Serve una scuola che funzioni
Abbiamo fatto i PON in spiaggia, con i piedi nella sabbia.
Siamo saliti in barca a vela con i bambini per spiegare cosa vuol dire essere squadra e imparare ad affrontare paure e difficoltà. Abbiamo liberato tartarughe. Abbiamo portato la scuola fuori dalle sue mura.
Quella, per noi, è sempre stata la vera funzionalità dei PON: non un modulo da caricare in piattaforma, ma un’occasione per fare scuola fuori dall’aula.
Oggi quei fondi si chiamano PN “Scuola e Competenze” 2021/2027.
Sulla carta sono circa 960 milioni solo per laboratori e attrezzature digitali innovative, più le risorse di Agenda Sud e Agenda Nord nate per superare i divari territoriali e contrastare la dispersione a partire dalla primaria.
A parole, tutti d’accordo.
Poi arriva settembre.
Fa trenta gradi, le aule non sono climatizzate, i laboratori e le palestre non sono adeguatamente attrezzati o non sono accessibili.
E noi ricominciamo con la solita accoglienza: il cartellone con scritto “Benvenuti”, il giro dell’istituto, le regole appese al muro. È banale, e i ragazzi lo capiscono prima di noi.
Il punto è critico e va detto: continuiamo a chiedere didattica innovativa, orientativa e laboratoriale in strutture che non lo permettono.
I fondi ci sono, ma troppo spesso si disperdono in mille micro-progetti scollegati, dove conta più la rendicontazione che l’impatto su un bambino che rischia di perdersi.
E qui apriamo una riflessione necessaria sulla parola più usata e più tradita: valorizzazione. Ci dicono che c’è il Fondo per la valorizzazione del sistema scolastico, 122 milioni nel 2025 e 189 nel 2026.
Ma se la valorizzazione, quando arriva in busta paga, viene tassata così drasticamente e in più momenti diversi, allora non è valorizzazione.
È un bonus una tantum che si assottiglia a ogni passaggio. E lo stesso vale per il compenso dei PON: ore di progettazione e di formazione sul campo che poi, in busta paga, arrivano pesantemente decurtate.
Se anche il lavoro aggiuntivo che tiene viva la scuola viene tassato come fosse un privilegio, allora non stiamo incentivando nessuno.
Una vera valorizzazione non può essere un’elemosina tassata: deve essere strutturale, dignitosa e riconoscibile. Altrimenti non valorizziamo nessuno, prendiamo solo in giro chi tiene in piedi la scuola.
Se vogliamo essere propositivi, dobbiamo ribaltare l’ordine. Usiamo i fondi strutturali per rendere le scuole abitabili dall’innovazione, prima di parlare di innovazione.
A settembre, con una scuola strutturata adeguatamente, programmare è semplice. Un’aula climatizzata e modulare ti permette di partire subito con il lavoro di gruppo.
Una palestra attrezzata diventa davvero quello che le ultime norme chiamano “laboratorio STEM per inclusione e sport”, non il luogo dove non si può entrare.
E una convenzione stabile con il territorio – l’area marina protetta, il circolo velico, l’associazione degli artigiani, la cooperativa che cura le tartarughe – trasforma le prime due settimane in qualcosa di coinvolgente: puliamo la spiaggia e facciamo scienze, costruiamo una luminaria e facciamo geometria, andiamo in barca e impariamo la fiducia.
Non è romanticismo. È la direzione delle riforme che stanno entrando a regime: il docente tutor e il docente orientatore, con oltre 52 mila adesioni e 267 milioni stanziati per il 2024/25, la riforma del 4+2 e degli istituti tecnici che dal 2026/27 punta a legare davvero scuola, ITS Academy e lavoro con più laboratorio e meno teoria.
Tutte riforme che chiedono una cosa sola: docenti messi in condizione di lavorare.
Per questo, oltre ai fondi, servono tre scelte chiare: trasparenza su dove vanno i soldi e che risultati portano, continuità per chi dimostra di ridurre la dispersione e meno burocrazia per chi insegna.
E serve, soprattutto, riconoscere e premiare quei dirigenti e quei docenti che fanno la buona scuola ogni giorno e dedicano il loro tempo ben oltre quelle che sono le mansioni ordinarie.
Quel tempo in più, quella passione che non si misura in ore, deve essere premiato e deve diventare motivo di crescita professionale ed economica. Senza questo, ogni riforma resta solo sulla carta.
La dispersione non la combatti a ottobre, quando un ragazzo ha già smesso di venire.
La combatti nei primi dieci giorni di settembre, quando capisce se quella scuola ha qualcosa da dirgli o se è solo l’ennesimo cartellone di benvenuto.





