I fantasmi di Bordiga, di Seniga, di Feltrinelli si reincarnano nelle nuove milizie della “rivoluzione mancata” e della “Resistenza tradita”
Lo spartiacque è chiaro; è politico, culturale, morale: da una parte chi crede nelle istituzioni dello Stato democratico e dall’altra chi crede nel giustizialismo delle piazze, perché è culturalmente, politicamente, moralmente antagonista nei riguardi delle istituzioni dello Stato democratico.
Per meglio farmi capire cito, come ha fatto giustamente ieri Adlfo Tasinato (https://www.nuovogiornalenazionale.com/e-morto-il-comandante-alfa-leroe-senza-volto/) una frase del Comandante Alfa: “Rischiamo la vita. Stiamo lontani da casa per mesi. Delle nostre missioni non possiamo parlare con nessuno: nemmeno con i nostri cari. Per le azioni segrete non ci sono medaglie e, se ci sono, ci vengono date di nascosto. Perché lo facciamo? Perché il giorno in cui abbiamo scelto di arruolarci abbiamo scelto di servire e di proteggere lo Stato”.

Dall’altra parte della faglia, c’è l’Anti-Stato di chi invoca la piazza per chiedere giustizia, prima ancora che si siano svolte indagini e che siano accertati i fatti.
C’è una grave responsabilità politica di chi alimenta un clima d’odio che è simile a quella di chi fece da copertura alle Brigate Rosse.
A guidare le folle è una vecchia idea della “rivoluzione mancata” che si avvale oggi del ribellismo di varie componenti (No global, Pro Pal, Antagonisti, Anarchici, Maranza), così come ha alimentato le retrovie delle Br, di Prima Linea e dei vari gruppi antistato presenti negli Anni di Piombo.
Non ci sono scuse. La sinistra, qualsiasi sinistra essa sia o si proclami tale, deve finalmente e definitivamente, ripudiare le logiche di Bordiga, di Seniga, di Giangiacomo Feltrinelli, e chiudere la fase della guerra civile italiana post fascista, perché non si può essere difensori della Costituzione chiamando a raccolta le folle per dare fiato alle logiche della “rivoluzione mancata”.

Chi chiama in piazza le folle in base ad una logica giustizialista, alimenta la sfiducia nelle istituzioni, mostra una evidente logica anti Stato e si rende responsabile di aizzare azioni violente pseudo rivoluzionarie, di fatto delinquenziali.
“Le folle – scrive Gustave Le Bon – accumulano la mediocrità e non l’intelligenza” e, conseguentemente sono facilmente manipolabili da chi ne conosce la psicologia.
“Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con un ragionamento – scrive Le Bon -: questi sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori esperti di riunioni popolari”.
Gli slogan di certa sinistra rispondono esattamente a questo criterio espresso da Le Bon.
Lo slogan più gridato è stato, nelle piazze chiamate a raccolta: “Polizia fascista”, “Assassini”, “Omicidio di Stato”.
I figli e i nipoti dei Katanga sono all’opera
I Katanga erano il servizio d’ordine del Movimento Studentesco Milanese alla Statale di Milano negli anni ’70, un gruppo di militanti noti per gli scontri con la polizia. I Katanga erano riconoscibili per caschi, spranghe (spesso chiavi inglesi) e atteggiamento aggressivo.
La loro canzone “Katanga”, cantata durante le manifestazioni, conteneva un testo contro la polizia: “Tanti hanno paura, scappan via. / Restano a combattere i Katanga: / sulle ossa della polizia, /picchiano col ferro della spranga. / La questura spara col fucile / e coi sassi noi ci difendiamo; /ne mandiamo tanti all’ospedale…”

Un altro slogan famoso legato ai Katanga era: “Hazet 36, fascista dove sei?”. La Hazet 36 era una pesante chiave inglese usata come arma (simbolo degli “idraulici” di Avanguardia Operaia e simili). Veniva scandito nei cortei e scritto sui muri.
Figli e nipotini dei Katanga e dei loro simili sono quelli che oggi, radunati nelle piazze come folle manipolabili, inneggiano alle logiche Anti Stato.
Inutile nascondersi dietro ad un dito, come fa il sindaco di Bologna, il quale sostiene: “Solo una piazza ci rappresenta. Bologna ha visto due piazze lunedì e solo una rappresenta la città”.
Quando chiami la folla in piazza per un fatto come quello accaduto è chiaro che devi mettere nel conto quello che ormai avviene sempre, ossia che le piazze sono due: una, quella che dice di essere pacifica, che fa da copertura a quella che pacifica non è e che è sempre composta dagli stessi.
Se si vuole venire a capo di questa situazione è necessario scavare nelle viscere di una sinistra che dai nonni ai nipoti ha tramandato la logica della rivoluzione tradita, reclutando, di volta in volta le truppe a disposizione.
Il passaggio del testimone dai partigiani “traditi” alle BR
Si tratta della testimonianza di Alberto Franceschini (uno dei fondatori delle Brigate Rosse, originario di Reggio Emilia) nel libro “Che cosa sono le BR. Le radici, la nascita, la storia, il presente” di Giovanni Fasanella (con lo stesso Franceschini, BUR/Rizzoli).
Franceschini racconta il legame tra il nucleo storico reggiano delle BR (lui, Renato Curcio, Mara Cagol e altri) e certi ambienti della Resistenza comunista emiliana, in particolare ex partigiani che si sentivano “traditi” dalla linea post-bellica del PCI di Togliatti e che vedevano nei giovani brigatisti una continuazione della lotta armata.
Nel libro descrive come, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, lui e i compagni frequentassero ex partigiani, ascoltassero i loro racconti e cercassero armi nei vecchi depositi partigiani sulle montagne reggiane.
Alcuni di questi ex combattenti della Resistenza fornirono loro armi, incoraggiandoli a “continuare il lavoro”. Uno in particolare gli consegnò pistole (tra cui una Browning che finì poi nella foto del sequestro Macchiarini) e un mitra.
Franceschini ha ribadito più volte questo filo rosso: i giovani reggiani delle BR credevano di riprendere la “Resistenza tradita”, ispirati dagli ex partigiani che indicavano loro i sentieri e i nascondigli delle armi. Questo tema ricorre anche in interviste e dibattiti legati al libro (ad esempio eventi a Reggio Emilia).
La teoria della “rivoluzione mancata”, poi reinterpretata nella “Resistenza tradita”, ha radici lontane nella sinistra bordighista (o Sinistra Comunista Italiana): una corrente del comunismo rivoluzionario legata principalmente ad Amadeo Bordiga (1889 – 1970), co-fondatore e primo leader effettivo del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) nato dalla scissione di Livorno nel gennaio 1921.
Il tema della “rivoluzione mancata” si riferisce tipicamente al fallimento dell’ondata rivoluzionaria del Biennio Rosso (1919 – 1920) in Italia, che non sfociò in una presa del potere proletario come in Russia nel 1917, aprendo invece la strada al fascismo.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Italia visse un periodo di intense lotte operaie e contadine (occupazioni di fabbriche, consigli di fabbrica, scioperi generali).
La Sinistra del Partito Socialista Italiano (PSI), guidata da Bordiga attraverso riviste come Il Soviet, sosteneva una linea intransigente: espulsione dei riformisti (Turati), rifiuto del parlamentarismo e preparazione della dittatura del proletariato sul modello bolscevico.
Al Congresso di Livorno (1921), i comunisti (Bordiga più Ordine Nuovo di Gramsci) ottennero circa un terzo dei voti. La maggioranza “unitaria” (Serrati) rifiutò di espellere i riformisti, portando così alla nascita del PCd’I. Per i bordighisti questa scissione fu tardiva: l’onda rivoluzionaria stava già rifluendo e il PSI massimalista era stato indeciso e velleitario.
Bordiga divenne de facto leader del nuovo partito, enfatizzando l’astensionismo (rifiuto di principio delle elezioni borghesi) e concependo il partito come “cervello sociale” del proletariato, rigido e centralizzato. Bordiga criticava il gradualismo e al parlamentarismo come illusioni borghesi.
Le posizioni di Bordiga furono criticate da Lenin come “malattia infantile del comunismo” in: “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”.
La Sinistra Comunista attribuiva il fallimento non solo a fattori oggettivi, ma a carenze soggettive del movimento operaio italiano: debolezza del PSI, mancanza un partito veramente comunista: Bordiga criticava l'”ordinovismo” gramsciano per le sue influenze idealistiche e consiliariste.
Armando Borghi (anarchico) parlò esplicitamente di “rivoluzione mancata” già nel 1925, attribuendola a incertezze, pavidità e divisioni del movimento socialista, aggravate dall’arrivo dei comunisti “neo-dottori in rivoluzione”. Negli anni ’30 la Frazione di Sinistra (in esilio, soprattutto in Francia con Prometeo e Bilan) continuò l’opposizione.
Dopo il 1945 Bordiga tornò attivo nel Partito Comunista Internazionalista (PCInt), poi scisso. Il “bordighismo” del dopoguerra (associato a Il Programma Comunista) enfatizzò l’invarianza del programma marxista, critica radicale al “capitalismo di Stato” (URSS, Cina, ecc.) e attesa di una nuova ondata rivoluzionaria.
Oggi gruppi bordighisti o di Sinistra Comunista rimangono minoritari, ma attivi nella critica al “comunismo” storico del XX secolo, visti come forme di capitalismo di Stato.
Da Seniga a Feltrinelli il polo rivoluzionario extraparlamentare
Non va dimenticato l’apporto al ribellismo anti Stato di Giangiacomo Feltrinelli, il quale si orientò verso la sinistra extraparlamentare, il guevarismo, il castrismo e la lotta armata.
Fondò i GAP (Gruppi di Azione Partigiana, 1970), ispirati alla Resistenza, ma orientati alla guerriglia urbana e sabotaggi, morendo nel 1972 a Segrate mentre piazzava esplosivo su un traliccio.
Interessante anche la vicenda di Giulio Seniga (1915-1999), partigiano cremonese noto come “Nino”, il quale fu un funzionario del PCI vicino a Pietro Secchia (responsabile dell’organizzazione). Dopo l’attentato a Togliatti (1948), gestì i “covi segreti” e i fondi clandestini del partito, inclusi quelli provenienti dall’URSS.
Il 25 luglio 1954 (data simbolica, anniversario della caduta del fascismo), Seniga abbandonò Roma portando con sé documenti riservati del PCI e 421.000 dollari USA (equivalenti a diversi milioni di euro attuali, stimati intorno agli 8-9 milioni), parte dei fondi segreti sovietici custoditi per il partito.
Seniga voleva finanziare un’opposizione di sinistra al PCI di Togliatti, ritenuto troppo attendista e stalinista. Usò quei fondi per lanciare Azione Comunista, un giornale e un movimento che aggregava dissidenti: bordighisti, trockisti, anarchici, libertari e operai comunisti critici.

Azione Comunista fu un importante giornale politico e una corrente della sinistra radicale italiana, fondato nel 1954 da Giulio Seniga (ex stretto collaboratore di Pietro Secchia nel PCI). Nato per opporsi alla svolta togliattiana e allo stalinismo, il giornale divenne il punto di riferimento per l’ala “operaista” e internazionalista che confluì poi nelle posizioni di Arrigo Cervetto e di Lotta Comunista
Seniga cercò di creare un polo rivoluzionario extraparlamentare alla sinistra del PCI, in collegamento con figure internazionali come André Marty (Francia).
Oggi il tema dei finanziamenti alla sinistra riemerge in dibattiti su fondazioni straniere, argomento sul quale andrebbe fatta chiarezza.
Per chiudere una vicenda che vede sempre più attive forze politiche anti Stato, è necessario recuperare memoria storica e anche intelligenza di quanto possono essere coinvolte mani straniere.
L’anima collettiva delle folle e la responsabilità di chi le attiva e manipola
Torniamo al fenomeno delle folle che ormai imperversano non solo nelle piazze durante le manifestazioni, ma anche in branchi di giovani della maranza o di baby gang.
“Una folla – avverte Le Bon – non ha bisogno di essere composta da numerosi elementi affinché la sua facoltà di vedere senza errori sia annientata o per sostituire i fatti reali con allucinazioni collettive”.
“Nell’anima collettiva – scrive Le Bon -, le attitudini intellettuali degli uomini e, di conseguenza, la loro individualità si cancellano: l’eterogeneo si mescola nell’omogeneo, e le qualità inconsce prevalgono. […]. L’aspetto più saliente che contraddistingue una folla psicologica è il seguente: indipendentemente da quali siano gli individui che la compongono, indipendentemente dal fatto che abbiano stili di vita simili, occupazioni simili, caratteri o intelligenze simili, il solo fatto di essersi riuniti in folla li rende partecipi di un’anima collettiva. Quest’anima li fa sentire, pensare e agire in un modo completamente diverso da come sentirebbero, penserebbero e opererebbero isolatamente nella propria individualità”.
Riassumendo le caratteristiche della folla psicologica Le Bon le descrive come “annientamento progressivo della personalità coscia, predominio della personalità inconscia, direzione affidata alla suggestione e al contagio dei sentimenti e delle idee orientate in un medesimo senso, tendenza a trasformare immediatamente in atti le idee suggerite… queste sono le principali caratteristiche dell’individuo inserito in un contesto di folla. Egli non è più sé stesso, ma diventa un automa, incapace di dirigere la propria volontà”.
Da queste considerazioni emerge con evidenza la responsabilità politica, culturale e morale di chi attiva le folle, le indottrina, le manipola.
La sinistra, se così vuole chiamarsi, deve ripudiare una volta per tutte e per sempre le logiche della “rivoluzione mancata” e della “Resistenza tradita” e deve isolare tutti coloro che agiscono contro lo Stato democratico.
Riempirsi la bocca di difesa della Costituzione per poi dare copertura a chi agisce contro lo Stato democratico e costituzionalmente istituito è colpevole menzogna e connivenza.





