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NON SIAMO “NATO” FESSI

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Il segretario uscente della Nato, Jens Stoltenberg, ha annunciato martedì il contratto di quasi 700 milioni di dollari sui missili Stinger durante una giornata dedicata all’industria presso la Camera di Commercio degli Stati Uniti, incentrata sull’incremento da parte dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica delle proprie capacità industriali legate alla difesa, in un’ottica di deterrenza verso futuri attacchi.

Gli Stinger sono prodotti dalla divisione Raytheon dell’azienda americana RTX, che nel maggio del 2022 aveva stipulato un contratto del valore di 625 milioni di dollari, quando l’esercito degli Stati Uniti aveva comprato razzi allo scopo di sostituire le armi inviate a sostegno dell’Ucraina.

Lo Stinger è un sistema d’arma missilistico terra-aria di difesa, leggero e autonomo, che può essere schierato rapidamente dalle truppe di terra. Viene impiegato contro la minaccia aerea condotta alle bassissime quote e può essere anche utilizzato da veicoli terrestri e elicotteri. Lo Stinger colpire praticamente ogni oggetto che voli a un’altitudine inferiore ai 3.300 metri.

La sostanza dell’annuncio di Stoltemberg è che i 34 Paesi Nato dovranno sborsare 700 milioni di dollari da dare all’americana Raytheon-RTX per produrre gli Stinger.

C’è un piccolo particolare non da poco.

Come riporta Formiche.net, già nel 2022 “l’esercito degli Stati Uniti ha lanciato un piano per sostituire i missili Stinger con un intercettore di nuova generazione per la capacità di difesa aerea a corto raggio. La necessità è emersa dall’avvicinarsi della data di obsolescenza del vecchio sistema d’arma. La richiesta da parte dello Us Army per un nuovo missile terra-aria portatile (Shorad) arriva mentre il Pentagono è impegnato a rifornire il sistema d’arma (insieme ai Javelin controcarro) alle forze armate ucraine per aiutarle a combattere l’invasione russa in corso”.

In pratica, con i 700 milioni annunciati da Stoltemberg saranno dati all’Ucraina sistemi d’arma obsoleti, svuotando in magazzini Nato, in attesa dell’arrivo dei nuovi sistemi Shorad (Short range air defense), già messi in bilancio da vari eserciti, compreso quello italiano.

Nel frattempo gli Usa hanno concesso un prestito di due miliardi di dollari alla Polonia per l’acquisto di nuovi armamenti: caccia F35, sistemi missilistici antiaerei Patriot e carri armati Abrams. Tutti, chiaramente, made in Usa.

E’ del tutto chiaro che questo finanziamento rompe un possibile accordo europeo per una comune produzione di armamenti a tutto vantaggio degli Usa e dell’industria bellica americana.

Accordo europeo peraltro difficile, più appartenente al libro dei sogni che alla realtà prossima futura.

Alcuni giorni fa c’è stato l’accordo tra Leonardo e la tedesca Rheinmetall per produrre un mezzo cingolato che dovrebbe essere adottato dagli eserciti Ue.

A marzo i governi di Francia e Germania avevano annunciato di aver raggiunto un accordo sul progetto congiunto di realizzare il nuovo carro armato pesante europeo, detto “Main Ground Combat System” (Mgcs). Un progetto in discussione da tempo, ma più volte rinviato per divergenze tra i due paesi e le relative industrie su chi ne debba assumere la guida e sulla divisione del lavoro tra i due Stati.

L’Italia sta lavorando al caccia Tempest con Gran Bretagna e Giappone.

A giugno, dopo lunghe trattative, il Belgio si è unito al progetto per il caccia di sesta generazione franco-tedesco Scaf (Système de combat aérien du futur) come osservatore. Lo Scaf è il sistema di sistemi che sarà incentrato sul caccia di sesta generazione Ngf (New generation fighter); è guidato dalla Francia, con partecipazione tedesca e, dal 2019, spagnola. Questo programma fa da contraltare al Gcap (Global combat air programme) di Italia, Regno Unito e Giappone.

In un’intervista di luglio a InsideOver, il generale Paolo Capitini, lunga esperienza in vari teatri e ora docente di Storia militare, Scuola Sottufficiali dell’Esercito, autore con Mirko Campochiari di un volume dal titolo” Le parole della guerra”, ha affermato: “Le elezioni europee sono ormai alle spalle e con esse sembra esserlo anche la questione della sbandierata difesa europea. Poco male. L’attuale struttura dell’Unione Europea non consente infatti di dotare questo “consorzio tra nazioni” di un reale esercito. Un esercito infatti difende una politica e un territorio e l’Europa non ha né l’una né l’altro. Questo non vuol però dire che l’Unione non dovrà prima o poi prendersi carico della “questione ucraina”, soprattutto se e quando gli Stati Uniti decideranno di diminuire il loro coinvolgimento. Quest’ultimo aspetto è tutt’altro che improbabile nell’eventualità dell’elezione di Donald Trump che ha fatto del diminuito impegno americano verso l’Europa uno dei suoi cavalli di battaglia elettorali. Riuscirà l’Europa a ripresentarsi come potenza di primo piano? Innanzi tutto, c’è da chiedersi se realmente lo voglia. Essere una potenza innanzi tutto significa esserlo in campo militare, non solo per la quantità e le capacità operative delle forze armate, ma anche per la possibilità più che concreta di utilizzarle in difesa dei propri interessi. Qui si ritorna all’assunto iniziale. Esistono davvero interessi definibili come “europei”? Credo di no. Quello che vediamo sono invece interessi tedeschi, italiani, spagnoli, polacchi e via così. Interessi spesso in contrasto tra loro e talvolta neppure percepiti come tali. Insomma, la strada non solo è ancora lunga, ma non è neppure tracciata”.

Analisi secca e puntuale. Conseguenza logica, la Nato è la difesa europea e si scrive Nato e si legge Usa.

Non solo, ma si scrive Nato e si legge business Usa nel campo degli armamenti.

Passiamo alla grammatica, alla sintassi e alla semantica, ossia alla presa per i fondelli dell’Ucraina in forza di comunicati che, regolarmente, lasciano il tempo che trovano.

Scrive Politico che è probabile che i membri della NATO dichiarino che il percorso dell’Ucraina verso l’adesione all’Alleanza sia “irreversibile”.

Ad affermarlo, secondo Politico, un funzionario ucraino e una persona a conoscenza della situazione, confermando che Kiev vedrà il termine che desiderava disperatamente messo per iscritto al vertice Nato di Washington di questa settimana.

Il termine, secondo Politico, è già presente in una bozza della dichiarazione congiunta, in una sezione già concordata e scritta dagli Stati Uniti, ed è destinato a comparire nella versione finale che verrà firmata da tutti i 32 membri.

Il messaggio, secondo Politico, offre all’Ucraina la parola dell’Alleanza secondo cui, se Kiev intraprenderà riforme democratiche, diventerà inevitabilmente un membro a pieno titolo del blocco.

Eccoci giunti al trucchetto.

Intraprendere riforme democratiche finché dura la guerra è impossibile, in quanto anche le elezioni sono state rinviate a causa dello stato di emergenza.

Inoltre l’Ucraina è uno dei Paesi più corrotti al mondo e anche l’Unione Europea ha più volte chiesto di fare pulizia.

Processo irreversibile, dunque, ma quando? E, ovviamente, solo dopo la fine della guerra, la quale se finirà e quando, non potrà che finire con un accordo con la Russia. Accordo che presuppone che l’Ucraina non entri nella Nato.

La Nato, in buona sostanza, ha comperato tempo.

“Un funzionario europeo, a cui è stata concessa l’anonimato per informare i giornalisti sulle discussioni delicate dell’alleanza – ci fa sapere Politico – , ha affermato la scorsa settimana che gli alleati non avevano raggiunto un consenso sull’estensione di un invito ufficiale all’Ucraina per entrare nella NATO. Ma, ha continuato il funzionario, «stiamo discutendo del linguaggio per dimostrare almeno che l’adesione dell’Ucraina è irreversibile, che non c’è modo di tornare indietro, e vorremmo rafforzare quel linguaggio il più possibile». Poi domenica, il Segretario generale uscente della NATO Jens Stoltenberg ha detto ai giornalisti a Washington che «stiamo negoziando il linguaggio, e il linguaggio è importante. Quindi stiamo lavorando sul linguaggio esatto su come esprimere che l’Ucraina diventerà un alleato della NATO»”.

Un no all’adesione dell’Ucraina alla NATO è, nel frattempo stato sottoscritto in un appello di 61 esperti di fama mondiale nell’ambito delle Relazioni internazionali in vista del Summit della NATO in corso e che si conclude oggi.

La lettera sostiene che una futura adesione ucraina alla NATO “ridurrebbe la sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati, con un rischio considerevole per tutti”, mettendo in discussione il fatto che una mossa del genere, come sostengono alcuni, possa scoraggiare un conflitto in futuro.

Dall’annessione della Crimea del 2014, osservano gli esperti nella lettera, gli alleati della NATO hanno dimostrato con le loro azioni di “non ritenere che la posta in gioco del conflitto, per quanto significativa, giustifichi il prezzo della guerra. Se l’Ucraina dovesse entrare nella NATO, la Russia avrebbe motivo di dubitare della credibilità della garanzia di sicurezza dell’Alleanza Atlantica e avrebbe l’opportunità di mettere alla prova e potenzialmente rompere l’alleanza. Il risultato potrebbe essere una guerra diretta NATO-Russia o il disfacimento della NATO stessa”.

C’è poi un grande equivoco di fondo che va sfatato: “Lo scopo dell’Alleanza Atlantica”, sottolineano, “non è quello di dimostrare stima per gli altri Paesi; è quello di difendere il territorio dell’Alleanza e rafforzare la sicurezza dei suoi membri”.

Va, infine, considerato che la celebrazione del 75° della Nato è servita a Biden per tentare di dimostrare che è in forma, aggressivo, determinato.

In buona sostanza, gran parte della sceneggiata è propaganda pro elezioni americane dei Dem, con gli europei a fare da pubblico plaudente.

La realtà, questo è il punto, dice che la guerra in Ucraina, per poter concludersi, deve fare i conti con un accordo con la Russia.

Nella prefazione al libro di Mirko Campochiari e Paolo Capitini, “Le parole della guerra”, Michela Mercuri, docente universitaria ed esperta di Africa e Medio Oriente, scrive: “Harold Lasswell, nel suo libro del 1927 La tecnica della propaganda nella guerra mondiale, parlava per la prima volta della teoria dell’ago ipodermico (chiamata anche “della pallottola magica”) affermando che i messaggi mediatici colpiscono personalmente gli individui in modo diretto e immediato, portando a un loro condizionamento senza che possano opporvisi. Il politologo statunitense faceva riferimento alle strategie e tecniche di propaganda utilizzate nella Prima guerra mondiale, ma questa sua intuizione resta, con le dovute cautele, di grande attualità: sovente la comunicazione mediatica può essere considerata come un processo diretto tra comunicatore e ricevente, priva di un intermediario capace di fornire all’individuo gli strumenti per un’adeguata comprensione”.

Ecco il punto. Sarebbe ora che l’intermediario, ossia il giornalismo, anziché riprodurre amplificando le veline della propaganda, da qualsiasi parte arrivi, proponessero al lettore analisi, anche diverse, anche contrastanti, ma basate su dati.

Un’ultima nota, a proposito di dati.

I russi, come afferma ISW, stanno premendo su tutta la linea del fronte. Lo fanno in modo sistematico per fiaccare l’esercito ucraino. Forse è ora di cominciare a pensare ad un accordo, prima che in Ucraina finiscano gli esseri umani, mandati al massacro mentre si gioca con la semantica.

Cartina ISW

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  • Redazione

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