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OLTRE LA GIORNATA UNESCO

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A cura di Maurizio Colangelo  e Cristina Di Silvio

Oltre la Giornata UNESCO: la Diversità come Diritto e Orizzonte di Pace

In un’epoca definita da molti analisti come “post-multilaterale”, il concetto di diversità culturale rischia di essere frainteso o strumentalizzato. La cultura, da veicolo di emancipazione, diventa troppo spesso il pretesto per nuove forme di esclusione o identitarismo. Eppure, è proprio nei momenti di maggiore frattura che il dialogo interculturale – fondato su norme, principi e pratiche di rispetto reciproco – si afferma come lo strumento giuridico e politico più potente per prevenire conflitti, proteggere i diritti umani e promuovere lo sviluppo sostenibile. In questo contesto, la diversità culturale non può più essere relegata a ricorrenze simboliche, ma deve essere considerata a pieno titolo come una delle architravi dell’ordine giuridico internazionale. Il diritto alla diversità culturale è ormai riconosciuto da diversi strumenti normativi internazionali.

A partire dalla Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale dell’UNESCO del 2001, che proclama la diversità culturale come “patrimonio comune dell’umanità”, fino alla Convenzione UNESCO del 2005 sulla Protezione e la Promozione della Diversità delle Espressioni Culturali, che impone agli Stati obblighi concreti di tutela e promozione della pluralità culturale. Tali strumenti giuridici hanno consentito un’evoluzione nell’interpretazione dei diritti umani, includendo la cultura come componente essenziale della dignità umana. La cultura, dunque, non è solo cornice o scenario, ma sostanza stessa del diritto alla differenza. Anche nel diritto costituzionale comparato si rafforza la tendenza al riconoscimento del pluralismo culturale come fondamento della democrazia sostanziale. Ne sono esempio il principio del multiculturalismo costituzionale sancito in Canada attraverso la Canadian Charter of Rights and Freedoms (art. 27), il riconoscimento delle lingue e delle religioni delle minoranze in India (art. 29 e 30 della Costituzione), il riconoscimento delle nazionalità indigene nella Costituzione boliviana del 2009 e la tutela della diversità etnica e linguistica nella Carta dei Diritti del Sudafrica. In un mondo in cui la guerra delle narrazioni accompagna e spesso precede quella delle armi, promuovere il dialogo interculturale non rappresenta soltanto un atto di diplomazia culturale, ma un obbligo giuridico e una necessità geopolitica.

La Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale del 1965 e la Convenzione dell’UNESCO contro la Discriminazione in Educazione del 1960 riconoscono il ruolo cruciale dell’educazione e del rispetto per la diversità nel prevenire conflitti sistemici. Il dialogo interculturale assume così una dimensione trasversale, che va dall’istruzione all’equità sociale, fino alla costruzione di istituzioni inclusive e resilienti. È su questa base che le Nazioni Unite hanno integrato la diversità culturale nei pilastri dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, in particolare nell’Obiettivo 16, che promuove “società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile, garantendo l’accesso alla giustizia per tutti e istituzioni efficaci, responsabili e inclusive”. La promozione della diversità culturale si lega direttamente alla costruzione del diritto alla pace.

Sebbene ancora non codificato in un trattato globale vincolante, il diritto alla pace è stato oggetto di progressivo riconoscimento, come dimostra la Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1984 (Risoluzione 39/11), e la Dichiarazione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite sul diritto alla pace del 2016 (A/HRC/RES/32/28). In questo quadro, la diversità culturale si manifesta come un vettore imprescindibile della cultura della pace, poiché il riconoscimento dell’altro come legittimo interlocutore costituisce il primo passo verso la prevenzione dei conflitti e la costruzione di un ordine giuridico fondato sulla reciprocità. In tale ottica, la giurisprudenza internazionale sta progressivamente valorizzando il ruolo delle culture tradizionali e delle pratiche comunitarie nei percorsi di giustizia transizionale e ricostruzione post-conflitto.

Esempi significativi sono rappresentati dall’esperienza delle gacaca courts in Ruanda, basate su modelli di giustizia comunitaria, e dal riconoscimento costituzionale delle giurisdizioni indigene in Colombia (art. 246), che integra il diritto consuetudinario nei sistemi nazionali. Guardare oltre la Giornata promossa dall’UNESCO significa rilanciare una visione del diritto come infrastruttura morale e politica capace di reggere l’urto delle trasformazioni globali. Significa opporsi a ogni forma di omologazione forzata, ma anche respingere i fondamentalismi che negano l’universalità dei diritti umani in nome di una supposta purezza culturale. Significa, infine, affermare che la diversità non è un’eccezione da tollerare, ma una condizione strutturale della giustizia globale. Proteggerla giuridicamente, promuoverla politicamente, riconoscerla umanamente è oggi uno degli imperativi più urgenti per la pace. “La pace non può essere mantenuta con la forza; può solo essere raggiunta con la comprensione.” – Albert Einstein

Orbene in un’epoca moderna ove le guerre sembrano avere la meglio sul fa ore assolutamente imprescindibile ed invocato e naturale  della pace, nonostante i moni di grandi figure come quelle del Papa, il  tema del dialogo tra diverse culture risorge in tu o il suo vigore. 

La Costituzione italiana, in particolare con gli art.li 3, 9, 117 e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, tutela e, soprattutto , promuove la diversità culturale.

 Questi  articoli sanciscono e promuovono, nei suoi principi base il diritto alla parità di trattamento, la libertà di espressione culturale e l’importanza di preservare il patrimonio culturale. 

Mai come in questo momento l’integrazione culturale e la diversità culturale costituiscono un via  per lo sviluppo della civiltà sia occidentale che quella orientale, perché lo scambio di valori emergenti da differenti culture porta ad una efficace sistema di tolleranza ed all’abbattimento di quelle forme odiose di discriminazione so o ogni profilo.

La cultura costuisce un linguaggio universale,  un “ unicum”, la cui reale applicazione porta ad una simbiosi tra i popoli e all’elevazione morale degli stessi.

Considero il rispetto della diversità cultura non solo una dire a applicazione dei principi nazionali e sovranazionali, ma la più alta espressione di quella forma generale, riconosciuta in tutte le nazioni civili, di educazione civica, ossia la base di quelle minime regole  civili  per il vivere normale e quoti diano e nel rispetto di quei diritti fondamentali riconosciuti  in ogni segmento giuridico nazionali ed internazionale.

In Italia, si sta lavorando per raggiungere gli obie%vi  propri indica dall’Agenda 2030, compreso l’Obiettivo 16.

 L’ Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile  (ASviS) rappresenta oggi un’organizzazione che riunisce oltre 300 soggetti  qualificati  e si impegna per l’attuazione dell’Agenda 2030 e, peraltro,  si indirizza, attraverso un corretto monitoraggio delle critcità, su questo  importante obiettivo, favorendo iniziative per la pace, la giustizia e le istituzioni solide. 

ASviS ha realizzato un rapporto nel 2024 che affronta le sfide principali nel raggiungimento di questo obiettivo. 

Attraverso la suindicata organizzazione è stato  approvato l’8 maggio 2025 dal Senato il disegno di legge 1192 per la semplificazione normativa, il quale prevede, all’art. 4, che “le Leggi della Repubblica promuovono l’equità intergenerazionale anche nell’interesse delle generazioni future” e che diventi obbligatoria la valutazione di impatto generazionale (Vig), come proposto dall’ASviS. 

In particolare, la valutazione di impatto generazionale  viene considerata dal provvedimento “uno strumento informativo che consiste nell’analisi preventiva degli atti normativi del Governo, ad esclusione dei decreti-legge, in relazione agli effetti ambientali o sociali indotti dai provvedimenti, ricadenti sui giovani e sulle generazioni future, con particolare attenzione all’equità intergenerazionale” ( ndr….come previsto dalla legge) .

Il provvedimento fa seguito alla modifica costituzionale degli art. 9 e 41 che ha inserito la tutela dell’interesse delle future generazioni nella Carta”.

 “I nuovi principi costituzionali richiedono un drastico cambiamento del modo di legiferare, come ha dimostrato ad esempio la sentenza della Corte costituzionale sul Decreto Priolo, giudicato illegittimo perché non in linea con i nuovi principi. Appare evidente, dunque, come l’approvazione anche da parte della Camera del Ddl 1192 e quindi l’applicazione della valutazione di impatto generazionale sia cruciale per evitare siano formulate leggi contenenti norme incostituzionali, che obbligherebbero la Corte ad esprimersi su ricorsi che citano esplicitamente i nuovi principi”.

L’ASviS ha proposto fin dal 2022 di introdurre una valutazione ex ante delle nuove leggi rispetto al tema della giustizia intergenerazionale e lo ha ribadito negli ultimi Rapporti annuali, Coltivare ora il nostro futuro di ottobre 2024 e Scenari per l’Italia al 2035 e al 2050. Il falso dilemma tra competitività e sostenibilità, presentato l’8 maggio 2025 in apertura del Festival dello Sviluppo Sostenibile. 

L’approvazione da parte della Camera del Ddl sulla semplificazione normativa, con i relativi provvedimenti nell’interesse delle future generazioni”, ha affermato ancora Giovannini, “rappresenterebbe un traguardo straordinario non solo per il futuro di chi verrà dopo di noi, ma anche per la nostra società di oggi e per il Pianeta in cui viviamo”.

In vista dell’emanazione, entro 180 giorni dall’approvazione finale della legge, di un decreto legislativo che definisca il modo concreto in cui la Vig dovrà essere effettuata, l’ASviS e Save the Children hanno costituito un comitato scientifico per analizzare le “best practies” esistenti ed elaborare una proposta da sottoporre al Governo.

In questa linea direttrice anche in Italia sono state acquisite informative ed elementi utili per contenere, attraverso la cultura e l’accesso a tale strumento, il fenomeno del bullismo e cyberbullismo proprio con una legiferazione che sia di supporto per i docenti e sia di supporto per i discenti e gli psicologi. 

La cultura costituirà, senza alcun dubbio,   un ponte tra le varie generazioni vecchie e nuove che permetterà di superare quei limiti tra le diverse età e far comprendere le lacune del mondo “ social” che non può essere esaustivo e soprattutto risolutivo ai molteplici problemi che si delineano nel percorso di vita di un giovane.

Il contesto attuale è oggi profondamente diverso rispetto a quello in cui sono cresciute le generazioni nate nel secolo scorso

La cultura e le differenti esperienze degli adulti trasmesse ai giovani consentiranno un approccio alla vita più vigoroso da parte dei giovani.  

L’Italia è un  Paese in cui  emerge un  costante  divario demografico tra diverse aree geografiche e  questo pone delle inevatibili conseguenze e prospettive  sul piano della crescita economica e del mercato del lavoro, rendendo  sempre più debole la condizione delle nuove generazioni italiane rispetto ai coetanei europei.

In particolare, appaiono maggiormente utilizzate  forme di lavoro temporaneo per i giovani, rendendo “ de facto” più incerte le prospettive pensionistiche per queste generazioni, aumentando  anche il debito pubblico,  peraltro già gravoso rispetto a quello ereditato dal passato.

E’ necessario avere maggiori investimenti in formazione ed orientamenti al lavoro, maggior innovazione anche sostenibile ed alternativa a quella tradizionale e danneggiante l’ambiente. 

Non agire in questa direzione , determina e determinerà  in Italia ma anche in altri paesi comunitari, un conflitto con le nuove generazioni, tale da indicare in esse una spinta a partire per altri orizzonti lavorativi, la cosidetta fuga dei cervelli….che dobbiamo assolutamente evitare.

Per evitare questa situazione di evidente criticità che si traduce in ogni segmento della nostra società civile, bisogna come detto  formare  ed orientare bene i  nostri giovani, adeguare  le loro competenze, introdurli con una corretta valorizzazione  e nel rispetto delle loro inclinazioni  nel mondo del lavoro. 

Ciò porterà ad un nuovo patto globale per la convivenza sociale, attraverso la cultura, la formazione adeguata,  ad una reale ed efficace inclusione.

Come ha bene evidenziato il Presidente Mattarella nel suo tradizionale messaggio di fine anno: “I giovani sono la grande risorsa del nostro Paese, possiamo contare sul loro entusiasmo, sulla loro forza crea/va, sulla generosità che manifestano spesso”. Per ricordarci, altresì, che “abbiamo il dovere di ascoltare il loro disagio, di dare risposte concrete alle loro esigenze, alle loro aspirazioni”.

 Un impegno che deve essere preso non “per” i giovani, ma “con” i giovani e per il Paese, fondato su un’idea di futuro da condividere e costruire con loro. So o tale profilo, sarà fondamentale avviare un percorso di riflessione comune che conduca a definire le condizioni per un nuovo Pa o generazionale, in grado di valorizzare il ruolo a%vo delle giovani generazioni, a raverso un “ pactum fiduciae” con esse.

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  • Redazione

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