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Il piromane con la fascia tricolore

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Il piromane con la fascia tricolore

Guerriglia urbana nel cuore di Bologna

Sessantaquattro operatori delle forze dell’ordine feriti, con prognosi da tre a trentacinque giorni.

Sei mezzi della Polizia danneggiati. Un’auto del Comune incendiata. Vetrine spaccate. Biciclette del servizio pubblico vandalizzate, sedie dei dehors scagliate contro gli agenti. Via Ugo Bassi devastata. Guerriglia urbana fino a notte fonda nel cuore di Bologna.

Tutto questo non è scoppiato dal nulla. Ha un nome e un cognome: Matteo Lepore, sindaco di Bologna.

Domenica 19 luglio Abderrahim Fakir muore durante un intervento della Polizia al Pilastro. Una tragedia su cui la Procura ha già aperto un fascicolo per omicidio colposo, acquisito le bodycam, disposto l’autopsia, annotato due agenti e quattro sanitari nel registro 45-bis.

La magistratura lavora. Lo Stato funziona.

Ma Lepore non aspetta. Nemmeno ventiquattr’ore e convoca una manifestazione in piazza Nettuno. Parole d’ordine: verità e giustizia.

Come se qualcuno le stesse nascondendo. Come se la Procura di Bologna avesse bisogno del sindaco per fare il proprio lavoro. Come se un primo cittadino potesse trasformarsi in pubblico ministero con la fascia tricolore addosso.

Ed ecco il punto che nessuna narrazione potrà mai cancellare – nemmeno quella che separa i manifestanti buoni dai violenti come se non fossero usciti dallo stesso corteo convocato dallo stesso sindaco: quelle parole, pronunciate prima dell’autopsia e prima di qualsiasi risultato investigativo, delegittimavano implicitamente l’operato della Polizia.

Non serviva gridare contro le divise. Bastava chiedere verità quando la verità era ancora sul tavolo del medico legale.

Il messaggio era chiaro: qualcuno mente, qualcuno nasconde, scendiamo in piazza.

Il risultato è cronaca. Quattromila persone in piazza. Tra loro una componente organizzata di antagonisti e militanti dei centri sociali, in parte travisati: i professionisti dello scontro. Il presidio in piazza Nettuno si è svolto pacificamente.

Poi il corteo si è spostato verso Prefettura e Questura e la prevedibilità è diventata realtà. Bombe carta. Pietre contro i blindati. Lacrimogeni e idranti per difendere la Prefettura della Repubblica. Un bollettino di guerra.

Il paradosso feroce? La famiglia Fakir aveva chiesto l’esatto contrario di ciò che è accaduto. Aveva chiesto verità, giustizia e dignità, ma soprattutto: non odio.

Il suo avvocato Fabio Anselmo ha definito criminali i violenti, accusandoli di ferire la famiglia e di dare argomenti a chi vuole negarle verità e giustizia.

La nipote aveva invocato raccoglimento. La sorella è svenuta mentre Lepore le passava il microfono.

Ma il sindaco voleva la piazza. La piazza l’ha avuta.

Perché era prevedibile. Lo sapeva Lepore. Lo sapevano i sindacati di polizia che avevano chiesto di attendere l’autopsia. Lo sapeva chiunque abbia visto una sola manifestazione emotiva di questo tipo in Italia negli ultimi trent’anni.

Convocare una mobilitazione sull’onda di un video virale, con le indagini appena aperte e la componente antagonista bolognese pronta a colpo sicuro, non è raccoglimento.

È un fiammifero lanciato in una tanica di benzina.

E mentre Bologna si sveglia devastata, il Si Cobas blocca l’Interporto di Bentivoglio per sei ore. Migliaia di camion fermi.

Traffico in tilt. Un’altra piazza, un altro ricatto. Sempre in nome di Fakir.

La domanda vera non è se Lepore abbia comandato gli incendiari. Nessuno lo sostiene e sarebbe una sciocchezza dirlo.

La domanda è un’altra.

Un sindaco può convocare una mobilitazione emotiva contro una morte avvenuta durante un intervento di Polizia, prima dell’autopsia e dei primi risultati investigativi e poi dichiararsi estraneo quando la componente più violenta di quella mobilitazione fa esattamente ciò che era prevedibile facesse?

Piantedosi ha risposto: chi occupa certe posizioni dovrebbe riflettere, perché in piazza ci vanno i ragazzi e i poliziotti e i feriti li pagano tutti.

Meloni ha definito inaccettabile la morte di Fakir e inaccettabile la violenza contro le forze dell’ordine. Fratelli d’Italia e Lega chiedono le dimissioni.

Lepore ha scritto: restiamo umani.

A Bologna la risposta brucia ancora. Letteralmente.

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