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L’Ankergeopolitik non fa i conti con l’intelligenza

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Ankergeopolitik

Alla Germania mancano la testa, l’energia, l’IA e la dignità

La frenesia europea del riarmo per l’arrivo delle armate russe risponde, come è ormai chiaro, alla necessità della Germania in primis di salvarsi dalla distruzione delle proprie industrie automobilistiche riconvertendo le aziende in produttrici di armamenti e, in secondo ordine, dopo il fallimento economico del IV Reich (quello di Angela Merkel) alla voglia di tornare ad essere il perno, meglio l’Áncora del Vecchio Continente, con un V Reich di nuovo militare.

La politica dell’Áncora (Ankergeopolitik) dei geni tedeschi del riarmo, tuttavia, non fa in conti con l’intelligenza, in primis la loro e, subito dopo, quella artificiale.

Dopo aver introdotto il green, chiuso le centrali atomiche, favorito la delocalizzazione, mandato a gambe all’aria la produzione di acciaio primario, ora la Germania dei geni teutonici vorrebbe costruire carri armati, rimanendo nella Nato, ponendosi come nuovo dominus di un’Europa competitor degli Usa, ma sotto la protezione dell’ombrello atomico statunitense.

Manca solo la richiesta che Washington apparecchi al nuovo Kaiser aragosta e champagne ed è fatta.

La domanda che ci si pone, data la perdita di cervello, è se a governare la Germania sia Merz o la Rheinmetall, la cui espansione è significativa e il cui valore azionario si è decuplicato negli ultimi quattro anni o, ancora, la solita finanza speculativa che ha già messo in ginocchio il Vecchio Continente.

Facciamo due conti.

Rheinmetall ha puntato su un aumento vertiginoso degli ordini, con l’obiettivo di rovesciare il rapporto tra industria bellica e Stato federale.

Il colosso di Düsseldorf si è espanso rapidamente lungo il fianco Est della Nato, con l’apertura di grandi stabilimenti industriali: Romania, Bulgaria, Ungheria, Lituania, Lettonia ed è oggi a tutti gli effetti il perno della modernizzazione militare di Budapest, tanto che, secondo alcune stime e come riporta Limes (giugno 2026), gli acquisti di armamenti ungheresi «potrebbero permettere un’integrazione più profonda nella Bundeswehr rispetto ad altri partner regionali come la Repubblica Ceca, la Romania o la Lituania».

Rheinmetall è una delle principali aziende tedesche del settore della difesa e della tecnologia. Produce principalmente equipaggiamenti militari, ma è attiva anche nel settore automobilistico.

I suoi principali prodotti includono:

  • Carri armati: sviluppa il carro armato KF51 Panther e produce componenti per il Leopard 2.
  • Veicoli blindati: come il Lynx KF41 e il Boxer (sviluppato in collaborazione con altre aziende europee).
  • Artiglieria: cannoni da 120 mm per carri armati, obici e sistemi d’arma terrestri.
  • Munizioni: proiettili per artiglieria, munizioni per carri armati, armi leggere e sistemi navali.
  • Difesa aerea: sistemi antiaerei come Skynex e Skyguard, progettati anche per contrastare droni e missili.
  • Elettronica militare: sensori, radar, sistemi di controllo del fuoco e simulazione per l’addestramento.
  • Droni e sistemi autonomi: veicoli terrestri senza equipaggio e tecnologie per la sorveglianza.

Oltre alla difesa, Rheinmetall produce anche componenti per motori e trasmissioni; sistemi per la riduzione delle emissioni dei veicoli; pompe, cuscinetti e altri componenti per l’industria automobilistica.

Negli ultimi anni, in seguito all’aumento delle spese militari in Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Rheinmetall ha ampliato notevolmente la produzione di munizioni, veicoli corazzati e sistemi di difesa aerea, diventando uno dei principali fornitori delle forze armate tedesche e di numerosi Paesi della NATO.

Per produrre sistemi d’arma come i carri armati è necessario acciaio primario, ossia quello prodotto da minerale di ferro negli altoforni e poi convertito in acciaio), la Germania è ancora uno dei principali produttori europei, anche se la capacità si è ridotta negli ultimi anni a causa delle logiche green.

I grandi impianti sono gestiti da aziende come Thyssenkrupp Steel (Duisburg, il più grande complesso siderurgico d’Europa), Salzgitter, ArcelorMittal Bremen, ArcelorMittal Eisenhüttenstadt.

Per produrre questo acciaio la Germania importa soprattutto minerale di ferro dal Brasile, dal Canada, dalla Svezia e in misura minore dal Sudafrica e carbone da coke da Australia, Stati Uniti e Canada.

Quindi, la dipendenza non è tanto dall’importazione di acciaio primario finito, quanto dalle materie prime.

Per quanto riguarda l’industria bellica, i mezzi corazzati (come quelli prodotti da Rheinmetall e KNDS Deutschland), le canne dei cannoni e molti componenti strutturali richiedono acciai speciali di elevata qualità.

Questi acciai sono generalmente prodotti in Germania o in altri Paesi europei a partire da acciaio primario europeo e successivi processi di raffinazione.

Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono alcune criticità: i costi energetici elevati hanno ridotto la competitività degli altoforni tedeschi; la decarbonizzazione impone investimenti miliardari per passare agli impianti a riduzione diretta con idrogeno (DRI); la produzione tedesca di acciaio grezzo è diminuita rispetto ai livelli precedenti al 2022.

Per questo motivo alcuni analisti ritengono che, se la domanda di acciaio per la difesa e per le infrastrutture dovesse aumentare sensibilmente, la Germania potrebbe dover ricorrere maggiormente a forniture dall’interno dell’UE o da Paesi alleati.

Anche se oggi non esiste una carenza di acciaio tale da limitare la produzione militare tedesca, qualche problema potrebbe porsi nei prossimi anni, mentre già oggi le principali limitazioni per l’industria della difesa riguardano più spesso la capacità produttiva di munizioni, esplosivi, componenti elettronici e tempi di espansione degli impianti.

L’industria bellica attuale è in gran parte dipendente dalla componentistica elettronica e qualsiasi esercito che voglia essere tale deve avere copertura satellitare, cibernetica e di Intelligenza artificiale.

E qui casca l’asino.

Se si considera l’intera filiera dell’intelligenza artificiale (chip, cloud, modelli, software e dati), la Germania è fortemente dipendente dall’estero, anche se mantiene punti di forza nella ricerca e nell’AI industriale.

Nei chip per l’IA la Germania fa registrare una forte dipendenza, in quanto non produce GPU avanzate paragonabili a quelle di Stati Uniti (NVIDIA, AMD, Intel), Taiwan (TSMC, che fabbrica la maggior parte dei chip AI progettati da aziende americane) e da Corea del Sud (Samsung e SK Hynix: memorie HBM indispensabili per i sistemi AI).

Senza questi componenti è impossibile costruire grandi infrastrutture di IA.

La Germania ha inoltre una dipendenza elevata riguardo al cloud e al calcolo. L’addestramento dei grandi modelli avviene soprattutto su infrastrutture di Amazon Web Services (USA), Microsoft Azure (USA), Google Cloud (USA). Esistono data center in Germania, ma appartengono in larga parte a società americane.

I principali modelli utilizzati dalle aziende tedesche provengono da OpenAI (USA), Anthropic (USA), Google DeepMind (USA), Meta (USA), Mistral AI (Francia), uno dei pochi grandi concorrenti europei.

Riguardo all’hardware la Germania è tra i leader mondiali in robotica industriale, automazione, macchine utensili, sensori, software industriale.

La Germania dispone di un’eccellente base scientifica (Istituti Max Planck, Fraunhofer, DFKI- Centro tedesco per l’Intelligenza Artificiale, Università come Monaco (TUM), Karlsruhe e Aquisgrana, ma il problema è che molti ricercatori vengono poi assunti da aziende statunitensi.

In sintesi, la dipendenza tedesca può essere riassunta così:

Settore Principale dipendenza
Chip AI Stati Uniti, Taiwan, Corea del Sud
Cloud Stati Uniti
Modelli di IA Stati Uniti (con un crescente contributo della Francia)
Software industriale Bassa dipendenza, forte capacità nazionale
Robotica e automazione Forte capacità nazionale

Quindi, se l’Europa dovesse perdere l’accesso ai chip americani o alla produzione taiwanese, la Germania sarebbe tra i Paesi europei più colpiti, nonostante l’eccellenza della sua industria manifatturiera.

Il principale collo di bottiglia non è il know-how scientifico, ma l’accesso ai semiconduttori avanzati e alla capacità di calcolo necessaria per addestrare i modelli di IA più avanzati.

Vien da dire, parafrasando Sordi: ma ‘ndo vai, se l’intelligenza non ce l’hai?

In tema di intelligenza, sempre artificiale, si intende, oggi i vari servizi di IA pongono dei limiti di utilizzo, non solo a chi è un utente gratuito, ma anche a chi paga.

La motivazione non è solo economica, ma di varia natura e la saturazione dei server è una delle ragioni principali.

I limiti di utilizzo esistono per una combinazione di motivi, tra i quali la capacità di calcolo (GPU e server) e il costo operativo.

I modelli di IA richiedono molta potenza di calcolo. Se milioni di utenti inviano richieste contemporaneamente, i server possono diventare congestionati. I limiti aiutano a mantenere tempi di risposta accettabili per tutti.

Ogni richiesta ha un costo reale: elettricità, hardware, raffreddamento, manutenzione e infrastruttura. Le richieste che coinvolgono modelli più avanzati o attività come la generazione di immagini e il ragionamento complesso sono generalmente più costose di una semplice risposta testuale.

Va anche considerato che aggiungere capacità non è immediato: i data center richiedono investimenti, disponibilità di GPU, alimentazione elettrica e sistemi di raffreddamento.

I server che eseguono modelli di IA sono distribuiti in numerosi data center nel mondo, e le aziende (come OpenAI, Microsoft, Google, Anthropic, Meta, ecc.) in genere non pubblicano l’elenco completo delle loro installazioni per motivi di sicurezza e competitività. Si conoscono però molte delle principali aree geografiche dove si trovano.

Per servizi come ChatGPT, ad esempio, l’infrastruttura è ospitata principalmente nei data center di Microsoft Azure, distribuiti in diverse regioni, tra cui: Stati Uniti (Virginia, Iowa, Texas, Arizona e altri stati); Europa (Paesi Bassi, Irlanda, Svezia, Germania, Italia e altre regioni Azure); Asia (Giappone, Singapore, Corea del Sud); Australia

Il problema principale riguarda il consumo di energia.

Una moderna GPU per IA (ad esempio NVIDIA H100 o B200) può assorbire circa 700–1.200 watt quando lavora a pieno carico.  Un server con 8 GPU può richiedere 8–12 kW, considerando anche CPU, memoria e altri componenti. Un cluster con 10.000 GPU può richiedere 10–20 MW di potenza elettrica continua.

I più grandi data center dedicati all’IA stanno raggiungendo 100–500 MW, e alcuni campus di nuova generazione sono progettati per superare 1 GW (gigawatt) di capacità elettrica.

Per dare un’idea: 1 MW può alimentare circa 700–1.000 abitazioni (a seconda del Paese e dei consumi medi), 100 MW equivalgono al fabbisogno elettrico di una città di decine di migliaia di abitanti, 1 GW è paragonabile alla produzione di una grande centrale elettrica.

Qui casca di nuovo l’asino. Le energie cosiddette green non sono in grado di sostenere uno sviluppo prevedibile di server per IA, in quanto l’infrastruttura che supporta i moderni modelli di IA è distribuita a livello globale e rappresenta uno dei maggiori consumatori di energia del settore informatico.

I grandi campus di data center possono richiedere una potenza paragonabile a quella di una città di medie dimensioni, motivo per cui l’approvvigionamento elettrico è diventato uno dei principali fattori che limitano l’espansione dell’IA su larga scala.

La politica energetica europea, costretta nella camicia di forza della follia green, costituisce un elemento di forte criticità non solo per l’industria bellica tedesca, ma per qualsiasi intenzione di riarmo europeo, considerando il fatto che gli armamenti e il loro utilizzo necessitano di tutto un apparato informatico e di IA, nonché di satelliti, che consumano moltissima energia e ne consumeranno sempre di più.

Alla Germania e all’Europa manca l’intelligenza, quella della testa, ormai persa nell’ideologia e anche la dignità, perché non puoi pensare di farti l’esercito del V Reich con la componentistica USA e la copertura atomica USA per diventare competitor USA e continuare a stare con la Cina. I casi sono due: o se matto o mangi i sassi.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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