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Nella bocciatura delle preferenze c’è la rinuncia alla politica

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bocciatura delle preferenze

L’evirazione progressiva del ruolo del potere legislativo e della partecipazione democratica

La bocciatura delle preferenze, ad opera delle opposizioni della cosiddetta sinistra e di una manciata di franchi tiratori del centrodestra, ha messo in evidenza, per l’ennesima volta, la rinuncia, da parte di uno dei tre pilastri della democrazia moderna, ad esercitare il proprio ruolo attraverso un’autoevirazione progressiva.

Negli ultimi decenni il Parlamento ha operato su di sé una progressiva castrazione del suo ruolo, la cui origine va ricercata nella fine della Prima Repubblica, nella vicenda Mani Pulite, nella messa in discussione dei partiti e nell’idea che a scegliere i candidati dovessero essere centri di potere che pescavano dalla cosiddetta “società civile”.

Durante la Prima Repubblica i partiti erano vere e proprie scuole di democrazia e, solitamente, chi arrivava in Parlamento aveva prima percorso un lungo cammino, anche istituzionale, ed era passato al vaglio degli attivisti del suo partito.

Negli anni Ottanta del secolo scorso, per fare un esempio, il Partito comunista italiano aveva i seguenti iscritti: 1979: ~1.759.000; 1983: ~1.635.000; 1984: ~1.620.000; 1985: 1.595.668; 1987: ~1.508.000

Il Pci aveva migliaia di sezioni (probabilmente tra 8.000 e 12.000 nei periodi di massimo radicamento).

Negli anni Ottanta del secolo scorso, la Democrazia Cristiana (DC) contava tipicamente tra 1,2 e 1,7 milioni di iscritti (tesserati), con una tendenza generale alla stabilizzazione o lieve ripresa dopo il calo degli anni Settanta.

Nel 1989 gli iscritti erano 1.675.725 (ultimo dato disponibile dall’Ufficio Organizzativo del partito, secondo Eurispes) e nel 1990 erano circa 2.109.670.

Negli anni Ottanta la DC rimaneva uno dei partiti di massa più grandi d’Europa occidentale.

Si può stimare che la Democrazia Cristiana negli anni Ottanta abbia avuto diverse migliaia di sezioni (probabilmente tra 5.000 e 10.000 a livello nazionale, considerando la copertura capillare dei comuni, che erano all’epoca in Italia oltre 8 mila).

Facendo una somma con lo spannometro, i due maggiori partiti italiani avevano in quegli anni più di 3.500.000 iscritti, che si trovavano a discutere in 20 mila sezioni territoriali.

Se, sempre con lo spannometro, si mettono assieme tutti gli altri partiti dell’epoca, possiamo raddoppiare la cifra: 7 milioni di iscritti che discutevano di politica e di candidature in 40 mila sezioni territoriali.

Alle elezioni politiche del 1983 e del 1987, la popolazione dei votanti attivi (aventi diritto) si aggirava stabilmente attorno ai 44-46 milioni di cittadini per la Camera dei Deputati.

In buona sostanza, il 15% degli elettori era iscritto a partiti, partecipava attivamente alla vita politica, discuteva le linee dei partiti e anche la scelta dei candidati, i quali, quando erano messi in lista, dovevano comunque subire il vaglio delle preferenze.

Attualmente, il Partito democratico, nato dall’incontro tra democristiani e comunisti nell’Ulivo, dopo Mani Pulite, conta, secondo alcune stime relative alle fasi più intense del tesseramento, 150.000 persone a livello nazionale.

Il Partito Democratico non definisce le proprie sedi locali come “sezioni”, ma come Circoli e attualmente ne conta circa 4.500 – 5.000.

Anche solo questi dati dimostrano la restrizione che si è avuta nella democrazia partecipativa da Mani Pulite in poi.

Negli anni successivi, dopo la fine della Prima Repubblica, le prerogative del Parlamento sono state sottoposte ad una castrazione progressiva.

La riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, voluta dal Movimento Cinque Stelle e approvata tramite referendum confermativo il 20 – 21 settembre 2020, ha ridotto il numero totale dei membri del Parlamento da 945 a 600. Nello specifico, i seggi sono passati da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 elettivi al Senato.

La conseguenza è la riduzione del rapporto territoriale del parlamentare con il suo elettorato e la verticalizzazione decisionale nelle mani delle segreterie dei partiti, i quali nulla hanno a che fare con quelli della Prima Repubblica, come anche solo i numeri stanno a dimostrare.

Con la Legge Costituzionale 3/1993 è stato profondamente modificato l’articolo 68 della Costituzione italiana, riformando le immunità dei parlamentari.

Il provvedimento ha eliminato la richiesta di autorizzazione a procedere per i reati comuni e ha stabilito che i membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni, che per sottoporre un parlamentare a perquisizione personale/domiciliare, arresto o altre privazioni della libertà, è necessaria l’autorizzazione della Camera di appartenenza, salvo i casi di flagranza di reato o di sentenze definitive di condanna e che è necessaria la necessità dell’autorizzazione della Camera di appartenenza anche per sottoporre i parlamentari a intercettazioni (di conversazioni o comunicazioni) e a sequestro di corrispondenza.

Nel 1989 è stato istituito il Tribunale dei Ministri (Legge Costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1), a seguito della modifica dell’art. 96 della Costituzione. Non è un tribunale autonomo, ma una sezione specializzata del Tribunale ordinario istituita presso i capoluoghi di distretto di Corte d’Appello; è un organo collegiale composto da tre membri effettivi e tre supplenti, estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio nel distretto con almeno 5 anni di anzianità. I componenti restano in carica due anni.

Il Tribunale dei Ministri è competente per i reati commessi dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Ministri nell’esercizio delle loro funzioni. Il Tribunale dei Ministri non giudica. Il suo compito è istruttorio. Se la Camera competente concede l’autorizzazione a procedere, il processo vero e proprio si svolge davanti al Tribunale ordinario competente per territorio.

Accanto a questi elementi, sin qui esposti, ce ne sono stati altri, come, ad esempio, l’eliminazione delle elezioni dirette popolari dei componenti dei consigli provinciali.

Se valutiamo tutti questi fenomeni assieme, e aggiungiamo che per decidere di un segretario di partito si fanno votare ai gazebo tutti quelli che vogliono farlo, siano iscritti o non iscritti o, come si è fatto con il Movimento Cinque Stelle, ci si affida al voto on line certificato da chi possiede il software e l’hardware, siamo alla castrazione totale di quella che i padri costituenti pensavano come democrazia popolare.

Sì, democrazia popolare, perché l’articolo uno della Costituzione recita: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Dobbiamo, poi, considerare che negli ultimi decenni è cresciuta la funzione del Presidente della Repubblica, sempre più in funzione attiva nell’agone politico.

La bocciatura delle preferenze va inserita in questo contesto pluridecennale di compressione della democrazia, della partecipazione, dell’eliminazione di fatto dei partiti, di propaganda destrutturante della politica (basti pensare ai danni fatti dal grillismo Grillo contro la democrazia parlamentare) o alla possibilità consentita a chiunque di scegliere il segretario di un partito, andando oltre la volontà degli iscritti.

La verticalizzazione della politica e il suo accentramento nelle mani di pochi ha avuto come controcanto la continua denigrazione del Parlamento e del potere legislativo, a favore del potere esecutivo (quando faceva comodo, basti pensare ai DPCM di Conte), fino all’esproprio della democrazia tout court con l’esperimento di controllo di massa attuato con il Covid (lock down, green pass, carcerazione degli italiani, obbligo vaccinale, e via discorrendo).

Non stupisce che la sedicente sinistra progressista, di fatto regressiva, abbia votato contro la reintroduzione delle preferenze, in quanto è profondamente antidemocratica. Non stupisce nemmeno che una pattuglia di parlamentari del centrodestra abbia pensato bene di eliminare la possibilità di essere sottoposti al voto popolare, considerando più sicuro il gioco interno alle segreterie dei partiti attuali.

Rimane il fatto che Giorgia Meloni le preferenze le ha proposte e le ha sottoposte al voto, dando prova di coerenza, di rispetto della democrazia e di rispetto delle vecchie regole partecipative.

Nel 1972, Giorgio Gaber cantava: «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero: libertà è partecipazione».

Preferenze significano anche partecipazione e libertà.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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