
La questione delle questioni, nei rapporti tra Usa e Europa, probabilmente non sta nei dazi, ma, come spiega Giulio Galletti in questo numero del Nuovo Giornale Nazionale, in una possibile svalutazione consistente del dollaro. Non solo. C’è, come spiega il presidente del Council of Economic Advisers, Stephen Miran, la politica idiota dell’Unione Europea, che rimane abbarbicata alle regole green e di contrato al clima con vincoli inaccettabili.
L’Europa, ci dice Galletti, ha sottoscritto la quantità di bond più elevata per finanziare il debito pubblico Usa.
Erano 3.600 miliardi nel 2013 i bond nelle pance europee, sono saliti a 13.100 miliardi nel 2024, quasi pari al prodotto interno lordo della zona euro. Un anno di PIL per finanziare i debiti USA.
Ora una possibile svalutazione del dollaro potrebbe avere un effetto ben più ampio dei dazi.
Da quando è entrata ufficialmente in essere la nuova amministrazione americana, infatti, la moneta Usa non ha fatto che scendere.
L’annuncio dei dazi ha avuto un forte impatto sul dollaro, accelerandone il movimento al ribasso iniziato alla fine di gennaio. Il ribasso del dollaro mette in difficoltà gli investitori, che si vedono svalutati i loro investimenti in dollari e, visto che gli europei sono tra i maggiori sottoscrittori, a rimetterci di più saranno proprio loro.
Per quanto riguarda lo squilibrio della Bilancia commerciale, l’Europa vanta un attivo per il 2024 di oltre 213 miliardi.
L’Italia ha un surplus commerciale con gli Usa pari a 43 miliardi di euro. La Germania ne ha 80 .
I prodotti esportati negli Stati Uniti valgono 66,4 miliardi nel 2024. Stando all’Istat, nel 2023 la Lombardia era al primo posto nell’export verso gli Usa (14,4 miliardi di euro), seguita da Emilia Romagna (10,4) e Toscana (9,1 miliardi). A novembre 2024 l’ente statistico ha registrato un calo delle vendite verso gli Usa (- 11,1% su base annua).
Le principali categorie di prodotti esportati riguardano:
- Agroalimentare:
- Vino: L’Italia è leader nell’esportazione di vino negli USA, con un fatturato che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro annui. Vini come Prosecco, Chianti e altri bianchi e rossi DOP sono particolarmente apprezzati.
- Olio extravergine d’oliva: Con un valore di circa 1 miliardo di euro, è uno dei prodotti più richiesti, grazie alla sua qualità e alla forte domanda da parte dei consumatori americani.
- Pasta: Simbolo della cucina italiana, genera circa 1 miliardo di euro di export, con marchi come Barilla e De Cecco in testa.
- Formaggi: Prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Pecorino Romano e Gorgonzola valgono oltre 550 milioni di euro, con gli USA che assorbono una quota significativa dell’export caseario italiano.
- Salumi: Prosciutto di Parma e San Daniele sono tra i più esportati, con una domanda crescente anche fuori dall’Europa.
- Macchinari e apparecchiature:
Questa categoria rappresenta circa il 19% dell’export italiano verso gli USA (circa 13 miliardi di euro nel 2023). Include macchinari industriali, attrezzature per l’automazione e tecnologie avanzate, settori in cui l’Italia eccelle per innovazione e qualità. - Mezzi di trasporto:
Con una quota del 14% (circa 9,5 miliardi di euro), comprende automobili (come Ferrari e Lamborghini), moto (Ducati, Vespa) e componenti per l’industria automobilistica. - Prodotti farmaceutici, chimici e medicinali:
Anch’essi al 14% (circa 9,5 miliardi di euro), riflettono l’importanza dell’industria italiana in questo settore, con esportazioni di farmaci e prodotti chimico-botanici di alta qualità. - Moda e design:
- Abbigliamento e accessori: Marchi come Armani, Gucci, Prada e Versace, insieme a calzature e occhiali (80% della produzione esportata in Europa e USA), sono sinonimi di lusso e stile italiani.
- Arredamento: Mobili di design (Alessi, Guzzini) e ceramiche generano oltre 1,3 miliardi di euro, con una forte presenza nei segmenti premium.
Se guardiamo alla qualità dei prodotti esportati, possiamo notare che molti sono di gamma alta.
Il consumatore Usa che acquista i vini italiani, il Parmigiano Reggiano o il Prosciutto di Parma è probabile che non si lasci intimidire dall’aumento del prezzo dovuto dai dazi di Trump, perché, dato il costo al consumo, questi prodotti intercettano acquirenti di fascia alta di reddito.
Idem dicasi per chi compera una Ferrari o una Lamborghini, mobili di design o prodotti di alta moda.
L’impatto, pertanto, andrà valutato prodotto per prodotto.
Inoltre non è la prima volta che i prodotti italiani finiscono nel mirino dei dazi USA.
Nel 2019, in risposta alla disputa Boeing-Airbus, vennero imposte tariffe del 25% su formaggi, salumi e liquori, portando a un calo medio del 20% delle esportazioni italiane verso gli USA nel 2020.
Ora la questione che si pone è se vale la pena di avviare una guerra commerciale o se, al contrario, si debba procedere con l’avvio di trattative,
Giorgia Meloni è già stata chiara: “Serve accordo con Washington per evitare guerra commerciale”.
La presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni ha definito “sbagliate” le nuove tariffe del venti per cento contro l’Unione europea, affermando che non giovano a nessuna delle due parti.
“Faremo tutto il possibile – ha scritto Giorgia Meloni – per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di evitare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali”.
Secondo gli analisti, una guerra commerciale a tutto campo avrebbe poco da guadagnare, né negli Stati Uniti né in altri Paesi.
Il presidente del Council of Economic Advisers, Stephen Miran, ha detto giovedì a Newsmax i leader stranieri potrebbero essere in grado di negoziare con il presidente per abbassare le tariffe che gli Stati Uniti stanno imponendo.
“Il presidente è stato molto chiaro sul fatto che se altri paesi reagissero alle nostre tariffe eque e reciproche, allora le tariffe salirebbero ancora di più”, ha detto Miran su “Wake Up America” di Newsmax.
“Guardate – ha aggiunto – il presidente è famoso per le sue capacità di negoziazione. Il presidente è famoso per la sua capacità di creare accordi dove non solo nessun altro avrebbe potuto, ma nessuno pensava che fosse possibile. E quindi, è abbastanza possibile che, alla fine, i leader stranieri finiscano per fare offerte al presidente che lui decide siano buone per l’America e buone per gli americani e poi le tariffe vengano negoziate più basse”.
E qui si apre una questione che riguarda direttamente la follia europea di voler continuare ad insistere sul green e sulle regole relative al mutamento climatico che non possono più essere accettabili.
Miran ha infatti affermato che uno degli elementi che incidono sulla bilancia commerciale sono le barriere non tariffarie, nonché “la politica valutaria e altre chiusure di mercato e politiche che rendono i mercati inaccessibili alle esportazioni americane”. “Possono essere – ha aggiunto – cose come le normative, come il fatto di dover soddisfare normative molto particolari adattate al mercato locale o la revisione ambientale che, in fin dei conti, rendono impossibile per le aziende americane entrare in un mercato e vendere in un mercato”.
Il capo del consiglio economico ha affermato che i dazi di Trump sono stati scelti “in modo da classificare i paesi” e applicare “dazi più elevati ai paesi che hanno imbrogliato e truffato l’America in modo peggiore, e dazi più bassi ai paesi che si sono comportati meglio”.
Come appare evidente la questione dei dazi si intreccia con quelle di altri vincoli, del debito pubblico, della svalutazione del dollaro.
Per una trattativa ci sono ampi margini, ma è necessario smetterla con le idiozie del burosauro di Bruxelles, con la logica guerrafondaia, con l’impostazione di chi ritiene di essere il fortilizio delle logiche neocon.
Il tema non è solo la bilancia commerciale, ma il bilanciamento della testa dei politici europei. Cosa difficile, visto che siamo ormai entrati in una dittatura distopica e idiota.





