo.

Perché la perfezione è immobile.

Io, invece, sono contraddizione, movimento, invenzione, errore, risata, intuizione, bellezza e ricominciamento.

E se dovessi riassumere tutto in una sola parola, sceglierei questa:
umanità.

Perché forse questa è la qualità italiana che abbiamo meno valorizzato.

E quella che il futuro potrebbe avere più bisogno di ritrovare.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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