
La lunga storia dell’umanità mostra che il potere non esiste se non forma una sua organizzazione esclusiva, centralizzata e gerarchica. Alla condizione primordiale dell’impari relazione tra le diverse forme di vita gerarchicamente subordinate alle forze della natura, del cosmo e delle divinità, gli esseri umani, sin dai tempi babilonesi, aggiunsero e codificarono un nuovo vincolo: il debito.
Le varie forme di legame (e di servitù) con la terra proprie dei sedentari sono all’origine dei sistemi di organizzazione sociale e politica. L’evoluzione del vincolo debitorio ha generato i sistemi di organizzazione economica fino al capitalismo moderno. Il nesso tra i due sistemi di organizzazione – sociopolitica ed economica – si è consolidato nella centralizzazione del potere che incarnava la divinità o che dall’ordine divino traeva l’origine legittimante e gerarchicamente sovraordinata. Il periodo di incubazione della modernità fu la crisi del sistema feudale che si ruppe nella tensione generata dall’individuo che, almeno per i beneficiari del ciclo economico commerciale, tracimava dal libero arbitrio all’anarco-autonomia.
La crisi dell’unitarietà dell’ordine gerarchico, e quindi del potere esclusivo e centralizzato, divenne evidente con l’avvento dei “turbanti” (caduta di Costantinopoli, 1453), che diede l’avvio all’autocefalia nazionale degli ortodossi, ma si confermò l’affermarsi e il diffondersi dei movimenti giansenisti e protestanti che diedero vita a una frammentazione del potere in aperto conflitto con la centralità del papa cattolico ormai orfano di un Sacro Romano Impero.
La cattolicissima impresa di conquista delle Americhe ripagò gli sforzi bellici per la sconfitta degli infedeli insediati a Cordova, ma fu seguita dall’ignobile espulsione in nome della purezza del culto e dall’incontrollato travaso delle ricchezze verso gli scismatici protestanti centroeuropei. Due secoli, due Concili, la costituzione dell’esercito di Cristo e una sofferta pace vestfaliana impegnarono il papato romano per ristabilire la centralità del potere (divino e pietrino) nella forma dello stato-nazionale di cui l’epigono fu il lungo regno di Luigi XIV.
Da questa necessariamente brevissima sintesi storica emergono delle tendenze che sono tutt’ora valide. La prima è lo spirito schiettamente “feudale” dell’organizzazione economica, soprattutto capitalistica. La seconda è lo spirito implicitamente “reazionario” della tradizione, soprattutto nell’esercizio del potere. La terza è l’assenza di spirito “rivoluzionario” nel conservatorismo che, manifestandosi prevalentemente attraverso l’utopia, restaura, aggiornandoli, gli schemi precedenti.
È interessante notare che, indipendentemente dalle forme dell’organizzazione del potere, gli esseri umani hanno mantenuto (e protetto, anche segretamente) uno stretto legame con le radici culturali originarie, dando vita a differenti aggregazioni iniziatiche, spirituali ed operative. Uno spirito della storia che solo il razionalismo illuminista ha poi tentato di “normalizzare” in nome di una modernità freddamente imposta per i fini utilitaristici delle nuove organizzazioni del potere economico e sociopolitico.
Dopo poco più di due secoli dall’imposizione del “modernismo” spirituale (e rituale), fortunatamente, la luce della biopolitica dell’umano non è stata spenta. Non è una rivoluzione, ma il cammino nel perfezionamento dell’umano si è manifestato.





